Roma

 

La MIA STORIA

di ROMA 

di Giancarlo Stramigioli

 

 

ROMA

 

Il fascino di Roma è un enigma che parte dalla sua storia.

Nonostante fosse nata nei tempi dell’egemonia etrusca ed in piena fioritura di una Campania grecizzante, Roma crebbe animata da uno speciale genio organizzativo e militare e con una capacità innata di superare i contrasti interni tra le classi tramite i quali, unitamente ad un forte patriottismo che la sostenne sia in guerra che in pace, ebbe sempre come primo obiettivo, come legge suprema, la sua salvezza.

Alle origini il romano è un soldato ed un contadino. Lavoro accanito, frugalità ed austerità costituivano le tre regole di vita più importanti.

Le caratteristiche che contraddistingueranno il romano sono la vocazione alla mediazione, profondo spirito associativo, moderazione verso le categorie più deboli ed assoggettate, convincimento di dover adempiere ad una funzione di reggitore di popoli, perché Roma è un punto di confluenza universale, cui tutto arriva ( genti e ricchezze ) e da cui tutto parte ( leggi e costumi ).

I destini di Roma si confondono con quelli del mondo.

Tutti gli uomini pervenuti ad un certo grado di sentimenti comuni e di reciproca lealtà possono qualificarsi come “romani”.

 

 

Le origini leggendarie

 

Venere o Afrodite, la dea dell’amore, nata dalla schiuma del mare, spingeva gli dei ad innamorarsi dei mortali.

Giove la punì facendola innamorare di Anchise, discendente di Dardano, figlio dello stesso Giove.

Venere sedusse Anchise, presentandosi a lui, sul monte Ida, ornata di fiori ed accompagnata da animali selvatici.

Giove punì Anchise per la sua vanagloria lanciandogli un fulmine e rendendolo zoppo.

Dall’unione di Anchise e Venere nacque Enea.

ENEA

Durante la guerra di Troia, causata dal rapimento di Elena, moglie di Menelao, da parte di Paride, alcuni capi troiani erano favorevoli alla riconsegna di Elena.

Tra questi Enea al quale, a fronte di questa sua posizione, i Greci permisero di fuggire.

Nella fuga Enea perse sua moglie Creusa, ma riuscì a portare con sé il figlio Ascanio e, caricandolo sulle spalle, suo padre Anchise. Inoltre portò con sé il Palladio, il ligneo simulacro raffigurante la dea Minerva, simbolo della sopravvivenza di Troia.

Protetto da potenze occulte Enea scampò alle sue peregrinazioni per approdare, infine, alle foci del maestoso Tevere ( o a Laurento ).

Enea si scontrò subito con Turno, capo supremo dei Rutuli di Ardea, al quale portò via la promessa sposa, l’affascinante vergine Lavinia, figlia di Latino, re dei Latini, da “latus”, largo, ovvero pianeggiante, come l’immensa pianura retrostante le regioni al confine delle spiagge dove lo stesso Enea era approdato.

Enea vinse su Turno soprattutto per l’aiuto di Venere e di Evandro, principe di Arcadia.

Evandro, figlio di Hermes e di Carmenta ( da “carmen” ), una ninfa canterina che faceva profezie in versi, gioiosa protettrice delle nascite, era arrivato dalla Grecia già da tempo ed aveva insegnato ai locali a leggere ed a scrivere, oltre che ad usare il bue e l’aratro per coltivare la terra.

Enea ebbe come alleato il figlio di Evandro, Pallante, grande sterminatore di Rutuli.

Enea uccise Turno e sposò Lavinia e a due anni dalla fuga da Troia Enea fondò, in onore di sua moglie, Lavinio, nel luogo indicato da una bianca scrofa vittima sacrificale.

Cinque anni dopo Enea morì.

 

ASCANIO

Ascanio, successivamente, non volendo vivere a Lavinio, fondò, nei pressi dell’attuale Castelgandolfo, Alba Longa, o la Lunga Città Bianca, dove il clima appariva più salubre e la natura più generosa, tra vigne, frutteti ed un bosco meraviglioso.

Ascanio, o Iulo ( e quindi progenitore della gente Iulia ) per la lanugine sul volto, aveva chiamato la città Alba, dal colore della scrofa, ma poi per distinguerla da un’altra con lo stesso nome, vi aggiunse la denominazione Longa, che oltre tutto dava un’idea della sua configurazione.

Ad Ascanio successe il figlio Silvio, così chiamato perché era stato allevato in una selva.

I 30 re di Albalonga portarono sempre, anche loro, il cognome Silvio : Silvio Enea, Latino Silvio, Alba, Ati, Capi, Capeto, Tiberino, Agrippa, Romolo Silvio, …, Aventino, Proca.

 

 

NUMITORE

Questa dinastia, la genalogia degli eneadi, conservava il potere da oltre 3 secoli, quando salì al trono il figlio di Proca, l’onesto Numitore.

Bello e prodigo Numitore aveva un fratello minore Amulio, che era il suo opposto e che con il passare del tempo si ingelosì a tal punto da strappargli il trono e ridurlo in ceppi.

Numitore aveva due figli, Egesteo e Rea Silvia o Ilia. Amulio uccise il primo e costrinse la seconda, ormai in età da marito, a farsi vestale, ovvero sacerdotessa della dea Vesta, perché le vestali dovevano mantenersi caste e dedicarsi per 30 anni esclusivamente al mantenimento del fuoco sacro, affinché non si spegnesse mai. Questo a garanzia di una continua protezione divina al cospetto di quel Palladio di Troia, che Enea aveva portato con sé. Il fuoco era sacro anche perché pubblico e chiunque poteva attingervi per accendere il fuoco nelle proprie case.

 

 

REA SILVIA

Un giorno Rea Silvia si era distesa sulla riva del Tevere nei pressi del tempio di Vesta ed aveva dolcemente preso sonno. I lunghi e luminosi capelli che coprivano il seno, mentre una lieve brezza marina le sollevava la lunga veste, scoprendole le gambe eburnee. Il destino volle che la scorgesse, lì supina, il dio della primavera e delle messi, Marte Silvano, grande e radioso, che tornava da una visita ai mortali. Il dio fu conquistato dalla serena beltà della fanciulla e non potè trattenersi dal possederla. Lo fece con tanta dolcezza, lui così forte e gagliardo, che lei non se ne avvide neppure e restò incinta.

 

 

ROMOLO e REMO

Nacquero due gemelli, Romolo e Remo ( o Romos ), ma saputolo il malefico Amulio fece uccidere a bastonate la nipote, perché vestale infedele ed ordinò ad un servo di gettare i due neonati nel Tevere.

Il servo, mosso a pietà, si limitò a deporre sul greto del fiume, presso un fico ( ruminale ), il cestello di vimini contenente i gemelli.

Richiamata dai vagiti, una lupa, conosciuta nel luogo per la sua ferocia, accorse e dopo averli trasportati in una grotta, li allattò. Passarono poi di lì dei pastori, che vedendo quell’incredibile spettacolo di mansuetudine di un animale selvaggio, manifestarono la loro meraviglia gridando. La lupa si spaventò e scappò.

Uno dei pastori, che era al servizio di Amulio, Faustolo li prese e li portò alla sua amante Acca Larentia, la quale aveva perso un figlio da poco.

Si dice che Faustolo fosse un discendente di Evandro e che la lupa corrispondesse ad Acca Larentia, detta Lupa per essersi bellamente ed a lungo prostituita.

Romolo e Remo, figli di un dio e di una sacerdotessa reale, crebbero gagliardamente, furono anche per qualche tempo ospitati nella prospera città di Gabi, perché fra i primi vi apprendessero a parlare la lingua greca ed ormai 18enni furono messi al corrente delle loro origini da Faustolo.

I due gemelli decisero immediatamente di vendicarsi, uccisero Amulio e riconsegnarono il trono dei Silvi al nonno Numitore.

Poi Romolo e Remo decisero di fondare una città sul fatidico luogo dove la lupa li aveva allattati, sulla riva sinistra del Tevere, per celebrare il loro salvataggio che tutti indicavano come voluto dagli dei.

Ma tra i due gemelli sorsero dei dissapori per brama di supremazia : Romolo voleva chiamare la nuova città Roma, mentre Remo propendeva per Remuria, ispirandosi entrambi ai propri nomi.

Romolo proclamò la nascita di Roma in un giorno di primavera ( 21 aprile, giorno festivo in cui erano celebrate le Paritta o Palilia, in onore di Pales, dea della pastorizia ) del 753 a.C. ( anno stabilito dagli annalisti romani Attico e Varrone ).

In effetti varie sono le ipotesi sul nome Roma :

  • da “roma” = “forza” nella lingua dei pelasgi;

  • da Roma, la donna troiana che convinse Enea a bruciare le navi, una volta arrivati alle foci del Tevere, perché da troppo tempo la loro gente peregrinava per terre e per mari;

  • da “ruma” = “colle” nella lingua degli oschi;

  • da “rumon” = “fiume” in etrusco;

  • da “ruminale”, l’albero di fico sotto cui fu lasciata la cesta di Romolo e Remo;

  • dalla dea Ruma, protettrice dei lattanti e degli armenti;

  • da Rome, figlia di Enea o di Evandro.

Romolo, sul Palatino dichiarò di aver visto 12 avvoltoi che avevano volteggiato sul suo capo, mentre Remo, sull’Aventino, ne aveva visti 6.

Il Palatino fu scelto come sede della nuova città e Romolo dopo aver sacrificato molte capre in onore degli dei, presi gli auspici ed accesi i sacri roghi, aggiogò un forte toro ed una candida cavalla all’aratro di bronzo e solcò un profondo quadrato, tra le rovine di “Pallanteo”, la scomparsa città di Evandro.

E da “Pallanteo”, secondo alcuni, trasse il suo nome il colle. Altri invece lo vorrebbero derivato dalla dea Pales o da “palatium”, la casa del re, o, più ragionevolmente da “pala” che significa altura.

L’Aventino, invece, prendeva il suo nome dall’avena che vi cresceva.

Tra il Palatino e l’Aventino si stendeva fino al fiume la palude del Velabro, dal latino “vel”, che vuol dire appunto palude.

Tenendo in pugno un vergo pastorale, Romolo indicò il limite sacro del pomerio, il solco sacro : aveva 18 anni e giurò davanti agli dei di uccidere chiunque avesse osato varcare il sacro limite.

Remo, nel frattempo, era venuto a conoscenza che Romolo aveva mentito sul numero di avvoltoi visto e preso da furore saltò il confine. Romolo trapassò il petto del fratello con un pugnale ed esclamò :

Così muoia chiunque altro varcherà le mie mura “.

Sembra che Romolo non avesse visto alcun avvoltoio, ma nel momento stesso che si confrontava con il fratello e solo in quel momento, 12 avvoltoi volteggiarono su di loro ed allora disse a Remo :

Mi chiedi troppe cose. Non vedi da te stesso questi 12 uccelli ?”

 

 

 

ROMOLO ( 753-715 a. C. )

Romolo ritenne quindi giustificato il fratricidio, poiché il vaticinio favorevole gli era pervenuto da uccelli rapaci e violenti e gli era, anche, chiaro che Roma sarebbe potuta crescere solo con la violenza.

Tra le prime azioni di Romolo ci fu l’istituzione di alcune leggi e l’introduzione di un rito ad Ercole, in onore del quale eresse un tempio sull’Ara Massima alle pendici del Palatino.

Era poi necessario popolare Roma e Romolo chiamò a sé ogni ribaldo della zona, offrendogli rifugio e protezione.

Roma stentava però a crescere, perché le donne dei luoghi vicini si rifiutavano di unirsi con individui brutali e violenti.

A quattro anni dalla nascita della città, in un giorno di Agosto, si svolgevano le feste Consualie, dedicate al dio Conso, protettore dei raccolti. Romolo invitò Tito Tazio re del vicino popolo dei Sabini, stanziati a levante di Roma, suggerendo di portare il maggior numero di ragazze, figlie e sorelle, per rendere più lieta la giornata.

Nel pieno della baldoria vociante, al segnale di Romolo, che si avvolse nel mantello purpureo, furono rapite 683 ragazze. Le fanciulle sequestrate erano tutte vergini, tranne una Ersilia, figlia di Tito Tazio, che, catturata per errore, era sposata con il principe sabino Mettio Curzio, divenne, poi, sposa di Romolo.

I Sabini reagirono e nella guerra che ne scaturì, conquistarono il Campidoglio, nonostante la difesa ( od a causa dell’incuria ? ) di Tarpea, una virago che Romolo aveva posto a guardia del colle.

Romolo, prese per buona la versione eroica, fece seppellire il cadavere dell’eroina nel luogo del sacrificio, cui diede il nome di Rupe Tarpea.

Da quella rupe cominciò, crudelmente, a gettare nel vuoto chiunque si macchiasse di delitti.

I Sabini impiegarono 25.000 fanti e 1.000 cavalieri, mentre Romolo disponeva solamente di 20.000 fanti ed 800 cavalieri.

Ersilia escogitò un espediente per porre fine alla guerra che si protraeva da 3 anni : tutte le donne rapite, vestite a lutto, con in braccio i propri figli, che avevano avuto dai baldi rapitori, apparvero sul campo di battaglia, chiedendo che i piccoli innocenti non fossero privati dei loro padri.

I due popoli non solo passarono dalla guerra alla pace, ma decisero di formare un’unica nazione : alla città fu confermato il nome di Roma ed i suoi abitanti furono chiamati romani, ma anche quiriti, poiché Tito Tazio aveva portato sul colle del Quirinale il suo popolo originario di Curi, l’attuale Passo Corese.

In seguito a questa unificazione, sancita solennemente sulla Via Sacra, Roma ebbe, contemporaneamente due re con eguali poteri, Romolo e Tito Tazio.

Il popolo fu suddiviso in :

  • 3 tribù etniche sulla base delle loro estrazioni, i ramni, originari di Romolo, i tizii o sabini, di Tito Tazio ed i luceri o etruschi, che i Greci chiamavano tirreni;

  • 30 curie, formate da gruppi familiari che abitavano vicini.

I cittadini si riunivano nelle assemblee delle curie, “comitia curata”, per votare sugli affari pubblici proposti dai sovrani.

Con l’immissione dei Sabini, il Senato passò da 100 a 200 patres di famiglia, eletti per nomina regia.

Ai luceri, però, non erano concessi senatori.

Romolo e Tito Tazio ampliarono la Roma del Palatino, inglobando il Quirinale ed il Celio, detto anche Querquetulano, perché coperto da boschi di quercia, e prosciugarono la vasta conca che si estendeva ai piedi del Campidoglio e vi costruirono il Foro.

Tito Tazio cadde ucciso in circostanze misteriose, forse in un imboscata tesagli dalla gente di Lavinio.

Seguirono anni difficili.

Romolo suddivise :

- il territorio in 3 parti uguali :

- un terzo ai cittadini come proprietà privata,

- un terzo in comune a tutti,

- un terzo per i templi ed ogni esigenza sacra;

- la popolazione in due ordini :

- i patrizi, cioè i patres, in quanto capi delle grandi famiglie ( gentes , i raggruppamenti di uomini liberi che si riconoscevano in un antenato comune e condividevano il nome ), da cui il nome di patricii,

- i plebei, plebes, vale a dire la moltitudine dei semplici cittadini.

Ai patrizi spettavano gli uffici religiosi e le più varie magistrature per amministrare la giustizia e presiedere gli affari pubblici; i plebei non avevano diritti politici, coltivavano i campi, allevavano il bestiame, lavoravano il legno ed i metalli.

Non era consentito il cambio fra le due classi e la separazione contraddiceva fortemente i dichiarati principi di eguaglianza.

Fra i plebei potevano esserci ricchi personaggi, ma non era la ricchezza che distingueva tra di loro le due classi quanto le origini.

 

Suddivise l’anno, basandosi sull’osservazione del ciclo lunare, in dieci mesi da Marzo, ispirandosi a Marte, la divinità da cui lui discendeva, al decimo mese, Dicembre, su 304 giorni.

 

Dopo aver grandemente esteso la potenza e l’egemonia di Roma, battendo la città latina di Fidene e gli etruschi di Veio, Romolo, a 55 anni, scomparve nel nulla.

 

In molti pensarono che, non sopportandone più il governo, che si era tramutato in capricciosa tirannia, Romolo fosse stato ucciso da alcuni patrizi, che dopo averlo trucidato, avessero fatto scomparire il corpo a brandelli, celati sotto le ampie toghe.

Il fatto si sarebbe verificato nei pressi di un santuario dedicato a Vulcano ed a ricordarlo sono i resti di una pietra scura, il Niger Lapis.

Il patrizio Giulio Proculo dichiarò che Romolo gli era apparso in pieno Foro e che era asceso al cielo involandosi sul carro di Marte, che da quel momento divenne il dio protettore di Roma, con il nuovo nome di Quirino.

Romolo proveniva dai cieli, essendo figlio di Marte ed ai cieli era tornato per farsi patrono dei romani, un popolo destinato a grandi imprese, poiché nessuno avrebbe resistito alle armi di Roma.

Roma non ebbe alcun sovrano per un intero anno, durante il quale 10 patrizi si alternarono alla governo, in mezzo a disordini e lotte fra senatori e magistrati di stirpe latina e sabina. Poi si trovò un accordo secondo il quale, di volta in volta, uno dei due popoli avrebbe eletto a dignità di re un esponente dell’altra stirpe.

 

 

NUMA POMPILIO ( 715 – 673 a. C. )

Il primo successore di Romolo fu scelto all’unanimità dai romani, attraverso la votazione delle curie, confermando così la forma monarchica imposta da Romolo. Il prescelto fu il 37enne sabino, Numa Pompilio, nativo di Curi, che aveva sposato Tazia, figlia di Tito Tazio, nato il giorno stesso in cui Romolo fondava Roma.

Uomo parco e saggio evitò di raccogliere l’eredità guerresca del precedessore, si impegnò a riformare pacificamente l’ordinamento della città ed ad istituire riti religiosi meno crudeli, abolendo gli spietati sacrifici umani. Ma, imprevedibilmente, uno dei nuovi riti religiosi da lui istituiti, celebrato con l’ausilio di una danza sacerdotale, fu l’occasione perché il dio della primavera, Marte Silvano, si trasformasse nel dio della guerra.

 

Numa ottenne un grande successo con la revisione del calendario, cui aggiunse i mesi di Gennaio, Ianuarius, dal nome del dio Giano, e Febbraio, portando i giorni dell’anno a 355.

Gennaio, Aprile, Giugno, Agosto, Settembre, Novembre e Dicembre contavano 29 giorni ciascuno.

Marzo, Maggio, Luglio ed Ottobre 31.

Febbraio solo 28, ma ogni 2 anni, tra il 22 ed il 23 del mese, veniva intercalato un periodo variabile e stabilito, anno per anno, per far coincidere il calendario lunare con quello solare.

Il primo giorno di ogni mese era detto “Calendae”, mentre il quinto dei mesi di 29 giorni ed il settimo di quelli di 31, erano chiamati “Nonae”.

Il tredicesimo giorno dei mesi che ne portavano 29 ed il quindicesimo di quelli di 31, erano detti “Idi”.

Fin dagli aborigeni, Giano era il dio barbuto dei campi e dell’ordine cittadino, oltre che il protettore di ogni passaggio nello spazio e nel tempo, quindi di ogni entrata e di ogni uscita attraverso qualsiasi porta, di casa o di città. Ogni soglia aveva in Ianus la forza animistica protettrice.

Nel calendario il dio, raffigurato bifronte, simboleggiava il passaggio fra l’anno che moriva e l’anno che nasceva. La divinità aveva due facce così come ogni porta, “ianua”, serve per entrare o per uscire. Una faccia rappresentava un vecchio barbuto, l’altra un giovinetto imberbe.

Numa eresse a Giano un piccolo tempio rettangolare fra l’Esquilino ( da Aesculus, che in latino significa rovere: il colle era ricoperto da un bosco di rovere ) ed il Foro, con due porte che si fronteggiavano : in guerra le sue porte venivano tenute aperte, come se ne dovessero uscire gli eserciti, ma anche perché ne potesse uscire il dio a soccorrerli; in tempo di pace, invece, restavano chiuse.

Numa, nonostante la tentazione di Marte, riuscì a tenerle sbarrate durante l’intero suo regno.

Spirito profondamente meditativo, tanto da essere il fondatore del collegio dei pontefici, gettò le basi di istituzioni religiose che i latini ed i sabini accolsero con grande favore pur senza seguirle con altrettanto scrupolo.

Pontefice” letteralmente significa “quello che costruisce i ponti” : il fiume era considerato sacro, una divinità e porsi a cavallo del suo corso, consentendo il passaggio da una riva all’altra era un atto che si compiva a spese del dio e quindi il pontefice-sacerdote era tenuto a celebrare una serie di riti per ottenerne il consenso.

Numa investì della carica tre pontefici : il primo che fu detto Massimo, lo prepose al culto di Giove, il secondo a quello di Marte ed il terzo al culto del suo predecessore Romolo o Quirino.

La tendenza alla meditazione non impedì a Numa, che aveva perso la moglie Tazia, ad avere per amante Egeria, ninfa delle fonti e dei boschi, la quale gli era soprattutto utile per far credere al popolo di essere in rapporti diretti con le forze divine e per meglio utilizzare la religione ai fini politici e sociali.

Egeria viveva nel bosco sacro, detto “Lucus” o “Nemora”, nella Valle delle Camene, ai piedi del Celio.

La valle era tutto un risuonare perpetuo di canti, poiché le Camene erano ninfe delle fontane che davano voce alle acque scroscianti nelle vasche di porfido e di granito ed erano le ninfe che, data la loro predisposizione al canto, avevano accompagnato Carmenta, moglie di Evandro.

Numa era un uomo di legge, ed il suo stesso nome significava legge, “numen”.

Suddivise la popolazione in base ai mestieri : fabbri, vasai, carpentieri, orefici.

Benchè le due stirpi continuassero a vivere l’una sul Palatino, i latini e l’altra sul Quirinale, i sabini, si erano politicamente unificati; leggi, riti e costumi si erano uniformate e le famiglie degli uni si univano a quelle degli altri.

Numa Pompilio regnò per 43 anni, senza fare mai una guerra ed alla sua morte naturale, più che ottantenne, gli fu eretto un mausoleo alla destra del sacro Tevere, sul Gianicolo.

Il giorno che Numa morì il bosco delle Camene, di solito risuonante di voci di uccelli, di canti e di scrosci di fontane, improvvisamente tacque ed un silenzio assoluto si estese dal Celio al fiume.

Egeria, disperata, si andò a nascondere in un bosco vicino ad Ariccia ( ? o nei pressi di un ninfeo della Via Appia ? ).

Fu scorta da Diana Nemorense, che tornava dalla caccia, che impietosita tramutò la piangente Egeria in una fonte.

 

 

TULLO OSTILIO ( 673 – 640 a. C. )

Il terzo re, eletto dal popolo, fu un latino, Tullo Ostilio, bellicoso per definizione e per eredità familiare; suo nonno Ostilio si era coperto di gloria e di ferite combattendo i Sabini all’assedio del Campidoglio.

Assai diverso dal predecessore trovò subito modo di attaccare Alba Longa, il cui re, Caio Clulio, morì nel momento stesso che Roma gli dichiarò guerra.

Gli Albani, data la situazione, elessero immediatamente un dittatore Mettio Fufezio, uomo avveduto e di provata esperienza militare.

Mettio Fufezio convinse Tullo Ostilio del pericolo che costituivano gli Etruschi per i Romani e gli Albani: sicuramente, chiunque fosse stato il vincitore dell’imminente guerra, si sarebbe trovato indebolito alla mercé del forte esercito etrusco.

Fu, così, deciso di rimettere le sorti della guerra allo scontro tra tre gemelli romani, gli Orazi e tre gemelli albani, i Curiazi, fra l’altro cugini tra di loro, perché figli di due sorelle.

Erano coetanei, belli, generosi e celebri per i loro eroismi e per le nobili origini.

Nello scontro caddero prima due degli Orazi, mentre uno rimase illeso. I tre Curiazi erano vivi, ma tutti e tre feriti. L’Orazio superstite fece finta di fuggire, causando lo sdegno di entrambi gli eserciti, ma la sua fuga comportò l’inseguimento dei tre Curiazi, che per le differenti ferite, lo raggiunsero in tempi diversi.

Affrontandoli uno alla volta il terzo Orazio riuscì ad uccidere tutti e tre i Curiazi. L’Orazio uccise anche sua sorella Orazia, fidanzata di uno dei Curiazi, che aveva maledetto il fratello per avergli tolto l’uomo che amava.

Uccidendola con un colpa di spada esclamò :

Io amo soprattutto la patria, mentre tu non sei che una falsa vergine. Muori, così come muoia ogni donna romana che pianga per un nemico di Roma”.

Successivamente l’Orazio, contrito, volle innalzare un piccolo tempio in onore di Giano, cui diede il nome di Curiazio.

Mettio Fufezio non digerì la sconfitta e continuò a congiurare contro Roma, sobillando Fidene ed invitando gli Etruschi di Veio ad appoggiare Fidene contro Roma.

Fidene e Veio dichiararono guerra a Roma. Immediatamente Tullo Ostilio ordinò a Mettio Fufezio di unirsi a lui. Quest’ultimo, che aveva promesso aiuto ai fidenati ed agli etruschi, fece vedere di ubbidire, ma non si affrettò ad eseguire gli ordini.

Veio e Fidene, così confidenti su Alba Longa, attaccarono, mentre Tullo Ostilio intuì l’inganno, e sbaragliò gli attaccanti, ancor prima che Mettio Fufezio potesse, comunque, intervenire.

Mettio Fufezio si complimentò con Tullo Ostilio perché aveva vinto da solo, ma Tullo Ostilio rispose :

Tu sei rimasto sulla collina perché avevi l’animo diviso, ma non basta dividere il proprio animo. Chi si divide deve dividersi tutto”.

Lo fece legare nudo a due quadrighe e fece frustare i cavalli scalpitanti, che slanciandosi in direzioni opposte, squartarono il dittatore dividendogli il corpo in due.

Tullo Ostilio fece poi radere al suolo Alba Longa, ad eccezione dei templi dentro i quali rimasero prigionieri gli dei albani. In un solo giorno 400 anni di storia furono sepolti sotto le macerie, mentre gli abitanti furono deportati a Roma, in doloranti file, ed ammassati sul monte Celio.

Con atto magnanimo Tullo Ostilio accolse tra i senatori romani i più ragguardevoli degli Albani, che erano i Giulii, i Servilii, i Quintii ed i Clelii, poi aprì solennemente la Curia ( da cum-viria, unione di uomini ), un luogo fisso dove riunire il Senato, che, precedentemente, aveva tenuto le sue sedute sempre qua e là e che, in suo onore, fu chiamata “Ostilia”. Gli Albani deportati fecero razza con i Romani, la città si allargò ulteriormente e la gloria del re cominciò ad offuscare quella di Romolo il fondatore.

Tullo Ostilio, dopo aver regnato per 32 anni, scomparve consunto da un incendio provocato da un fulmine scagliato da Giove, il quale non aveva gradito la messa in scena di un rito sacro.

 

 

ANCO MARZIO ( 640 – 616 a. C. )

Sempre con il voto del popolo, gli successe un sabino, Anco Marzio, figlio di una timorosa figlia di Numa Pompilio, nata dal re e dalla ninfa Egeria.

Anco Marzio governò per 25 anni, dal 640 al 616 a.C., era di aspetto e carattere simile al predecessore e conquistò l’intero tratto di territorio tra Roma ed il Tirreno.

Assalì alcune piccole città latine ( Ameriola, Antemue, Cameria, Cenina, Collazia, Corniculo, Crustumerio, Medullia, Politorio, Tellene e Ficana, di alcune delle quali è ignota la posizione ) deportandone le genti nella Valle Murcia, una valle sempre verde di mirti sacri a Venere tra il Palatino e l’Aventino.

Anco Marzio fornì Roma di uno sbocco marino ad Ostia, dove si gettava il Tevere, la cui foce, “ostium”, divenne un porto.

Perciò si disse che Roma, come Atene, aveva ormai il suo Pireo.

Il Tevere divenne una importante via di comunicazione ed il commercio si sviluppò con la nascita di una relazione di amore-odio fra i romani e gli etruschi, tanto sconosciuti quanto misteriosi.

Nel cuore di Roma Anco Marzio costruì sul fiume il primo ponte in legno, il Sublicio, a sud dell’Isola Tiberina, per collegare la città con il Gianicolo, sul quale aveva eretto un tempio a Giano e per stabilire più rapide relazioni con l’etrusca Cere, già in rapporto con i Fenici.

Ma le frequenti deportazioni di popoli vinti davano luogo a difficoltà di coesistenza tra l’elemento autoctono ed i forestieri inurbati che per usi, costumi e lingua erano assai diversi dai Romani, così nascevano, per la prima volta a Roma, problemi di ordine interno.

Anco Marzio ideò il carcere, da “carcerem” che in latino significa recinto, e fu costruito il Carcere Mamertino o carcere “tulliano”, poiché costruito vicino ad un “tullus”, che vuol dire pozzo o sorgente. L’edificio era costituito da due piani : in quello superiore stavano i detenuti in attesa di giudizio, tutti ammucchiati uno sull’altro e, in quello inferiore, si eseguivano le sentenze mediante strangolamento fatto a mano. Un cunicolo, comunicante a fiume, consentiva una rapida ed inosservata eliminazione dei cadaveri, tanto che “tulliano” o “del pozzo”, verosimilmente, appare una sinistra specificazione più riferibile al cunicolo sotterraneo che non al presunto pozzo nei pressi.

 

 

 

 

TARQUINIO PRISCO ( 616 – 578 a. C. )

Un principe etrusco nativo di Tarquinia, una bella città al nord di Roma, di nome Lucumone, figlio minore di Demerato, un aristocratico greco esule da Corinto, aveva fatto fortuna sposando l’avvenente, colta e ricca Tanaquilla.

Tanaquilla, un modello di torbida raffinatezza etrusca, figlia unica di un commerciante dalle nobili origini, consigliò il marito di trasferirsi a Roma, dove sarebbe stata meglio apprezzata la sua operosità.

Così fece Lucumone, che si presentò ad Anco Marzio, mettendogli a disposizione tutti gli averi che aveva portato con sé.

Divenne il miglior amico del re ed Anco Marzio lo fece diventare suo consigliere personale, il tutore dei suoi figli e lo iscrisse in una delle tribù romane, facendogli assumere il nome di Lucio Tarquinio.

Tarquinio, che curava in prima persona l’abbellimento di Roma, secondo i desideri di Anco Marzio, divenne il più famoso e stimato tra i romani.

Alla morte di Anco Marzio, ricevette dal popolo e dai senatori l’imperio regale.

Ripagò il Senato ampliandone la maestà con l’immissione di molti altri “patres”, appartenenti alla tribù etrusca dei luceri che fino a quel momento ne era stata esclusa.

Con l’ascesa di Tarquinio si chiudeva l’era latina della prima Roma e si apriva l’era dei re etruschi e del loro predominio.

Di temperamento bellicoso, un misto sangue etrusco e greco, Tarquinio non stette mai un giorno senza battersi contro qualcuno.

Annientò Apiole, città di origine latina, che confinava con i Volsci dell’alta Valle del Liri.

Si battè con le città di Collatia, Crustumerio, Nomento, Cornicolo e Cere in nome della supremazia di Roma.

Poiché ottenne le vittorie con l’ausilio dei plebei, molti dei quali erano ricchi e benestanti in quanto possessori di bestie e di terre, ne ammise un buon numero nel patriziato.

I plebei che diventavano patrizi erano denominati “coscripti”, per differenziarli dai “patres”, patrizi per diritto di nascita.

Da trionfatore indossava un mantello di porpora ed una corona d’oro e nella mano teneva uno scettro sormontato dalla figura di un’aquila, animale sacro a Giove. Inoltre un’aquila, nel giorno del suo arrivo a Roma, sul Gianicolo, gli aveva portato via il berretto dalla testa e questo evento fu visto come beneaugurante.

Tarquinio si faceva precedere da 12 giovanotti, chiamati “littori”, che recavano fasci di verghe con un’ascia alla sommità, un simbolo etrusco, che ricordava la lega, da lui ideata, dei 12 popoli dell’Etruria, suoi antichi e mai rinnegati consanguinei.

Un’altra interpretazione del fascio di verghe tra cui è inserita una scure è la minaccia della fustigazione e della decapitazione.

Con gli etruschi a Roma, la città cresceva e migliorava : il Tevere fu tenuto in grande considerazione e se ne accelerarono lo sviluppo dei traffici e lo onorarono con un culto; si arricchiva il Foro; si costruiva in legno, ornandola di statue, la monumentale arena del Circo Massimo, si gettavano le fondamenta del tempio di Giove Capitolino e si procedeva, scavando una serie di profondi cunicoli di scolo, al prosciugamento delle acque che spesso riducevano il Foro ad un immondo pantano, infestato da zanzare e sanguisughe; si scavarono molto altri cunicoli minori affinché le acque delle strade potessero agevolmente riversarsi nel Tevere.

Tarquinio Prisco iniziò a costruire la Cloaca Massima e nel punto in cui si immetteva sul fiume fu innalzato un tempio a Venere.

Per metà italici e metà greci, gli etruschi avevano raggiunto i più alti livelli di culture ed il loro contributo fu positivo per le audaci, ma ancora grezze stirpi romane, le quali, con gli etruschi, poterono progredire più rapidamente sulla strada della potenza e della gloria.

Roma era diventata la più grande città del Lazio, dell’Etruria e dell’intera penisola.

Gli etruschi, che provenivano dalle feraci terre al centro della penisola, erano riusciti ad espandersi e nel loro sviluppo verso sud avevano travolto anche il Lazio e la stessa Roma, tanto da imporre alla città il proprio dominio ed i propri sovrani. Si erano estesi anche oltre Roma, invadendo le felici terre della Campania, con Capua come roccaforte, mentre a nord avevano valicato gli Appennini, operando ovunque per una federazione di popoli che si rivelava utilissima alle attività mercantili in cui esse eccellevano.

Tarquinio, dopo 38 anni di regno, fu trucidato a colpi di accetta per mano di due sicari assoldati dai figli di Anco Marzio, che lo accusavano di averli privati della successione con l’inganno ed il denaro.

 

 

SERVIO TULLIO ( 578 – 534 a. C. )

Durante il regno di Tarquinio Prisco si era segnalato per il coraggio e l’abilità, sia come comandante della cavalleria, che come amministratore Servio Tullio, di origini servili, come denunciava il suo stesso nome, che era riuscito a sposare Tarquinia, figlia di Tarquinio Prisco e di Tanaquilla.

Fu questa che suggerì a Servio Tullio di tenere nascosta la morte di Tarquinio Prisco.

Con uno stratagemma i figli di Anco Marzio furono esiliati in perpetuo e Tanaquilla disse alle masse, dalle finestre della reggia, che Tarquinio Prisco si era salvato dall’attentato dei sicari dei Marcii, che i medici avevano consigliato assoluto riposo e che lo stesso Tarquinio aveva affidato il governo dello stato a Servio Tullio.

Qualche giorno più tardi la diabolica Tanaquilla annunciò, disperata, che il re era morto e che prima di spirare aveva designato Servio Tullio come suo successore e concordò con quest’ultimo che non appena il primogenito del re avesse raggiunto la maggiore età, gli avrebbe dovuto cedere il trono.

Servio Tullio, senza che i popolo, questa volta, esprimesse il proprio voto, divenne re ed, in effetti, governò per 44 anni.

Egli fu, nonostante tutto, un uomo saggio e riformatore lungimirante. Rafforzò il binomio cittadino-soldato che costituiva un punto forte del rapido progredire della civiltà romana.

Domò le rivolte di Veio, Cere e Tarquinia, permise a tutti, anche a dispetto delle più umili condizioni di partenza, di raggiungere alti livelli nella scala sociale.

Fu perciò chiamato il “re della plebe”.

D’altronde egli era figlio di Ocrisia di Cornicolo, un “bottino di guerra” dalle forme procaci di Tarquinio Prisco che prima la fece sua schiava e la possedè e poi la donò alla sua sposa Tanaquilla.

Ocrisia era addetta a tenere il fuoco acceso ed un giorno, nove mesi prima della nascita di Servio Tullio, vide levarsi un pene alato tra le fiamme e si disse che fosse calato in lei Vulcano, il dio della fucina ardente.

Servio Tullio fu considerato un rifondatore di Roma, nel V secolo a. C.; suddivise i cittadini in 5 grandi classi, le centurie, sulla base della ricchezza, rispetto al pagamento delle tasse ed alla leva militare ( in caso di guerra dovevano mobilitare gruppi di 100 uomini armati tra cavalieri e fanti ).

Censì la popolazione e si rese conto di avere la disponibilità di 80.000 cittadini adulti, atti alle armi.

Nell’organizzare l’erario della città, in rapporto all’economia basata sulla pastorizia, fu il primo a stampigliare sulle facce di rotonde placchette bronzee l’immagine di un capo di bestiame – “pecus” -, un bue, un montone, una pecora.

Con l’immane quantità di tufo sottratto a Fidene cinse Roma di mura più ampie e poderose, comprendenti il Campidoglio, il Palatino, il Quirinale, il Viminale, il Celio, l’Aventino, l’Esquilino ed anche il Gianicolo. Su ognuno di questi colli, chiamati nel complesso Septimontium, sorgevano i templi dedicati agli dei cari ai romani.

Il Settimonzio era una festa che si celebrava l’11 dicembre con solenni sacrifici sulle tre cime del Palatino ( Palatium, Germalo e Velia ), sulle tre alture dell’Esquilino ( Cispio, Oppio, Fagutal , quest’ultima così chiamata perché ricoperta da boschi di faggio ), sul Celio e nella Subura.

La città constava di 4 aree dette regioni, la Palatina, l’Esquilina, la Collina o Quirinale e la Suburana o Sucusana o Celio. Ad ogni regione si fece corrispondere una tribù, aumentando a 4 le tribù volute da Romolo che avevano conservato gli antichi nomi di ramni, tizii e luceri.

Queste erano le tribù urbane cui si univano, via via, altre popolazioni, chiamate tribù rustiche, che prendevano i nomi delle aree geografiche di provenienza o delle famiglie patrizie più rappresentative dei popoli che le abitavano.

La religiosità, lo spirito di giustizia e la concezione politica federale di Servio Tullio univano Roma ai latini.

L’unione si espresse con la costruzione sull’Aventino di un tempio consacrato, di comune accordo, alla vergine Diana, figlia di Giove e sorella gemella di Apollo, dea silvestre cara alla plebe, agli schiavi ed alle donne, che nel mese di Agosto inscenavano festose processioni in sua gloria.

In quel tempio Servio Tullio trovava una conferma della raggiunta supremazia dei romani sui latini.

 

 

TARQUINIO il SUPERBO ( 534 – 509 a. C. )

Le figlie di Servio Tullio, entrambe di nome Tullia, avevano spostato i figli di Tarquinio Prisco, Arunte Tarquinio e Lucio Tarquinio.

Servio Tullio cadde vittima di un complotto ordito dalla sfrenata ambizione della figlia Tullia, moglie di Arunte, che aveva coinvolto il cognato Lucio Tarquinio, che era in continuo contrasto nel Senato con il re. Fu brutalmente massacrato in un vicolo ed il suo cadavere fu lasciato ad imputridire e Tullia che doveva passare con il suo carro per quel vicolo travolse senza pietà le spoglie esanimi del vecchio padre.

I romani, inorriditi, diedero a quella via, che saliva verso l’Esquilino, il nome di “Vicus Sceleratus”, ma non sospettavano che il progetto delittuoso di Tullia era solo all’inizio.

Tullia, sempre in combutta con il cognato Lucio Tarquinio, fece avvelenare il marito Arunte Tarquinio per sposarne il fratello Lucio, spianandogli la strada al trono e diventare al suo fianco regina.

Nel contempo Lucio Tarquinio aveva eliminato sua moglie. Tullia, dopo Tanaquilla, era la seconda donna che svolgeva un ruolo decisivo nella conquista del trono di Roma. Ma se Tanaquilla era virile, Tullia era efferata.

Raggiunto il loro scopo Lucio Tarquinio e Tullia governarono da tiranni arroganti e crudeli. Non avevano avuto il voto del popolo e mai consultarono i cittadini.

La costruzione democratica di Servio Tullio fu totalmente rovesciata, i “patres” furono costretti al silenzio, fu vietata ogni tipo di riunione, furono imposte altre tasse, si uccisero senatori e chiunque altro a piacimento.

Il settimo re di Roma, in segreto, nel timore di terribili ritorsioni, fu chiamato il Superbo e generò tanto malcontento che patrizi e plebei si sentirono uniti contro un così scellerato sovrano.

Furono combattuti, senza spregiare l’inganno, i Rutuli di Ardea, i Volsci ed i Latini di Gabi, vinta grazie a Sesto Tarquinio, uno dei figli di Tarquinio il Superbo, gli altri erano Tito ed Arunte, che si era infiltrato subdolamente tra i maggiorente di questa città.

Durante il suo regno Tarquinio il Superbo completò la Cloaca Massima ed eresse il tempio a Giove Capitolino

Fu suo figlio Sesto Tarquinio, che scatenò l’episodio conclusivo del regno del padre, stuprando Lucrezia, moglie di Lucio Tarquinio Collatino, figlio di Egerio e pronipote di Tarquinio Prisco.

Lucrezia, per il disonore, si suicidò e quest’ennesimo sopruso scatenò la reazione di Collatino, del padre di Lucrezia, Spurio Lucrezio, che insieme a Lucio Giunio Bruto, figlio di Tarquinia, sorella dello stesso Tarquinio il Superbo, sollevarono il popolo e l’esercito.

Bruto assunse il comando della ribellione e dopo 25 anni di soprusi Tarquinio il Superbo fu esiliato e riparò a Cere, in Etruria, insieme ai due figli Tito ed Arunte, mentre l’altro figlio Sesto Tarquinio, cercato rifugio a Gabi, considerata suo possedimento, fu ammazzato come un cane dai cittadini di questa città, memori dell’antico tradimento.

 

Dalla monarchia alla repubblica

Bruto, a cui lo zio aveva ucciso il padre ed il fratello, era un “tribunus celerum” e pur riconoscendo come la monarchia di origine divina avesse contribuito in due secoli e mezzo di storia a far grande Roma, propose, per evitare il ripetersi di deviazioni tiranniche, di affidare la “cosa pubblica” ( “res publica” ) non più ad un solo uomo, ma a due, contemporaneamente e per un tempo limitato, come avveniva a Sparta con generale soddisfazione.

Il poter fu così assegnato, per un anno, a due magistrati, “praetores”, che successivamente furono chiamati “consules”, perché consultavano il Senato, che così saliva di autorità.

I due consoli, eletti dal popolo e dal senato, esercitavano il potere a turno un mese per ciascuno e con il vicendevole diritto di veto impedivano all’altro di farsi tiranno. Peraltro, allo scadere del mandato, sarebbero stati chiamati a rispondere del loro operato.

La rivoluzione politica che portava dalla monarchia alla repubblica portò alla nomina dei primi due consoli : il vendicatore, Lucio Giunio Bruto e l’inconsolabile vedovo, Lucio Tarquinio Collatino.

Era il 509 a.C., ovvero 244 “ad urbe condita”, dalla fondazione di Roma.

Urbe, da “urvus”, solco.

Il 509 a. C. è il primo anno certo della storia di Roma e partendo da questo Varrone cercò di ricostruire all’indietro una datazione che ancora oggi viene accettata.

 

Finiva l’età primigenia del popolo romano, nella quale l’Urbe era cresciuta per la tenacia dei cittadini e l’operosità dei primi re.

Si erano avuti 7 re, anzi 8, perché Romolo, aveva, in parte, regnato con Tito Tazio.

Tutti, pur tra loro diversi per carattere e formazione, avevano contribuito alla gloria della città :

 

- Romolo, forte, dalle origini divine, era stato il fondatore senza scrupoli;

  • Numa, un religioso che aveva richiamato l’originaria scellerata popolazione al timore degli dei;

  • Tullo Ostilio, capo pugnace e di grande perizia guerriera, aveva privilegiato il senso della disciplina negli eserciti;

  • Anco Marzio, uomo sensibile ai rapporti umani, ebbe l’idea di costruire il primo ponte sul Tevere;

  • Tarquinio Prisco rivestì di particolare dignità la figura del sovrano ed abbellì la città;

  • Servio Tullio la cinse di robuste mura in difesa delle libertà romane;

  • Tarquinio il Superbo affermò l’egemonia di Roma sul Lazio, ma sottopose le popolazioni ad un tirannia tanto spietata da provocare una rivoluzione.

 

Lucio Giunio BRUTO

I patrizi, che avevano favorito il rovesciamento della monarchia, continuarono a mantenere la supremazia nel successivo regime consolare romano.

La monarchia, nonostante i delitti, aveva fatto grande e potente Roma, si volle così salvare almeno il nome di re, istituendo la carica di re delle cerimonie sacre ed il primo magistrato cui fu attribuito questo titolo fu Manio Papirio, noto per la profonda serenità d’animo.

I consoli lasciarono intatte molte leggi, mentre ne ripristinarono altre che il Superbo aveva abrogato perché libertarie.

Malauguratamente alcuni esponenti del vecchio regime avevano preso a tramare per ricondurre i Tarquini sul trono, ottenendo perfino il sostegno di Tiberio e Tito Giunio, figli di Bruto, che invece si dimostrò irremovibile, al contrario del tentennante Collatino.

Smascherata la congiura, Bruto ordinò la punizione dei figli che furono prima flagellati e poi decapitati e Lucio Tarquinio Collatino fu costretto a dimettersi ed a ritirarsi a Lanuvio ( o Lavinio ).

 

Publio VALERIO PUBLICOLA

Bruto chiamò accanto a sé il sabino Publio Valerio, che si era distinto nella rivolta contro i Tarquini.

Valerio dispose che i littori portassero i fasci di verghe senza le scuri, a dimostrazione di quanto fosse amante della libertà.

Bruto e Valerio immisero fra i patrizi quei plebei che si erano distinti per temperanza e saggezza.

Valerio, che si adoperava per alleviare i disagi della plebe, introdusse una norma di particolare rilevanza, poiché riconosceva ai condannati il diritto di appellarsi al giudizio del popolo contro ogni sentenza. Grati i plebei aggiunsero ai nomi di Publio Valerio, l’appellativo di Publicola, ovvero “in favore del popolo”.

Tarquinio il Superbo, che non demordeva dall’idea di riconquistare il regno e di restaurare la monarchia, ottenne l’appoggio di un coraggioso ed arrogante condottiero etrusco, Lars Porsenna, re di Chiusi, Clusium, una invitta e prospera rocca che sorgeva a nordest di Roma.

Spronato dal Superbo, questo re assai forte tenne a lungo Roma sotto assedio, riuscendo ad occupare il Gianicolo.

Per non perdere il quel grave frangente il sostegno della popolazione, i consoli alleggerirono le tassazioni e distribuirono grano ai più poveri.

L’esercito di Porsenna premeva vittorioso sul Tevere e certamente sarebbe riuscito a passare il Ponte Sublicio se un animoso comandante romano, Publio Orazio, non lo avesse trattenuto per dare il tempo ai compagni di abbattere il ponte e quindi impedire che le truppe nemiche si riversassero sulla città.

Publio Orazio, detto Coclite, per aver perso un occhio in battaglia, era un lucero che discendeva da uno dei tre gemelli che avevano sconfitto i Curiazi di Alba Longa.

Dopo quello scontro rimase anche zoppo, ma la prodezza sul ponte che aveva salvato Roma fece di lui un eroe dalla gloria imperitura e per gratitudine gli fu innalzata una statua nel Foro.

La città comunque rimase sotto l’assedio di Porsenna ed allora si fece avanti un altro coraggioso comandante romano, Muzio Cordo, che offrì la sua vita in cambio di una gloria imperitura: si sarebbe introdotto nell’accampamento nemico, fingendosi disertore ed avrebbe ucciso Porsenna.

Riuscì a penetrare nelle file nemiche senza destare sospetti, ma uccise un uomo scambiandolo per Porsenna. Fu portato al cospetto del re di Chiusi e dichiarò:

Sono romano ed illustre. Mi ha spinto qui il desiderio di liberare la mia patria. Ma poiché la mia mano ha sbagliato il colpo, io stesso ora la punirò”.

Così dicendo, impassibile, mise la mano destra sul fuoco dell’altare dei sacrifici e ve la tenne fino a quando le fiamme non l’ebbero consumata completamente.

Poi aggiunse: “ Non intendo sfuggire al mio destino di morte, ma, o Porsenna, se mi risparmierai le torture ti rivelerò un fatto che potrà servire alla tua sicurezza”.

Porsenna promise di non torturarlo e Muzio mentì astutamente dicendo che altri 300 romani, patrizi e giovani come lui, erano pronti a tentare dove egli stesso aveva fallito.

Porsenna restituì la libertà a Muzio, che da allora non fu più chiamato Cordo, ma Scevola, cioè Mancino ed intavolò trattative di accomodamento con Roma.

Perduto il sostegno di Porsenna , Tarquinio il Superbo corse a rifugiarsi nella città di Tuscolo, presso il potentissimo suocero ( ? o genero ? ) Ottavio Mamilio, appartenente alla stirpe di Ulisse, discendendo da Telegono, un figlio che l’avventuriero greco aveva avuto da Circe.

L’alleanza di Tarquinio il Superbo ed Ottavio Mamilio infervorò gli animi dei Latini che costituirono la Lega Latina, composta da 30 città, tra le quali, oltre Tuscolo, Tivoli, Ariccia, Ardea, Pomezia, Lanuvio, Laurento, Cora.

La Lega Latina si riuniva nel Tempio di Diana alle porte della città di Nemi, contrapponendolo a quello che i romani avevano costruito sull’Aventino.

Nell’anno 495 a. C. in cui, a Cuma, moriva Tarquinio il Superbo, si consacrò ai piedi dell’Aventino un tempio ad una nuova divinità Mercurio ( da “merx”, ovvero merce ), che celebrava la grande espansione che le attività commerciali avevano avuto nella città.

 

I Tarquini, però, avevano recuperato nuove forze e costrinsero i Romani a riprendere le armi: Bruto fronteggiò Veio, capeggiata dal figlio di Tarquinio il Superbo, Arunte e Valerio affrontò Tarquinia.

Bruto ed Arunte si uccisero vicendevolmente, mentre Valerio Publicola uscì vincitore e nominò console l’anziano Spurio Lucrezio, padre di Lucrezia e suocero di Collatino, che però durò pochi giorni.

Gli successe Marco Orazio Pulvillo che consacrò il tempio di Giove Massimo sul Campidoglio.

 

Le continue guerre e guerricciole imponevano gravi sacrifici alla popolazione e si avevano i primi accenni di un malcontento sociale che rischiava di infrangere la compattezza del tessuto cittadino.

Il Senato non sapeva più come dominare la crisi ed allora nominò un “dictator, magister populi”, un dittatore, che con un incarico di 6 mesi, assumeva tutti i poteri.

Fu scelto il magistrato Tito Larcio.

Per dare un’idea di quanto fosse forte il suo potere, Larcio annullò una decisione che era stata presa da Valerio Publicola: ripristinò l’antica usanza monarchica per cui i littori tornarono a far mostra delle asce sui fasci di verghe.

Fece un censimento che rilevò che i romani adulti ammontavano a 150.700 unità e depose la dittatura ancor prima che scadessero i 6 mesi.

A fronte dell’ennesimo attacco che si prospettava da parte degli Equi, montanari primitivi e rapaci della valle superiore dell’Aniene, che si erano alleati con i Volsci della media valle del Liri, il Senato fu costretto a nominare un altro dittatore: Aulo Postumio, che, unitamente al “magister equitumTito Eluzio, ottenne il risultato che i loro eterni rivali non potessero riprendere a combatterle Roma per i successivi tre anni.

Gli eserciti della Lega Latina avevano tra i loro capi Tarquinio il Superbo che, nonostante assai vecchio, sperava ancora di riacciuffare il trono.

Una delle battaglie più cruente fu combattuta nei pressi del piccolo Lago Regillo, ai piedi delle Colline del Tuscolo, ed i Romani poterono avere la meglio solo grazie alle gesta di due baldi ed aggressivi cavalieri, i Dioscuri, Castore e Polluce, figli di Giove e Leda.

Aulo Postumio ebbe il cognome di " Regillense ".

Gli esiti incerti della guerra però indussero Roma e la federazione latina a sottoscrivere nel 493 un trattato di alleanza che dal nome di Spurio Cassio, il console che ne fu negoziatore, fu chiamato Foedus Cassianum.

Un trattato che dimostrava come la potenza di Roma si fosse indebolita, sia a causa degli avvenimenti interni, sia per le ostilità che intanto sorgevano da parte dei popoli vicini ( Etruschi, Volsci, Equi ). L'accordo, concluso sulla base della perfetta parità di diritti e di doveri fra i due contraenti (foedus aequum), stabiliva che fra Roma e i Latini doveva durare pace perpetua, con reciproco aiuto nel caso di aggressioni dall'esterno.

Il testo del trattato, inciso su una colonna di bronzo, esisteva ancora nell'età sillana presso i Rostri, come attestano Cicerone e Livio.

MENENIO AGRIPPA

A 15 anni dalla fine della monarchia il popolo romano aveva generosamente offerto i suoi soldati nelle guerre, ma il Senato ed i patrizi non rispettavano gli impegni assunti per ripagarne i sacrifici.

La situazione economica era obiettivamente difficile. La coesione popolare, che aveva fatto grande la città, minacciava di cedere all’anarchia. Il Senato degli aristocratici e dei nobili, gretti ed egoisti, non aveva tenuto in alcun conto la gran massa della povera gente ed ora tutti coloro che erano diventati schiavi per debiti erano pronti alla ribellione.

I due consoli Publio Servilio ed Appio Claudio erano in feroce contrasto con il primo pronto a sentire le ragioni del popolo ed il secondo decisamente antiplebeo.

La protesta dei plebei si estese all’esercito, con in testa Sicinio Belluto, che portò diverse schiere di soldati, a cui si aggiunsero in massa gli stessi plebei, su una collina fuori città, oltre il fiume Aniene, attuando una vera e propria secessione.

Il Senato nominò dittatore Marco Valerio, figlio di Publicola, ma questi, osteggiato da Appio Claudio, non ebbe successo e si dimise.

Peraltro nel campo dei plebei l’eccitazione cresceva, montata da un tal Lucio Giunio, che chiamandosi come il grande fondatore della repubblica, aveva aggiunto ai propri nomi quello di Bruto, per somigliare più che mai al rivoluzionario.

Emerse, allora, un personaggio assai noto e saggio, Menenio Agrippa, che già era stato console ed era proveniente dalla plebe e che convinse il popolo con alcune concrete proposte, prima fra tutte la cancellazione dei debiti.

Il luogo della secessione prese il nome di Monte Sacro, poiché su di esso si erano finalmente riconosciuti ai plebei importanti diritti, come quello di farsi rappresentare e difendere da due loro esponenti che avrebbero affiancato i consoli patrizi : i tribuni della plebe, annuali, inviolabili, eletti dai plebei nei comizi tributi.

I tribuni della plebe non avrebbero fatto parte del Senato, ma avevano la possibilità di opporsi, mediante il diritto di veto, a qualsiasi decisione dei patres che fosse sfavorevole ai loro protetti. Le abitazione dei tribuni plebis dovevano rimanere aperte giorno e notte perché in qualsiasi momento si potesse chiedere il loro intervento.

I primi tribuni della plebe furono : Caio Licinio e Lucio Albinio, era il 494 a. C. .

La vittoria dei plebei era così grande e così socialmente rivoluzionaria che sul Monte Sacro si eresse un prezioso altare a Giove, Iuppiter Territor, mentre Menenio Agrippa, moriva in miseria.

Un’altra atto che doveva interpretarsi come momento di debolezza da parte di Roma, pur nell’ambito di una sua indiscussa predominanza, fu il patto commerciale di navigazione con Cartagine.

Il trattato, sottoscritto sotto il consolato del primo Bruto e di Marco Orazio, delimitava con minuzia le rispettive zone di influenza : i romani avrebbero evitato di avvicinarsi con le loro imbarcazioni alla costa africana e ad altre coste indicate con esattezza ed i cartaginesi non avrebbero impiantato colonie nei territori laziali né in Campania. Altre clausole riguardavano sia l’emergenza degli accostamenti consentiti in caso di tempeste, sia la durata massima delle eventuali riparazioni delle navi nei porti in cui si erano dovute rifugiare.

 

D’altronde i popoli vicini a Roma, etruschi, volsci ed equi continuavano a pretendere l’indipendenza.

L’ennesima rivolta dei Volsci fu sedata da un giovane generale romano di origine sabine, Caio Marzio, che per aver conquistato Corioli, la capitale dei Volsci, sita tra i Monti Albani, meritò il soprannome di Coriolano.

I senatori avrebbero voluto Coriolano come console, ma questi era contro la plebe, che accusava di aver ottenuto dei diritti tramite un’assurda ed ingiustificata secessione.

Coriolano fu processato e nonostante si fosse difeso mostrando il suo corpo straziato dalle ferite di guerra, venne condannato all’esilio perpetuo, con il voto di 22 tribù contro 9.

Per la prima volta si era chiamato l’intero popolo ad emettere una sentenza in una votazione per tribù in cui tutti i voti avevano identico valore, al di là del censo.

E la cosa esaltava il potere della plebe.

Coriolano raggiunse Anzio e si mise a capo di quelli che erano stati i suoi nemici, i Volsci e gli Equi, portandoli, nell’ennesima rivolta, fin sotto le mura di Roma.

Coriolano fu fermato dalla madre Veturia e dalla moglie Volumnia.

Veturia : “Voglio sapere se ho di fronte un figlio od un nemico ! Ti annuncio che se non riuscirò a far trionfare la concordia sull’odio, mi darò la morte”.

Coriolano : “ Madre hai vinto. Hai salvato la patria, ma hai perso un figlio”.

Andò incontro alla furia dei Volsci che lo accusarono di tradimento ed a colpi di pietra fu lasciato esanime sul terreno.

I Volsci furono momentaneamente fermati, ma la situazione interna di Roma non trovava equilibri. La contesa tra patrizi e plebei fece l’ennesima vittima. Il console Spurio Cassio fu condannato a morte e gettato dalla rupe Tarpea senza che se ne ricordassero i meriti di grande generale. Presso i patrizi gli era stato fatale l’aver ideato, nel 486 a. C., la prima legge agraria. La legge appariva favorevole ai plebei nella ridistribuzione del terreno pubblico e lui era stato accusato di cercare alleanza con l’inconfessato proposito di farsi re.

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Non meno pericolosa fu la lotta contro gli Equi, alleati dei Volsci e predoni rapaci; essi avevano il loro centro strategico al passo dell'Algido fra Tuscolo e Velletri, dove si erano accampati nel 458 a. C. dopo aver saccheggiato, violando una tregua, l'agro Tuscolano e Labicano. La lotta è collegata a un'altra bella leggenda : Cincinnato, nominato dittatore, lascia l'aratro, libera il console Lucio Esquilino Minucio assediato e, dopo pochi giorni, ritorna al suo campicello.

Ma l'azione risolutiva contro gli Equi fu compiuta dal dittatore Q. Postumio, il quale scacciò gli Equi dall'Algido (431 a. C.). Una successiva azione del dittatore Q. Servilio Prisco consentì la deduzione di una colonia latina a Labico nell'anno 415 a. C.

Una pace ancora instabile, con i Volsci, è riferita all'anno 396 a. C.

Ma anche a settentrione Roma era da tempo impegnata contro due città, Veio e Fidene. Gli Etruschi si erano presto impadroniti di Veio; Fidene, pur rimasta di lingua latina, era stata costretta ad agire d'accordo con Veio e con Faleri; i Romani pretendevano che fosse colonia di Roma fin dai tempi di Romolo, così che la città fu presa e perduta più volte; nel 438 a. C. si ribellò di nuovo e fu ripresa e quasi distrutta dal dittatore Emilio Mamerco.

Il territorio di Fidene fu diviso fra le due tribù Claudia e Clustumina.

 

La lotta decisiva contro Veio, che ricorda la strage dei Fabii, scoppiò più tardi e culminò col decennale assedio della città. La presa di Veio fu opera dal dittatore M. Furio Camillo mediante una galleria con la quale i Romani penetrarono nell'arce (396 a. C.) e fu messa a ferro e fuoco e spopolata parte con stragi, parte vendendo schiavi gli abitanti; il vasto territorio di Veio, annesso al dominio romano, fu distribuito a cittadini romani e costituì l'area di quattro nuove tribù rustiche: Stellatina, Tromentina, Sabatina, Arniense.

La caduta di Veio ebbe importanza particolare per l'accrescimento del territorio romano che portò lo Stato Romano (kmq 2.200) quasi alla pari per estensione con quello della Lega Latina (kmq 2.500) e consolidò definitivamente il primato di Roma sul Lazio.

Ma la caduta di Veio era stata resa possibile anche dall'indebolimento della potenza etrusca, causato dalla pressione dei Celti (Galli) che attorno al 400 si erano estesi nella pianura del Po e andavano rafforzandosi in Emilia.

 

I GALLI

I Galli Senoni e Boi avevano varcato l'Appennino intorno all'anno 390 a. C. e posto l'assedio all'etrusca Chiusi e pare che avessero solo di mira di far preda, sperando in un ricco bottino. Essi spinsero le loro scorrerie anche contro Roma e presso il fiumicello Allia si scontrarono con l'esercito romano che fu distrutto; parte dei fuggiaschi si ritirò a Veio. I Galli entrarono in Roma senza trovar resistenza, anzì, secondo la tradizione, sarebbero entrati dalle porte dimenticate aperte: evidentemente una cinta di difesa resistente non c'era ancora e le mura cosiddette serviane furono costruite dopo. La leggenda è ricca di episodi ( sui Senatori, le oche capitoline e la riscossa di Camillo ), che mirarono ad attenuare le gravità della sconfitta, ma il dies Alliensis (18 luglio) era ricordato come giorno nefasto ancora nei calendari dell'età imperiale.

Per quanto grave la disfatta dell'Allia, il danno materiale non era irreparabile; i Galli con le ricche prede e dopo il vano tentativo di occupare il Campidoglio, se ne ritornarono indietro. Più gravi furono invece le ripercussioni morali e politiche, per la pericolosissima reazione dei popoli vinti o assogettati, coll'aggravante di un moto separatista nella federazione latina.

Ma Roma, favorita soprattutto dalla ormai raggiunta collaborazione delle classi sociali, dal valore e dalla resistenza dei soldati romani e dall'abilità e la tenacia dei loro capi, riuscì ancora a trionfare dei suoi nemici: si aggiunse il fatto che non tutte le città abbandonarono Roma e che, anzi, parecchie di esse erano disposte territorialmente in modo da formare in parte una cerchia difensiva per i Romani, e in parte delle barriere che spezzavano la contiguità territoriale dei nemici e impedivano loro la collaborazione e il coordinamento degli sforzi contro Roma.

Occorse una serie di guerre fino al 358 a. C. per restaurare l'egemonia romana nel Lazio.

Fu rinnovato il Foedus Cassianum e vi fu ammessa qualche città come Preneste che prima ne era fuori.

Dopo il 358 ripresero le ostilità con Roma anche gli Etruschi, anzitutto Tarquinia e Falerii e poi anche Caere, che pure era rimasta amica di Roma durante l'incursione dei Galli; ma ogni tentativo fallì e Caere dovette sottomettersi a Roma nella forma nuova di civitas sine suffragio (353 a. C.), accettando l'autorità di magistrati romani e pagando i tributi.

Con Tarquinia e con Falerii fu conclusa una lunga tregua. Ormai lo Stato Romano superava i 3.000 kmq; le irruzioni dei Galli non ebbero più effetto giacché contro ogni sorpresa Roma aveva provveduto alla costruzione delle sue mura di cui restano imponenti avanzi.

 

LE GUERRE SANNITICHE

L'assetto dato al Lazio non era certamente definitivo, ma Roma poté riprendere la sua espansione verso mezzodì, includendo Formia e Fondi, forse città volsce, nella lega latina, e costringendo gli Aurunci a entrare nell'amicizia romana. In questo modo i Romani e i Latini si aprivano la via alla Campania, ma anche a un nuovo contrasto con la forte popolazione dei Sanniti che già erano scesi in quella regione, e, a contatto con gli Etruschi e coi Greci, erano civilmente progrediti.

Il benessere dei Campani era un'attrattiva per la conquista da parte dei Sanniti più arretrati, e un conflitto fra questi e la lega di Capua provocò l'intervento dei Romani chiamati da Capua in propria difesa.

Così nel 343 a. C. scoppiò la prima guerra sannitica che si esaurì in breve periodo di tempo, ma le cui vicende sono assai oscure e dubbia la vittoria dei Romani. Sulla conclusione della pace (341 a. C.) è probabile che agissero, per i Sanniti e i Lucani loro consanguinei, il pericolo di un'offensiva dei Greci e per i Romani quello di una nuova pericolosa insurrezione dei Soci Latini.

La nuova guerra contro la Lega Latina (340-338 a. C.) infatti si presentava difficile per la identità di lingua e degli ordinamenti militari dei due contendenti, donde le disposizioni disciplinari severe dei consoli T. Manuo Torquato e P. Decio Mure, ai quali si riferiscono episodi leggendari.

Le truppe della campagna sono segnate nei Fasti Trionfali, Roma nell'anno 340 a. C. trionfò sui Latini, Campani e Sidicini; nel 339 sui Latini; nel 338 su Pedo, Timur, Anzio, Lavinio e Velletri. La lega Latina fu disciolta e fu tolto alle città latine il diritto di commercio fra loro. Lo Stato Romano, enormemente accresciuto il territorio, era diventato se non il più vasto certo il più forte d'Italia.

 

La fondazione della colonia fortificata di Fregelle nell'anno 328 e l'intervento a Napoli furono causa della seconda guerra sannitica (327-304 a. C.). La lotta fu a lungo incerta, data la struttura della legione romana non adatta a combattere nella regione montuosa del Sannio.

Due legioni furono sorprese in una gola presso Caudio ( Forche Caudine ), forse fra Arienzo e Montesarchio e costrette a passare sotto il giogo (321 a. C.).

I Romani però modificarono la rigida struttura della legione e la nuova ripresa è segnata dalla tradizione e dai Fasti con l'opera del console L. Papirio Cursore, vincitore dei Sanniti a Luceria.

Gli Etruschi, risvegliatisi, vennero nuovamente battuti nel 310 dall'audace marcia del console Quinto Fabio Rulliano oltre la Selva Ciminia e costretti alla pace (309 a. C.).

La rivolta degli Ernici, inattesa dopo quasi due secoli di costante fedeltà, fu presto domata.

I Sanniti, perduta la loro capitale Boviano, dovettero piegarsi alla pace, mantenendo la loro autonomia, rinunciando a pochi territori tra cui Fregelle, e abbandonando ogni pretesa nella Campania, nell'Apulia e presso i popoli vicini, come i Marsi, i Peligni, i Frentani, ecc. con i quali Roma strinse accordi che le riconoscevano la supremazia.

Le guerre però non erano finite. Nella terza guerra sannitica contro Roma (298-290 a. C.) i Sanniti riuscirono a formare una potente coalizione con i Galli, gli Etruschi, gli Umbrì, i Sabini e a congiungere il proprio esercito con le forze degli alleati. Ma Roma nell'anno 295, a Sentino, nel territorio degli Umbri ( Civita di Sassoferrato ), inflisse una decisiva disfatta ai Sanniti e ai Galli, che assicurò il duraturo predominio romano su tutta l'Italia centrale.

I Galli, gli Umbri e gli Etruschi accettarono la pace; i Sanniti e i Sabini furono ancora sconfitti ad Aquilonia nel 293, e dovettero sottomettersi.

Furono fondate nel 283 a. C. le colonie di Sena Gallica (Senigallia) sull'Adriatico e, nell'Apulia, di Venosa e lo Stato romano si estese, così, a circa 20.000 kmq. e 60.000 il territorio degli alleati, mentre gli abitanti, complessivamente, ammontavano a circa tre milioni.

 

PIRRO

Fino al tempo delle guerre sannitiche i Romani non si erano occupati politicamente delle colonie greche d'Italia, le quali avevano avuto rapporti ostili solo con gli indigeni Apuli, Lucani, Sanniti, ecc. In loro difesa contro gli Italici, i Greci avevano più volte chiesto aiuti agli Stati della madrepatria, ma nulla di durevole avevano potuto concludere. La lunga lotta di Roma contro i Sanniti poté quindi essere considerata dalle città della Magna Grecia come un loro vantaggio quasi che i Romani fossero loro alleati, tanto che sulle monete di Locri si può vedere, non senza sorpresa, la più antica immagine di Roma. Inoltre, Turii, rivale di Taranto, Locri e Regio, per resistere ai Lucani, verso l'anno 282 a. C. chiesero e ottennero aiuto e guarnigioni a Roma. Taranto però, la più potente, preoccupata dall'avanzarsi dei Romani, aveva cercato fin dal 303 a. C. di garantirsi dai loro interventi concludendo con essi un trattato col quale i Romani si impegnavano a non avanzare con le loro navi da guerra nel mare Ionio oltre il capo di Hera Lacìnia (ora Capo Colonna). Ma poco dopo, i Tarantini affondavano alcune navi romane che non avevano rispettato la clausola, e questo fu motivo di guerra.

Intanto si erano assicurati l'aiuto di Pirro, re dell'Epiro, valente condottiero del mondo ellenistico, che sbarcato in Italia nel 280 a. C. sbaragliò il console Publio Valerio Levino presso Eraclea con l'uso degli elefanti, allora ignoti ai Romani, che li chiamarono “buoi lucani”.

I Romani persero 15.000 uomini, ma altrettanto alte, 13.000 soldati, furono le perdite dell’epirota : “Ancora un’altra vittoria come questa e tornerò in Epiro da solo. Da oggi in poi si ricorderanno a mio disdoro come vittorie di Pirro, le vittorie troppo costose”.

L'anno dopo Pirro sconfisse ancora i Romani presso Ascoli Satriano, ma fallì il tentativo di marciare su Roma, nè gli riuscì di trattare la pace con Gaio Fabrizio Luscino mandato dal Senato per trattare il riscatto dei prigionieri, sia per l'opposizione del Senato stesso, sia per l'offerta di alleanza fatta a Roma da Cartagine. Si rivolse allora verso la Sicilia ma, dopo i primi successi, le discordie dei Greci lo indussero a ritornare in Italia e a perseguire la guerra contro i Romani che, in una battaglia presso Malevento (che più tardi fu chiamata Benevento), comandati da Manlio Curio Dentato (275 a. C.) lo sconfissero. Taranto si arrese nel 272 e dovette entrare nella Federazione Italica la quale, con l'aggregazione di Reggio nel 270, raggiunse l'estremo limite meridionale della Penisola.

 

Così il dominio romano abbracciava ormai tutta l'Italia peninsulare, estendendosi dal mare Ionio fino a una linea approssimativa tra Pisa e Rimini. Nell'anno 264 a. C. lo Stato romano aveva raggiunto un'area di circa 25.000 kmq e il territorio degli alleati si era esteso ad altri 100.000 circa, dei quali 12.000 appartenevano alle città e alle colonie latine. I calcoli della popolazione sono certamente più difficili; si ritiene che lo Stato romano avesse un milione circa di abitanti. Nel censimento del 265-264 a. C. la cifra dei maschi adulti risultava di circa 300.000. Per quanto concerne gli alleati si sa che nel 225 a. C. misero a disposizione di Roma circa 340.000 fanti e 30.000 cavalieri. Queste cifre lasciano dedurre che l'esercito di cui Roma disponeva all'inizio della prima guerra punica si aggirava su almeno mezzo milione di uomini. Roma era diventata una potenza militare di primo ordine, di cui dovevano tener conto le maggiori potenze contemporanee, Macedonia, Siria, Egitto, Cartagine.

Il processo di latinizzazione dell'Italia proseguì senza mai arrestarsi; la superiorità militare e politica di Roma era rafforzata e giustificata dalla efficacia del suo sistema giuridico che si andava spontaneamente affermando, recando pace e miglioramenti delle condizioni civili.

 

 

 

 

 

 

 

Roma, Cartagine e la Prima Guerra Punica

Compiuta l'unità della Penisola, ragioni di difesa e di sviluppo richiamarono Roma alla nuova missione mediterranea. L'Italia romana, ricca di giovani energie, era ora spinta verso il mare per cercarvi la sicurezza e il fondamento della sua potenza; ma si trovò di fronte Cartagine.

I Cartaginesi, dediti quasi esclusivamente ai commerci e all'espansione coloniale, possedevano una potenza navale di prim'ordine, forte e sperimentata, ma un esercito di terra formato da elementi mercenari. Roma era invece una forte e sperimentata potenza militare, fondata essenzialmente sull'agricoltura e sulla proprietà terriera dei suoi cittadini, pronti a difendere la patria non solo col cervello e col braccio ma anche col cuore. Essa dimostrò infatti quanto facile le riuscisse di costituire anche una forte potenza navale.

Questa differenza della struttura dello Stato e delle forze economiche, sociali e morali dei due grandi antagonisti, ci fa intendere le profonde ragioni sul trionfo finale di Roma.

Fino alla conquista romana della Magna Grecia le relazioni fra Roma e Cartagine erano rimaste amichevoli. Alla fine della monarchia etrusca a Roma, un primo trattato di amicizia riferito da Polibio al 509 a. C. costituisce il più antico documento sulle relazioni internazionali di Roma. Nel 306 fu convenuto il reciproco riconoscimento dell'Italia come sfera di azione esclusiva di Roma, e della Sicilia come sfera d'azione esclusiva di Cartagine; successivamente di fronte a Pirro si stipulò una nuova alleanza militare (278).

La causa occasionale della guerra fu offerta dai Mamertini. Questi erano soldati mercenari italici e prendevano il nome da Mamers, nome osco di Marte. Licenziati dal governo di Siracusa, invece di ritornare alla loro patria si impadronirono di Messina (289 a. C.) e, sconfitti più tardi da Ierone, signore di Siracusa (265), invocarono l'aiuto dei Cartaginesi, che mandarono un presidio. Furono però presto scontenti del protettorato cartaginese, e chiesero aiuto ai Romani, che mandarono forze a Messina, sotto il comando di Appio Claudio Caudice.

I Cartaginesi concentrarono tutte le loro forze presso Messina e strinsero alleanza con Ierone; ma i due eserciti collegati furono sconfitti e i Romani riuscirono a staccare Ierone da Cartagine e a occupare Agrigento.

I Romani, che in realtà conoscevano da tempo l'arte navale, poterono anche provvedere alla rapida costruzione della flotta perché signori dell'Etruria e delle città greche dell'Italia Meridionale, da cui potevano ottenere navi, marinai e rematori.

Una prima flotta, al comando del console Caio Duilio, presso il promontorio di Mylae (Milazzo) riportò una grande vittoria navale sulla flotta cartaginese, stimata quasi invincibile (260 a. C.). La vittoria fu in gran parte dovuta al sistema di ponti a uncini ( corvi ) per l'abbordaggio, che permetteva di trasformare la battaglia navale in tanti piccoli combattimenti di fanti a corpo a corpo, in cui i Romani erano assai superiori al nemico. Nell'anno 256, una nuova poderosa flotta sotto il comando dei consoli Marco Attilio Regolo e Lucio Manlio Vulsone Longo, sbaragliata la flotta cartaginese al Capo Ecnomo presso Licata, sbarcò l'esercito in Africa presso Clupea (Ermeo, attuale Capo Bon).

Ma Attilio Regolo, rimasto in Africa, fu sconfitto e fatto prigioniero da Santippo, generale mercenario spartano (255 a. C.), che con la sua vittoria suggellava il fallimento della spedizione africana dei Romani.

Trascorsero cinque anni prima che i cartaginesi rinviassero Regolo a Roma sulla parola, perché fosse lui a riproporre le condizioni di resa. Ma davanti al Senato, Regolo non fece altro che esortare i concittadini a proseguire la guerra. Svolta la sua missione , anche se non nel senso voluto dai Cartaginesi, egli, sciogliendosi dalle suppliche del Senato e dall’abbraccio della famiglia, se ne tornò in Africa, per mantenere la parola data, con animo sereno. I Cartaginesi lo ripagarono barbaramente con una straziante morte : lo fecero rotolare giù per una china rinchiuso in una botte irta di chiodi.

I consoli Marco Emilio e Servio Fulvio con una nuova flotta sconfiggono i cartaginesi nei pressi del promontorio Ermeo, recuperano i soldati rimasti in Africa e tornano in Italia. Ma incappano in una furiosa tempesta estiva al largo di Camarina Siracusana e eprdono 280 navi e 60.000 uomini .

Fallito il tentativo africano, la Sicilia rimase il teatro della guerra e gli anni dal 255 al 242 furono i più difficili, nei quali non mancò l'attività piratesca da entrambe le parti.

Deciso l'allestimento di una nuova flotta poderosa, 300 navi, il console Caio Lutazio Catulo investì Drepana ( Trapani ), dove si erano asserragliati i Cartaginesi e in uno scontro navale presso le Egadi sbaragliò l'armata cartaginese di 300 navi che trasportava ingenti aiuti alla fortezza assediata ( 241 a. C. ).

A conseguenza di ciò Cartagine chiede e ottiene la pace a condizioni abbastanza moderate, rinunciando, a favore di Roma, al possesso della Sicilia e a far guerre senza il consenso romano.

 

La fine della prima guerra punica poneva il problema della smobilitazione, particolarmente grave per Cartagine il cui esercito, formato quasi totalmente da mercenari, non potendo riscuotere il soldo pattuito, provocò una gravissima rivolta. I mercenari di Sardegna offersero l'isola ai Romani, e quando Cartagine si accinse a domarli, Roma intervenne e la costrinse a rinunziare alla Corsica e alla Sardegna, secondo il trattato di pace del 241.

La Sicilia aveva una civiltà molto sviluppata e non poteva essere romanizzata gradualmente con colonie romane o latine, ne le sue città dovevano essere trattate tutte a un modo, dato il loro diverso atteggiamento.

Furono così costituite le due prime province romane ( Sicilia e Sardegna ), con a capo di ciascuna un pretore con potere assoluto della durata di un anno.

Dopo il 236 Roma fu occupata nelle lente campagne per la sottomissione effettiva dei Sardi, dei Corsi e dei Liguri per assicurarsi il dominio dell'Arno e di Pisa, come base delle sue comunicazioni con la Corsica; ma a un certo momento si trovò di fronte i Galli che, offesi da una distribuzione al popolo romano del territorio a Sud del Rubicone (282) o sobillati dal cartaginese Asdrubale, mossero contro Roma: il loro grosso esercito tuttavia fu affrontato dai Romani presso Talamone in Etruria, e interamente distrutto (225 a. C.). Con la successiva battaglia di Clastidium ( Casteggio ), i Galli Insubri furono costretti a cedere gran parte dei loro territori, in cui furono dedotte le colonie latine di Cremona, Piacenza e Modena.

Così una parte notevole dell'Italia continentale fu aggregata alla Repubblica romana.

 

Negli stessi anni Roma affrontò anche il problema degli Illiri, che danneggiavano il commercio degli Italici nell'Adriatico con azioni di pirateria, e li ridusse a suoi tributari, obbligandoli a non navigare con più di due navi insieme a Sud di Lissio ( Alessio ); le città greche, fino allora sottomesse alla supremazia illirica, ottennero da Roma la libertà a condizioni abbastanza favorevoli.

Frattanto Cartagine aveva iniziato la conquista economica e militare della Spagna per compensare la perdita della Sicilia: ne era stato incaricato Amilcare Barca ( = fulmine ), che ricuperò dapprima i domini Cartaginesi costieri, perduti durante la guerra con Roma, poi si volse a sottomettere le tribù indigene e ad assicurarsi il controllo dei bacini minerari di rame e di argento.

Nel 229 Amilcare muore misteriosamente annegato in un fiume e la sua opera fu continuata dal genero Asdrubale, che si valse delle arti diplomatiche più che della guerra, stringendo accordi con vari capi Iberi: fondò Cartagena ( o Carthago Nova ), che fu la migliore stazione navale spagnola, ma dovette concludere il trattato dell'Ebro con i Romani, riconoscendo tale fiume come limite dell'espansione cartaginese in Spagna.

Quando Asdrubale nel 221 venne assassinato da uno schiavo gallico, scoppiarono a Cartagine gravi agitazioni per opera degli avversari dei Barca, ma l'esercito acclamò il suo comandante Annibale, il maggiore dei figli di Amilcare.

 

 

 

 

 

 

 

La Seconda Guerra Punica

L'azione di Annibale assunse subito un carattere nettamente ostile ai Romani. Concentrato un forte esercito a Cartagena (220-219 a. C.), preparò una spedizione contro Sagunto, città iberica indipendente a Sud dell'Ebro, alleata di Roma, sapendo così di provocare la guerra. I romani dapprima intimarono ai Cartaginesi di abbandonare l'assedio della città, poi chiesero loro la consegna di Annibale e dei suoi consiglieri; al rifiuto seguì l'apertura delle ostilità.

Annibale, lasciato il fratello Asdrubale al comando dei presidi spagnoli, intraprese la sua marcia memorabile dalla Spagna, attraverso i Pirenei, la valle del Rodano e le Alpi, fino alla Valle Padana. Interessante la disquisizione fatta da Polibio riguardo alla geografia e al percorso seguito da Annibile per giungere in Italia.

Egli contava anche sull'effetto morale della sua impresa e in particolare sulle tribù galliche della Cisalpina, insofferenti del dominio romano, e sulla disgregazione della lega italica stretta intorno a Roma.

I Romani avevano preparato due eserciti, destinati l'uno a sbarcare in Africa, l'altro, sotto il comando di P. Cornelio Scipione a invadere la Spagna. Scipione, che si trovava alle foci del Rodano, avuta notizia della marcia di Annibale, si gettò al suo inseguimento senza riuscire a impedirgli di varcare le Alpi. Al Ticino avvenne il primo scontro, conclusosi con la vittoria cartaginese (218).

Ma se Annibale trovò favorevole i Galli, le vittorie del Ticino, della Trebbia e quella più importante del Trasimeno (217) non intaccarono la lega italica, e nessuna città umbra ed etrusca si diede ad Annibale, che si accampò in Campania. Roma in questa difficile situazione nominò dittatore Fabio Massimo che, per la sua tattica di indebolire il nemico senza venire a battaglia campale, fu chiamato cunctator, il "temporeggiatore".

Nel 216, con l'elezione dei nuovi consoli Emilio Paolo e Terenzio Varrone, riprese favore presso i Romani il programma dell'offensiva, ma in Puglia, presso Canne , l'esercito romano fu disfatto dai Cartaginesi; Emilio Paolo cadde sul campo. Poco dopo un altro esercito fu sconfitto dai Galli nell'Italia Settentrionale, sicché questa regione andò perduta; rimasero a Roma solo l'Italia Centrale e parte dell'Italia Meridionale.

I Romani però avevano sempre il dominio del mare, così' che Annibale non potè ricevere adeguati soccorsi da Cartagine e dalla Spagna. In Sicilia tuttavia dovettero ridurre all'obbedienza Siracusa, passata ai Cartaginesi, mentre in Epiro dovettero difendersi contro l'attacco del re di Macedonia Filippo V (prima guerra macedonica e pace di Fenice). Mentre Roma riprendeva Capua, falli alla battaglia del Metauro il tentativo di Asdrubale di portare aiuto dalla Spagna al fratello Annibale. Immobilizzato Annibale nelle sue posizioni del Bruzio (Puglia), i Romani furono in grado di portare la guerra in Africa; il comando fu affidato a Scipione , che sbarcò l'anno dopo in Africa, presso Utica. Assicuratosi l'alleanza del re di Numidia, Massinissa, Scipione batté ai Campi Magni i Cartaginesi, che s'affrettarono a richiamare Magone dalla Liguria e Annibale dal Bruzio (203).

I due capitani si affrontarono in battaglia non lontano da Zama ; la vittoria dei Romani fu piena e decisiva (202). Cartagine dovette accettare la durissima pace che Scipione le impose.

Cartagine fu, secondo il trattato di pace, costretta a rinunciare alla Spagna e a tutti i dominii non punici d'Africa; consegnare gli elefanti da guerra e tutta la flotta meno dieci triremi; rinunciare a far guerre fuori dell'Africa e a farle in Africa solo col consenso di Roma; pagare un'indennità di diecimila talenti in cinqnant'anni. Cento ostaggi scelti da Scipione dalle primarie famiglie dovevano garantire la sincera osservanza degli accordi stipulati.

La secolare rivale di Roma, che un tempo era stata signora dell'Occidente, spariva per sempre dal numero delle grandi potenze (201 a. C.); Scipione ebbe il titolo di Africano.

 

Roma e il Mediterraneo

L'espansione romana nel bacino del Mediterraneo

 

Roma aveva così spezzato a proprio vantaggio l'equilibrio di forze fino allora esistente nel Mediterraneo occidentale e nella sua capacità di ascesa poteva rivolgersi all'Oriente, agevolata in questa sua espansione dalla rottura dell'equilibrio fra le tre grandi potenze del Mediterraneo orientale,

Macedonia, Egitto e Siria. Sorse così il problema dei rapporti tra Roma e questi tre stati e, in primo luogo, fra Roma e la Macedonia, che si stava espandendo.

Il primo a essere attaccato dai Romani fu proprio Filippo V, re di Macedonia, che dovette abbandonare la Grecia e tutte le conquiste fatte dopo il trattato di Fenice in seguito alla seconda guerra macedonica (199-197 a. C.) conclusasi con la vittoria romana di Cinocefale.

Nel 196 fu proclamata l'indipendenza della Grecia.

In seguito scoppiò la terza guerra macedonica contro il figlio di Filippo, Perseo (171-168 a C.), portata vittoriosamente a termine dal console L. Emilio Paolo, e fu domata una successiva ribellione guidata dal Pseudo Filippo: la Macedonia fu allora trasformata in provincia dello Stato romano (148). La stessa sorte toccò alla Grecia due anni dopo, allorché Lucio Mummio sconfisse l'esercito greco e distrusse Corinto, trasformando la Grecia nella provincia di Acaia.

Anche Antioco, re di Siria, che si era compromesso non solo con la conquista di dominii egiziani, ma anche perché aveva accolto nel 195 alla sua corte Annibale, esule da Cartagine, dovette venire a patti con Roma. Battuto dai Romani alle Termopili, in Grecia, e costretto a ritirarsi in Asia, fu definitivamente sconfitto nella piana di Magnesia, in Asia Minore, nel 190 a. C. Il suo regno fu limitato al di là della catena del Tauro e del fiume Halys; il re dovette consegnare gli elefanti da guerra e la flotta, e pagare un'indennità di 15.000 talenti. I territori dell'Asia Minore tolti alla Siria furono in gran parte assegnati al re di Pergamo e a Rodi.

Molto più gravi furono le guerre che i Romani dovettero sostenere nella prima metà del secondo secolo a. C. nella penisola iberica, divisa nel 197 nelle due province della Spagna Citeriore e Ulteriore. Lunga resistenza opposero le tribù dei Lusitani e di altre genti indigene, soprattutto dei Celtiberi. L'insurrezione dei Lusitani fu stroncata da Quinto Servilio Cepione con l'assassinio di Viriato (138-134); l'insurrezione dei Celtiberi fu conclusa da Lucio Cornelio Scipione Emiliano con la distruzione di Numanzia (133 a. C.).

Le guerre non distolsero però i Romani dalla restaurazione del loro dominio in Italia: l'azione era necessaria in quanto aveva presa nuovo vigore l'insurrezione gallica nella valle del Po. Nell'Italia Settentrionale furono prima sconfitti e sottomessi i Galli Insubri e Boi (nel loro territorio fu dedotta la colonia di Bononia, 189 a. C.), poi i Salassi e i Taurini. Alla guerra gallica si accompagnarono le campagne contro i Liguri, in particolare dal 186 contro gli Apuani e contro gli Ingauni. In conseguenza della vittoria sui Galli e sui Liguri, un vasto territorio dell'Italia Settentrionale a Sud del Po venne confiscato e diventò dominio diretto dei Romani, i quali provvidero a dedurvi numerose colonie, fra le quali vanno ricordate Forti, Lucca, Modena, Parma e Aquileia.

 

La terza Guerra Punica

La distruzione di Cartagine

 

Dopo la guerra annibalica i rapporti fra Cartagine e Roma furono corretti; i Cartaginesi non vennero mai meno agli impegni verso Roma, dandole anche aiuto con la flotta nelle guerre d'Oriente. Ma il re di Numidia, Massinissa, prese ad abusare della clausola del trattato romano-cartaginese che gli consentiva di rivendicare tutti i territori di Cartagine appartenuti un tempo ai suoi antenati. Nonostante le proteste e le ambascerie dei Cartaginesi, il Senato romano lasciò sempre mano libera all'aggressore, che venne gradualmente restringendo il territorio cartaginese. La città fu così ridotta alla disperazione e nell'anno 151 a. C. dichiarò guerra a Massinissa, fornendo quindi a Roma un motivo legalmente ineccepibile per dichiararle guerra.

L'imposizione del Senato romano ai Cartaginesi di abbandonare la loro città e fondarne una nuova a 15 km dal mare, provocò la reazione di Cartagine, che si ribellò agli ordini di Roma. Assediata resistette per circa tre anni, finché Lucio Cornelio Scipione Emiliano poté prenderla d'assalto al principio del 146. La città fu incendiata e distrutta; il suolo su cui sorgeva fu maledetto, il suo territorio fu annesso allo Stato romano col nome di provincia d'Africa.

Con la distruzione di Corinto, Cartagine e Numanzia, il periodo delle grandi conquiste romane nel Mediterraneo era concluso (188 a. C.); nello stesso anno anche il Regno di Pergamo, come già la Cirenaica, passò in eredità al popolo romano.

 

Le lotte sociali i Gracchi e Gaio Mario

 

Il Senato romano era, fin dalla prima guerra punica l'unica magistratura che poteva governare l'Italia in un periodo in cui i consoli si trovavano spesso per ragioni di guerra fuori di Roma: esso era costituito difficilmente da homines novi, prevalentemente anzi da patrizi e plebei che avevano rivestito le magistrature dello Stato, sperimentati nelle questioni politiche d'ordine interno e di politica estera, appartenenti a un numero piuttosto ristretto di famiglie.

Dall'esame dei cento collegi consolari che precedono il tribunato dei Gracchi, si ricava che su 92 consoli patrizi ben 85 appartennero a sole dieci famiglie, ciascuna delle quali diede un minimo di quattro consoli:

la gens Cornelia per es. ne diede da sola 23. Lo stesso avvenne per i 108 consoli plebei, 74 dei quali appartennero a undici sole famiglie. In mezzo secolo, dal 200 al 146 a, C., si ha solo una dozzina di consoli appartenenti a famiglie meno illustri, non giunte prima al consolato; in quattro casi soltanto si tratta di homines novi e cioè M. Porcio Catone nel 195, M. Acilio Glabrione nel 191, C. Ottavio nel 165, L. Mummio nel 146.

In questo modo un'oligarchia di nobili governava la cosa pubblica, in contrasto sia con la classe dei "cavalieri", provenienti in genere da famiglie di bassa condizione, arricchitesi coi commerci, con le forniture di guerra e con gli appalti dei lavori pubblici e delle imposte, sia con le classi inferiori della cittadinanza, cioè plebei poveri, clienti, liberti, peregrini ossia stranieri domiciliati nel territorio della Repubblica, sia con gli Italici. Si venne così delineando un complesso di gravi problemi, fra i quali i più urgenti erano quello agrario, provocato dalla miseria dei plebei nullatenenti e dei vecchi contadini romani e italici, quello dei Soci italici, che esigevano la concessione della cittadinanza, e quello dei cavalieri e dei libertini, i nuovi ricchi non pervenuti ai gradi della nobiltà, che aspiravano a una condizione politica adeguata.

Il problema più grave era quello dei Latini e degli altri alleati italici, sia per la mancata concessione della cittadinanza, sia per la limitazione ai soli Romani dei comandi militari, del governatorato delle province, delle decime e di gran parte del bottino di guerra.

Inoltre vi era stretta connessione fra il problema della cittadinanza e quello agrario, perché i Soci non cittadini romani erano esclusi dalle distribuzioni terriere, La sperequazione fra le varie classi richiedeva una soluzione, ma alle classi dirigenti mancava la volontà e la capacità di ricostituire la piccola proprietà rurale arrestando lo sviluppo del latifondo.

La questione agraria fu così posta all'ordine del giorno da Tiberio Sempronio Gracco, un aristocratico eletto tribuno della plebe, che nel 133 a.C. propose una legge per confiscare tutti i possedimenti abusivi di agro pubblico e limitare l'estensione di quelli legittimi a 500 iugeri, aumentabili fino a 1000 per chi avesse uno o più figli. I terreni confiscati avrebbero dovuto essere distribuiti ai cittadini poveri, che non avrebbero potuto venderli ad altri.

La legge fu approvata con un atto di illegalità, avendo Tiberio Gracco fatto destituire il collega M. Ottavio che si era opposto alla sua promulgazione. Ne nacquero tumulti e violenze in cui il tribuno venne ucciso (132).

Frattanto era nata una grave agitazione fra gli alleati Italici, che non erano stati considerati nella legge, e il partito dei Gracchi chiese che fosse loro concessa la cittadinanza. Il fratello di Tiberio, Gaio Gracco, tribuno della plebe nel 123, rieletto nel 122, presentò un complesso di leggi riprendendo la politica del fratello e collegandola con la politica favorevole agli Italici. Di mente aperta e grande oratore, seppe elevarsi, da vero rivoluzionario, dal problema dell'agro pubblico a una totale riforma dello Stato romano in senso democratico, con la legge frumentaria, la riconferma della legge agraria, la creazione di colonie, l'assegnazione ai cavalieri di un numero preponderante nelle giurie che dovevano giudicare le cause di corruzione (de repetundis) contro i governatori delle province, la concessione della cittadinanza romana ai Latini e del diritto latino agli altri Italici. La reazione suscitata dalle sue proposte portò alla costituzione di bande armate e alla promulgazione da parte del Senato dello stato d'assedio: in uno scontro i Gracchi furono battuti e Caio si fece uccidere da uno schiavo, l'oligarchia senatoria, combattendo le leggi agrarie, aveva così preparato la trasformazione della Repubblica in Impero e la propria rovina.

Negli anni delle agitazioni dei Gracchi, Roma conquistò la Gallia meridionale riducendo il territorio a Sud-Est delle Cevenne a " provincia " (nome rimasto alla Provenza), assicurando così il collegamento diretto fra Italia e Spagna.

Poco dopo; in seguito alle vicende del regno di Massinissa, i Romani furono impegnati in Africa nella guerra contro Giugurta (111-109), nella quale si affermò il console Gaio Mario , che aveva come legato Lucio Cornelio Silla, il suo futuro avversario.

Mario sì accquistò con questa guerra la fama di grande generale, il solo che potesse fronteggiare le tribù germaniche dei Cimbri e dei Teutoni: rieletto console nel 104 e successivamente e senza interruzione fino al 100, sconfisse ad Aquae Sextiae in Gallia i Teutoni e gli Ambroni, e successivamente i Cimbri ai Campi Raudii presso Vercelli (102). Riformò anche radicalmente la struttura della legione romana e introdusse un'innovazione di capitale importanza, destinata a portare nella storia di Roma le più imprevedute conseguenze: l'arruolamento nell'esercito dei capite censi, ossia dei nullatenenti; si creavano infatti in questo modo legami particolari fra un generale e i suoi soldati, che finivano col considerarsi al servizio del loro duce più che a quello della Repubblica.

Mario potè così ottenere, per cinque volte consecutive, l'elezione al consolato da una massa elettorale che militava o aveva militato in gran parte nei suoi eserciti, realizzando una specie di dittatura fuori dalla tradizione e senza rispetto per le leggi. Ciò non era cosa nuova, ma ora, per la prima volta, l'esercito si rivelava come un fattore perturbatore della costituzione romana, come una forza a se stante, fedele a un capo e staccata dal resto dello Stato. L'ascesa di Mario, un homo novus, era una prova dell'indebolimento dell'oligarchia e della potenza raggiunta dai cavalieri, mentre rappresentava nello stesso tempo l'intervento nella vita politica romana dei proletari arruolati negli eserciti.

La lotta politica fra l'oligarchia e la nuova classe dei cavalieri si complicò con il problema dell'elevazione economico-politica del proletariato e dell'estensione della cittadinanza agli Italici. A costoro il governo romano chiedeva solo sacrifici finanziari e militari, non collaborazione ma obbedienza alle decisioni di Roma. Convinti che non avrebbero mai ottenuto l'equo riconoscimento dei loro diritti, nell'anno 90 a. C. gli Italici insorsero contro Roma: i Marsi e i Sanniti dell'Italia Centrale e Meridionale furono alla testa della ribellione (guerra sociale); Corfinium (non lontana da Aquila), cui fu cambiato il nome in quello di Italia, fu la sede della lega formata dai ribelli, che ebbe a capo due consoli e dodici pretori, coadiuvati da un Senato di 500 membri.

I Romani, colti di sorpresa, toccarono varie sconfitte. Il governo di Roma, con la legge Iulia, concesse il diritto di cittadinanza agli alleati rimasti fedeli, che già avevano deposto le armi; con una seconda legge Plauzia Papiria estese la concessione a coloro che l'avessero richiesta entro sessanta giorni dalla pubblicazione della legge; infine la legge del console Cneo Pompeo Strabone estese ai Transpadani la cittadinanza latina e quella di Cesare del 49 a. C. conferì loro la piena cittadinanza. Con queste concessioni le file dei ribelli si assottiglia rapidamente.

 

Le guerre civili

 

In seguito alla concessione della cittadinanza agli alleati si ebbe un enorme ampliamento del territorio romano, ma nessun cambiamento fu portato alle leggi fondamentali di Roma, aggravando così l'inefficienza della vecchia costituzione, adatta soltanto per uno stato di territorio limitato. I magistrati romani divennero quelli dell'Italia; l'esercizio dei diritti politici continuò a essere subordinato all'intervento dei cittadini alle assemblee dell'Urbe, dove avvenivano le votazioni: soltanto il Senato poté apparire l'espressione di tutta la cittadinanza, poiché accoglieva, attraverso le magistrature, i cittadini di ogni parte d'Italia.

Molti contrasti e conflitti suscitò a Roma questa situazione e un grave disaccordo si manifestò sul modo di inscrivere nelle 35 tribù i nuovi cittadini italici. L'aristocrazia, per limitare la loro influenza nei comizi, voleva che fossero inclusi in un numero ristretto di tribù che avrebbero votato per ultime; gli avversari, che avevano ritrovato in Mario il loro esponente, volevano che fossero distribuiti in tutte le 35 tribù. Mentre si riaccendevano le discordie interne che culminarono nella guerra civile, nuovi pericoli si delineavano all'esterno.

In Oriente con Mitridate VI Eupatore re del Ponto; in Occidente con la guerra di Spagna contro Sertorio; in Italia con la guerra servile suscitata da Spartaco, nel Mediterraneo con la guerra contro i pirati.

Tutte queste guerre si trovano variamente intrecciate con le lotte civili, che si svolsero in tre fasi distinte e con protagonisti diversi per oltre mezzo secolo, dall'anno 87 al 31 a. C., e si chiusero con l'avvento di Augusto.

Il comando della guerra contro Mitridate era stato assegnato a Silla, eletto console nell'88, ma per l'ostilità dei cavalieri e della plebe gli fu revocato e affidato a Mario. Silla non si rassegnò e dalla Campania marciò con l'esercito su Roma, abrogò le leggi antisillane e punì molti loro fautori; Mario fuggì in Africa. Partito Silla al principio dell'87 e scoppiati nuovi tumulti a Roma, Mario tornò dall'Africa e rientrò da padrone nella città, dove fu costituito un governo popolare, proscritto Silla, distrutte le sue case, confiscati i suoi beni. Mario, eletto console per la settima volta, morì dopo due settimane di consolato il 14 gennaio dell'anno 86 a. C.

Mentre a Roma spadroneggiava il console Lucio Cornelio Cinna, Silla costrinse Mitridate a venire a patti in Oriente (85 a. C.), e nell'83 sbarcò in Italia, dove incontrò l'ostilità degli Italici e dei seguaci di Mario. Li sconfisse nella battaglia di Porta Collina e, impadronitosi di Roma, si abbandonò a feroci rappresaglie e a proscrizioni di nemici, mentre Gneo Pompeo liquidava gli avanzi dei mariani in Sicilia e in Africa, ottenendo il titolo di Magno.

Abbattuti gli avversari e fedele all'ideale di un governo della nobiltas romana, morti i due consoli in carica alla fine dell'82, Silla si fece nominare dittatore a tempo indeterminato con lo scopo di riordinare lo Stato. Il suo governo, che da una parte aveva significato la distruzione delle forze avverse alla oligarchia, doveva rappresentare dall'altra la restaurazione del Senato. Nell'opera di riforma procedette rapidamente durante il biennio 81-80, raddoppiando il numero dei Senatori, portati a 600, rendendo lenta la carriera delle magistrature, stabilendo a trent'anni l'età per la questura e quaranta per la pretura, restituendo al Senato l'esame delle leggi da presentare ai comizi e il potere giudiziario per le cause di concussione e per quelle più importanti come la lesa maestà, il peculato la violenza, ecc.

Il tribunato della plebe fu ridotto a magistratura di secondaria importanza: fu nettamente diviso il potere civile da quello militare, stabilendo che i consoli e i pretori in carica non potessero avere comandi militari.

Con queste riforme Silla credette esaurito il suo compito di riordinatore dello Stato e nell'anno 79 a. C., deposta la dittatura, si ritirò a vita privata nella sua villa a Pozzuoli, dove morì poco dopo.

In realtà il suo governo, basato sull'appoggio dell'esercito, aveva aperto la strada al principato. Le sue riforme non furono durature e finirono con l'accrescere l'importanza del fattore militare nella vita dello Stato.

 

L'ascesa di Pompeo

 

La situazione infatti si aggravò con la lotta del Senato contro Emilio Lepido, che aveva tentato di abbattere la costituzione sillana; contro di lui il Senato si giovò di Pompeo, giovane generale di Silla, al quale fu affidata anche la guerra di Spagna contro Sertorio, chiusa nell'anno 72 a. C. In quell'anno il Senato affidò al pretore M. Licinio Crasso, padrone della fortuna più colossale di Roma, il comando della guerra servile contro Spartaco; ma temendone l'eccessivo potere gli affiancò Pompeo, ritornato dalla Spagna. Nel 71 la terza guerra servile era vinta; ma i due generali, avendo in mano l'esercito, poterono imporre il loro volere a Roma nell'elezione dei consoli per il 70. Pompeo, che non aveva i requisiti legali per l'elezione secondo la costituzione sillana, violata anche nel caso di Crasso, si impose portando a Roma le sue legioni. La loro nomina a consoli segnò la fine dell'ordinamento sillano.

I contrasti fra Pompeo e Crasso, che usciti di carica aspiravano al predominio nello Stato, determinarono un nuovo progresso verso il principato. In seguito ai gravi danni provocati al commercio romano dai pirati che infestavano il Mediterraneo, si concedette a Pompeo nel 67 a. C. un imperium straordinario della durata di tre anni su tutto il Mediterraneo e sulle regioni costiere sino a 50 miglia dal mare, con una flotta di 500 navi e un esercito di

120.000 uomini: a nessuno era stato mai concesso un potere così grande, che rendeva arbitri dello Stato. Pompeo adempì in pochi mesi brillantemente il compito che gli era stato assegnato, sicché in breve anche la Cilicia e Creta passarono sotto il dominio romano.

Frattanto in Asia Mitridate VI aveva ripreso le ostilità contro i Romani. Questa seconda guerra mitridatica fu vittoriosamente condotta da Lucullo, che in seguito venne sostituito da Pompeo il quale, sconfitto Mitridate e obbligato Tigrane re d'Armenia a chieder la pace, rioccupò tutta l'Asia Minore e il regno del Ponto; passò quindi in Siria e, occupata la Palestina, riordinò le nuove province del Ponto e della Bitinia, della Siria, della Cilicia e ritornò a Roma (62 a. C.).

Durante l'assenza di Pompeo si era riaccesa vivissima nella capitale la lotta fra oligarchici e democratici ed era mancato poco che il governo senatorio fosse abbattuto da una congiura di cui era capo Lucio Sergio Catilina, giovane e ambizioso patrizio. La congiura venne rivelata a Cicerone, che attaccò in Senato Catilina costringendolo a fuggire. Questi, recatosi in Etruria per suscitare la guerra civile, fu ucciso presso Pistoia in battaglia (62 a. C.) e Cicerone fu chiamato "padre della Patria".

 

Il primo triumvirato e la vittoria di Cesare

 

La morte di Catilina e il ritorno di Pompeo dall'Asia sembrava avessero rinsaldato la posizione dell'oligarchia senatoria, ma Pompeo si trovò di fronte l'opposizione del Senato e due rivali: Crasso e Cesare. L'atteggiamento dei Senatori, che rifiutarono di concedere le terre ai suoi veterani, spinse Pompeo a intendersi con Crasso e Cesare, coi quali strinse un accordo prima segreto e poi palese, di carattere privato, che fu detto triumvirato, per una spartizione amichevole delle forze militari e dei comandi nelle province. A Cesare fu assicurato il consolato per l'anno 59 a. C., Pompeo ebbe il governo della Spagna, Crasso il comando di una spedizione in Asia contro i Parti; a Cesare toccò inoltre per cinque anni il comando della Gallia Narbonese. L'accordo ebbe attuazione pratica coll'elezione di Cesare al consolato; egli fece approvare la legge che assicurava la distribuzione di terre ai veterani di Pompeo, i cui provvedimenti d'Oriente furono ratificati.

Cesare poté quindi intervenire nella Gallia dove lo avevano chiamato in aiuto gli Edui, minacciati da una migrazione dalla Svizzera della forte tribù celtica degli Elvezi: respinse gli Elvezi, ricacciò Ariovisto capo dei Suebi oltre il Reno e sconfisse i Belgi (56 a.C.), avviando così l'unificazione della Gallia sotto il dominio romano.

Dopo questi successi pensò alla conquista della Britannia, dove sbarcò negli anni 55 e 54 a.C., ma non poté insistere in questa impresa a causa della rivolta generale dei Galli sotto Vercingetorige (52 a.C.), un guerriero arverno di eccellenti qualità militari, che Cesare costrinse a chiudersi in Alesia e a darsi prigioniero: la Gallia nel 51 a.C. era sottomessa.

Durante la guerra gallica a Roma non erano cessati i disordini e si avvertiva il bisogno di stabilire un maggiore equilibrio fra i triumviri. Così nel convegno di Lucca del 56 a. C. si concordò che Cesare e Pompeo, divenuti consoli per l'anno 55 a.C. avrebbero fatto confermare a Cesare il governo della Gallia per altri cinque anni, mentre a Crasso sarebbe stata assegnata per un identico periodo la provincia di Siria e a Pompeo il governo della Spagna. L'equilibrio fu rotto nel 53 a.C. per la morte di Crasso nella guerra contro i Parti: restavano di fronte Cesare e Pompeo.

Il conflitto tra i due avversari scoppiò nell'anno 50 a.C.. Pompeo voleva conseguire il primato a Roma con il consenso e la sanzione del Senato; Cesare senza scrupoli costituzionali mirava a un potere fondato sull'appoggio dell'esercito. A una dubbia decisione del Senato di sostituirlo nel comando della Gallia, Cesare, non avendo altra via che la ribellione per conservare il proprio potere, si oppose con la forza e nella notte del 10 gennaio dell'anno 49 a.C. varcò in armi il Rubicone (che segnava il confine fra l'Italia propria e la Gallia Cisalpina), occupò Rimini e avanzò su Roma, dalla quale fuggirono Pompeo e il Senato, passando nell'Illiria e poi in Macedonia. La battaglia decisiva fu combattuta a Farsalo in Tessaglia, e Pompeo, vinto, fuggì in Egitto dove Tolomeo XIV lo fece uccidere a tradimento (48 a. C.).

Cesare, occupata l'Italia e le isole, passò in Egitto dove assegnò a Cleopatra il potere tolto a Tolomeo XIV e sconfisse in una rapida campagna Farnace, figlio di Mitridate. Nel 47 intraprese la campagna d'Africa che rapidamente concluse a Tapso (febbraio del 46); i superstiti seguaci di Pompeo fuggirono in Spagna, ove la resistenza anticesariana fu spezzata definitivamente con la vittoria di Munda, nel marzo del 45 a. C.

 

Cesare dittatore

 

Svetonio (Vite dei Cesari):

Si dice che fosse, alto, ben proporzionato e di colorito chiaro. Aveva il viso troppo pieno e gli occhi neri e vivaci. Godeva di ottima salute, ma negli ultimi tempi soffriva di svenimenti e di incubi notturni: due volte, mentre svolgeva la sua attività, fu anche colto da attacchi epilettici.

 

L'estensione dei domini di Roma

 

Cesare era padrone di Roma: si fece conferire la dittatura e anche la praefectura morum, propria dei censori, per dieci anni e iniziò una vasta opera di riforma dello Stato. Completò l'allargamento della cittadinanza estendendola ai Galli dell'Italia Transpadana, restituì i tribunali al Senato e ai cavalieri, limitò il lusso, restrinse l'elenco dei proletari che avevano diritto alle distribuzioni gratuite di frumento, attuò un largo piano di colonizzazione in Italia e fuori d'Italia (nella Gallia Narbonese, in Africa dove fu ricostruita Cartagine, in Grecia con la ricostruzione di Corinto); riformò il calendario portando anche gennaio, agosto e dicembre a 31 giorni e a 30 aprile, giugno, settembre e novembre, formando così l'anno di 365 giorni, ai quali veniva aggiunto il 3660 ogni quattro anni (anno bisestile).

Per l'attuazione delle riforme e per la sistemazione del dominio romano, Cesare disponeva di una grande potenza materiale basata sull'esercito e di un ascendente morale senza limiti. Rispettoso del potere politico della plebe, conservò all'assemblea plebea (i comizi tributi) il diritto di nominare i tribuni e gli edili e di promulgare plebisciti; ma tolse al popolo il diritto di associazione, abolendo le corporazioni artigiane.

Pensò che fosse urgente assicurare la giustizia amministrativa nelle province, eliminando ogni abuso di funzionari, per mezzo della legge de repetundis, che conservò valore fino a Giustiniano. Favorì l'elevazione graduale delle popolazioni per giungere a un livellamento fra l'Italia e il mondo romano, ma era persuaso che alle province orientali si dovesse lasciare il loro carattere culturale greco, mentre l'opera di romanizzazione doveva attuarsi in Occidente.

Le province furono portate a diciotto, dieci in Occidente (Sicilia, Sardegna e Corsica, Gallia Cisalpina, Illirico, Gallia Narbonese, Gallia Comata, Spagna Citeriore, Spagna Ulteriore, Africa Vetus, Africa Nova) e otto in Oriente (Macedonia, Acaia ed Epiro, Creta, Asia, Bitinia e Ponto, Cilicia e Cipro, Siria, Cirenaica), sotto il governo di due consoli uscenti di carica e di sedici ex-pretori scelti col consenso del dittatore.

Ma mentre Cesare stava preparando una spedizione contro i Parti per vendicare la sconfitta di Crasso, i capi dell'opposizione, Gaio Cassio Longino e Marco Giunio Bruto, congiurarono contro di lui: Cesare fu ucciso nella Curia il 15 marzo del 44 a. C.

 

Il secondo triumvirato e il trionfo di Ottaviano

 

L'uccisione di Cesare non ebbe per risultato la restaurazione automatica delle antiche libertà repubblicane, né provocò quella insurrezione popolare che gli anticesariani avevano sperato, e il gruppo di congiurati si trovò isolato.

Suprema autorità dello Stato, in quel momento, era il console Marco Antonio, amico di Cesare; con lui stava Marco Emilio Lepido, comandante della cavalleria. Gli anticesanani, incerti di fronte al popolo muto e titubante, non osarono convocare il Senato e decisero di iniziare trattative con Antonio e Lepido, che avevano in mano le forze armate, i documenti e la cassa privata di Cesare e il tesoro pubblico, conservato nel tempio di Opi (700 milioni di sesterzi).

Nella seduta del Senato del 17 marzo, tra i pareri diversi e contrastanti, Cicerone propose che il delitto avvenuto due giorni prima fosse del tutto dimenticato; Cesare non era colpevole di aver aspirato al regno e le sue decisioni erano riconosciute valide; ma non si doveva neppure procedere contro coloro che lo avevano colpito. La proposta fu approvata; ma le discussioni ripresero subito a proposito dei funerali, decisi a spese dello Stato.

In seduta senatoria Antonio comunicò il testamento di Cesare, che adottava e lasciava erede di tre quarti del suo patrimonio il nipote Gaio Ottavio, donava al popolo romano i giardini ai piedi del Gianicolo e 300 sesterzi per persona. Scoppiato un tumulto popolare, Bruto e Cassio abbandonarono Roma; Antonio, per mezzo di plebisciti e con l'appoggio di veterani, riuscì a controllare la situazione e andò in Campania.

Ottavio, che si trovava ad Apollonia, decise di tornare a Roma per affermare i suoi diritti come erede di Cesare. Qui giunto, accettò l'adozione col nome di Gaio Giulio Cesare Ottaviano, ma dovette subito arruolare un esercito per combattere contro Antonio, che sconfisse nella cosiddetta guerra di Modena. Il Senato, però, diffidando di Ottaviano, gli rifiutò il trionfo: il giovane puntò allora arditamente su Roma con le legioni e impose con la forza la sua nomina a console. Ciò lo riavvicinò ad Antonio, tanto più che Bruto e Cassio si erano impadroniti l'uno della Macedonia, l'altro della Siria; e poiché Antonio aveva stretto accordi con Lepido, governatore della Gallia e della Spagna, i tre convennero dopo varie trattative nella formazione di un nuovo triumvirato (43 a. C.) riconosciuto come una magistratura superiore a tutte le altre, consolato compreso, per la durata di cinque anni. Essi presero il nome di Triumviri rei publicae constituendae, affermando così il loro fine di elaborare una nuova costituzione per lo Stato romano. La devozione a Cesare fu proclamata dai triumviri facendo ufficialmente riconoscere come dio il divus Iulius.

Immediatamente cominciarono le proscrizioni e le confische dei beni; la vittima più illustre fu Cicerone, che aveva duramente attaccato nelle sue Filippiche il console Antonio. Quindi Antonio e Ottaviano decisero di combattere Bruto e Cassio: passarono con le loro forze a Durazzo e lo scontro decisivo avvenne a Filippi in Macedonia. Bruto e Cassio, sconfitti, si suicidarono (42 a. C.); i loro legionari passarono ai triumviri.

Nella divisione dei domini e delle truppe la parte maggiore toccò ad Antonio, che si prese le province orientali, quelle galliche e Africa Vetus; Ottaviano ebbe la Sicilia, la Sardegna con la Corsica, la Spagna, l'Africa Nova e tutta l'Italia, cui era stata unita la Gallia Cisalpina.

Ottaviano, ritornato a Roma, assegnò a Lepido, che nella spartizione non era stato compreso, l'Africa, e si dedicò al gravissimo problema di distribuire le terre promesse ai suoi veterani (oltre 150.000). Vinta, nella guerra di Perugia, l'opposizione del fratello di Marco Antonio, si fece cedere da quest'ultimo con l'accordo di Brindisi (40 a. C.) la Gallia Transalpina e quella Narbonese, lasciandogli tutto l'Oriente. In segno di concordia poi Antonio sposò Ottavia, sorella di Ottaviano, e lo aiutò nella lotta contro Sesto Pompeo che controllava Sicilia, Sardegna e Corsica. Frattanto Lepido dovette cedere l'Africa a Ottaviano, deporre l'autorità di triumviro e ridursi alla funzione di Pontefice Massimo.

Nel 31 a. C. Antonio fu sconfitto dai Parti e questo insuccesso e la sua passione per Cleopatra aggravarono il disaccordo con Ottaviano. In seguito, le sue nozze con la regina d'Egitto, alla quale aveva donato territori della Siria e della Cilicia, e il ripudio di Ottavia resero inevitabile il conflitto tra i due rivali. Riuscì facile a Ottaviano far privare Antonio, con deliberazione del Senato, della sua autorità triumvirale e far accortamente dichiarare guerra a Cleopatra e non ad Antonio. Quest'ultimo contrasto si concluse con la vittoria di Ottaviano ad Azio in Grecia (31 a. C.). Antonio, inseguito fino in Egitto, si uccise ad Alessandria; seguito da Cleopatra. L'Egitto passò sotto il dominio romano, non come provincia ma come patrimonio personale di Ottaviano (30 a. C.).

Questi, ormai padrone di Roma, poté provvedere al riordinamento dello Stato; bisognava dare un assetto unitario all'impero, tale da eliminare ogni causa di lotte civili e risolvere il problema della posizione personale di Ottaviano evitando di creare una monarchia militare appoggiata esclusivamente sulle legioni e rispettando al massimo le tradizioni di Roma. Per qualche tempo dopo Azio, Ottaviano pensò di fondare il proprio potere sull'antica autorità consolare, ampliata con vari privilegi, poi, nel 27 a. C., si fece conferire dal Senato il potere proconsolare maius che comportava l'imperium militiae e il titolo di Augustus, che egli considerava come suo cognome indicativo del suo carattere sacro. Augusto divenne quindi il primo imperator e princeps di Roma; alla Repubblica si era ormai sostituito l'Impero. (vedere: Istituzione Augustea)

 

Augusto (27 a.C.-14 d.C.)

 

Svetonio "Vite dei Cesari":

D'inverno si riparava dal freddo con una grossa toga e quattro tuniche, e portava la camicia e la maglia di lana, e delle fasce attorno alle cosce e ai polpacci. D'estate dormiva con le porte della camera da letto aperte, e spesso anche nel peristilio, vicino a uno zampillo d'acqua, o facendosi far vento da qualcuno. Però, anche d'inverno, non poteva sopportare il sole, e no, passeggiava all'aria aperta senza cappello, nemmeno in casa propria.

Ottaviano preso l'imperium militiae e il titolo di Augusto nel 27 a.C. iniziò il riordinamento e all'assetto dell'Impero quindi, preoccupato di assicurare la pace all'interno e di dare confini più sicuri allo Stato, dovette affrontare varie guerre e sollevazioni in Egitto e nella Spagna. Lunga, ma relativamente facile fu la conquista del confine alpino in Italia: nel 24 a. C. le tribù semi selvagge dei Salassi nella valle della Dora Baltea furono domate e vi fu dedotta la colonia militare di Augusta Pretoria (Aosta).

Nel 16 a. C. fu ridotto a provincia il Norico; l'anno dopo ebbero la stessa sorte la Rezia e la Vindelicia; nel 14 fu la volta della regione delle Alpi Marittime. Maggiori difficoltà presentò la conquista del confine sul medio e basso Danubio, dove solo nell'8 a. C. la Pannonia potè essere sottomessa; nel 6 a. C. Tiberio cominciò la conquista della Boemia, così detta dai Galli Boi che l'avevano occupata; ma l'impresa fu interrotta da una ribellione della Pannonia, che fu risottomessa solo dopo tre anni e ridotta a provincia romana. A oriente di essa divenne provincia anche la Mesia.

Oltre la linea del Reno i Germani continuavano nei loro tentativi di varcare il fiume con sconfinamenti e aggressioni a mercanti romani: Augusto alla fine decise una serie di azioni per porre termine a queste incursioni. Il confine del Reno era troppo prossimo alle Gallie e troppo debole per una difesa effettiva: bisognava perciò passare all'offensiva, obbligare le tribù germaniche a fare atto di sottomissione e raggiungere il confine dell'Elba. Ne derivò una guerra lunga e complessa che costò all'Impero gravissimi sacrifici di uomini e mezzi.

Druso diresse con perizia la prima fase della conquista, ma venne a morte nell'anno 9 a. C. appena raggiunto l'Elba. Il nuovo confine poteva dirsi acquisito, ma non era fortificato e Arminio, capo della tribù dei Cherusci, riuscì ad attirare in un agguato nella selva di Teutoburgo Quintilio Varo, le cui legioni furono distrutte (9 a. C.). La gravità del disastro indusse forse Augusto a rinunziare alla rivincita e al proposito di estendere oltre il Reno il confine dello Stato romano, lasciando così incontrollate le tribù dell'Europa centrale.

In oriente Augusto evitò la guerra contro i Parti ottenendone, per via diplomatica, la sottomissione, mentre il regno vassallo della Galazia fu trasformato in provincia romana, ampliata poi con i territori del Ponto.

 

Nella Palestina fu favorita dapprima la formazione di un forte stato vassallo sotto Erode, un idumeo convertito al giudaismo; alla sua morte, nel 4 a. C., lo stato fu diviso in tre parti e nel 6 d. C. anche la Giudea divenne provincia romana.

Questi furono gli anni in cui si deve collocare la nascita di Gesù. La storia fornisce testimonianze contraddittorie, date incerte, episodi discutibili.

Matteo e Luca dicono ch’essa avvenne sotto il regno di Erode, mentre, poi, è stata collocata tre anni dopo la sua morte, quando Archelao era il re della Giudea.

La Giudea era tutto un fremito patriottico e religioso. Ci vivevano due milioni e mezzo di persone, di cui circa centomila erano addensate in Gerusalemme. Non c’era unità razziale e confessionale. In alcune città, anzi, la maggioranza era dei “gentili”, cioè dei “non ebrei”, specie greci e siriani. La campagna, invece, era interamente ebraica, composta da contadini e piccoli artigiani, parsimoniosi, industriosi, austeri e pii.

Il loro motivo dominante era l’attesa del Redentore, che sarebbe venuto un giorno a riscattare il popolo del Male, rappresentato nella fattispecie da Roma. Ed i più, seguendo Isaia, erano convinti che il Messia di questa Redenzione sarebbe stato un “Figlio di Uomo”, discendente dalla famiglia di David, il mitico re degli Ebrei.

Gesù, figlio di Giuseppe e Maria, prese coscienza di essere “Figlio dell’Uomo” a circa 28 o 29 anni, mentre ascoltava le prediche di Giovanni il Battista, suo lontano parente, perché figlio di una cugina di Maria.

Egli cominciò a predicare nelle sinagoghe e dalle testimonianze che ci restano si drebbe che qualcosa di soprannaturale attirasse le folle verso di lui. Intorno a lui si formò ben presto una cerchia di stretti collaboratori : i dodici Apostoli.

Il primo fu Andrea, un pescatore che già era stato seguace di Giovanni, suo fratello Simone, anche lui pescatore, il cui nome, poi, Gesù tramuterà in Pietro ( da “pietra”, fondamento della Chiesa ), Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, anche loro pescatori, Matteo, “impiegato” del governo romano, Filippo, Bartolomeo, Tomaso ( o Tommaso ), Giacomo d’Alfeo, Simone lo Zelota ( o Cananeo ) , Giuda di Giacomo ( o Taddeo ) e Giuda l’Iscariota, che era l’amministratore dei fondi che gli Apostoli mettevano in comune.

Sotto gli Apostoli c’erano settantadue Discepoli, che precedevano scalzi Gesù nelle città che egli intendeva visitare per preparare la gente alle sue prediche.

Il limitato autogoverno che Roma concedeva alla Giudea, rappresentato dal Sinedrio o Consiglio degli Anziani, non si preoccupò inizialmente di Gesù.

 

Augusto non ebbe discendenti diretti maschi e gli premorirono gli amici più cari, tra cui Agrippa, che si era associato al potere, e i nipoti prediletti.

Alla fine, dopo contrastate vicende, adottò nel 4 d. C. Tiberio Claudio, figlio di primo letto della sua terza moglie Livia Drusilla, e gli conferì la potestà tribunicia per un decennio; nel 13 d. C. gliela rinnovò unendole l'imperium proconsulare: Tiberio fu così il suo successore designato.

Nel 14 d. C. Augusto, che continuava a governare il vasto impero nonostante i suoi 76 anni, volle accompagnare Tiberio, mandato a riordinare l'illirico, fino a Benevento. Al ritorno, colpito da grave infermità, dovette fermarsi a Nola, dove spirò il 19 agosto. Scompariva con lui una delle figure più complesse della civiltà romana, alla quale diede un'impronta che doveva durare lungo tempo.

 

Tiberio (14-37 d. C.)

 

Svetonio (Vite dei Cesari):

Nel suo ritiro di Capri fece anche arredare con divani un locale apposito, quale sede delle libidini segrete; lì dentro, dopo essersi procurato in ogni dove greggi di ragazze e di invertiti, assieme a quegli inventori di accoppiamenti mostruosi che egli stesso aveva chiamato "spintrie, li faceva unire in triplice catena , e li costringeva a prostituirsi fra loro in ogni modo, in sua presenza, allo scopo di rianimare, con il loro spettacolo, la virilità in declino

Alla morte di Augusto, Tiberio, riconosciuto come nuovo signore, si mostrò titubante a sobbarcarsi l'enorme fardello di responsabilità del governo, che ben poteva valutare a causa dell'esperienza fatta come coreggente. Solo dopo le ripetute insistenze del Senato assunse la carica, ma rinunciò al prenome di Imperator e al titolo di Pater Patriae. Mandò il figlio Druso in Illiria e propose di concedere l'impero proconsolare al figlio di Ottavia, Germanico.

Restavano aperti gravi problemi. Augusto aveva trasformato l'Impero romano e creato un potere unico superiore fondato sulle capacità e sul suo ascendente personale: bisognava ora trovare un sistema che garantisse la successione imperiale senza lotte e sconvolgimenti.

 

D'altra parte i due elementi (aristocrazia senatoria ed esercito, formato da piccola borghesia e proletariato) su cui poggiava il sistema augusteo non si erano ben amalgamati tra loro, mentre esisteva fra l'Italia, che aveva il primato nell'Impero, e le varie province un certo contrasto derivante dalla disparità del trattamento. A tutto ciò bisognava aggiungere la tendenza del Senato e dei pretoriani a far valere la propria autorità. Tiberio accentuò all'interno l'autorità del Senato, dal quale volle intima collaborazione, portando in questo consesso la discussione delle questioni più importanti e attribuendogli il diritto di eleggere i magistrati. Furono anche soppressi i comizi, secondo l'incarico avuto da Augusto, sicchè il Senato da questo momento divenne l'unico corpo elettorale di Roma.

Libero di iniziare la sua politica estera, l'erede presuntivo Germanico potè compiere dal 14 al 17 d. C. una serie di spedizioni in Germania, per rialzarvi il prestigio delle armi romane scosso dalla sconfitta di Varo: nell'anno 16 Arminio fu battuto e ucciso nella pianura di Idistaviso ma, nonostante la vittoria, i Romani non poterono realizzare la sottomissione dei popoli germanici fino all'Elba. Subito dopo Germanico fu richiamato da Tiberio e, celebrato il trionfo, venne mandato in Oriente, dove nel 19 d. C. venne a morte, forse di veleno.

Dopo alcuni anni di governo e di buona amministrazione specialmente finanziaria, Tiberio si abbandonò ad atti di violenza e ministro del suo dispotismo divenne il prefetto del pretorio Elio Seiano. Fu l'errore più grave di Tiberio l'aver accordato la sua fiducia a questo uomo senza scrupoli, lasciato a Roma a spadroneggiare mentre egli viveva nel ritiro della sua residenza a Capri. Seiano aspirava a succedere a Tiberio, e cercò di eliminare coloro che gli davano ombra, a cominciare dall'unico figlio di Tiberio, Druso, morto di veleno il 23 d. C. .

Sette anni dopo Tiberio si associò Seiano nel potere proconsolare; ma l'audace ministro volle affrettare la successione cospirando contro l'imperatore. Questi, benché tardi, si persuase delle colpe di Seiano e lo fece condannare a morte dal Senato.

 

Nel 30 d.C. in Giudea Gesù annunciò di essere Lui il “Figlio dell’Uomo”, il Messia che tutti aspettavano e la folla di Gerusalemme, dov’era tornato dopo la predicazione in provincia e nel contado, lo salutò come tale.

Il Sinedrio ne fu preoccupato temendo che Gesù, con il suo credito, provocasse una sollevazione contro Roma e la sera del 3 aprile dell’anno 30, su denuncia di un suo apostolo, Gesù, fu arrestato nel giardino di Getsmani e deferito “per empietà” al procuratore romano Ponzio Pilato. Quest’ultimo, anche se con riluttanza, fu costretto a condannare a morte Gesù, che aveva confermato di “essere il Messia”, a mezzo di crocifissione.

Due influenti membri del Sinedrio chiesero ed ottennero da Pilato il permesso di seppelllire il cadavere. Due giorni dopo, Maria Maddalena, una delle più ardenti seguaci di Gesù, andata a vistarne la tomba, la trovò vuota. La notizia volò di bocca in bocca e fu confermata dalle apparizioni che Cristo fece ancora sulla terra, presentandosi in carne ed ossa ai Discepoli.

Tra gli Apostoli Giuda Iscariota viene sostituito da Mattia e dal Nuovo Testamento vengono menzionati come apostoli anche Paolo e Barnaba.

Quaranta giorni dopo il suo decesso ufficiale, egli ascese al cielo, com’era del resto nella tradizione ebraica, da Mosè a Elia a Isaia : i suoi seguaci si sparpagliarono nel mondo.

 

Dalla strage quasi totale della famiglia imperiale, organizzata da Seiano, era scampato il figlio di Germanico Gaio, soprannominato Caligola (da caliga, il calzare dei soldati che egli portava da piccolo). Tiberio si prese cura di lui, e quando a 78 anni venne a morte lo lasciò come suo successore senza indicarlo esplicitamente (37 d. C.).

 

Caligola (37-41 d. C.)

 

Svetonio (Vite dei Cesari):

Era di statura alta, di corpo enorme, di colorito livido, con collo e gambe gracilissime, occhi incavati, tempie strette, fronte larga e torva, capelli radi, completamente calva la sommità del capo, irsuto il resto del corpo ... Ad arte rendeva ancor più brutto il suo viso, già orrido e tetro per natura, studiando davanti allo specchio espressioni che ispirassero terrore e orrore.

Tiberio lasciava un dominio forte e finanziariamente ordinato; erano invece piuttosto tesi i rapporti fra potere imperiale e Senato in conseguenza del crudele governo degli ultimi anni. I senatori, non vincolati da alcuna precisa designazione di Tiberio e sperando Caligola favorevole alla loro autorità, si affrettarono ad accettarlo come successore, ma il nuovo imperatore si rivelò incline a instaurare una monarchia assoluta, su modello orientale, con l'introduzione, fra l'altro, del culto divino del sovrano e dei suoi familiari. Si aggravò così l'urto col Senato, reso più acuto dalle eccessive spese che compromettevano la stabilità del bilancio. Nel 37 o nel 39 Caligola fu colpito da una grave malattia che gli sconvolse la mente e segnò l'inizio del peggioramento del suo governo.

 

Nel 38 ruppe col Senato, che del resto subì passivamente, mentre mantenne invariati i rapporti coi magistrati. Riformò i collegi sacerdotali e iniziò il sistema di imporre il suo culto secondo il concetto orientale di sovrano; non va accettato però tutto ciò che di assurdo scrissero gli antichi, specialmente gli Ebrei, intorno alle sue velleità divine. Alla crescente impopolarità credette di poter rimediare con la politica estera, organizzando una spedizione per la conquista della Britannia e un'azione contro i Germani, senza nulla concludere. Contro di lui, durante il suo impero, vennero ordite parecchie congiure, alcune delle quali furono scoperte e represse, ma quella organizzata da un tribuno dei pretoriani, Cassio Cherea, riuscì a sorprenderlo e a ucciderlo (24 gennaio del 41 d. C.), a ventotto anni.

 

Claudio (41-54)

 

Svetonio (Vite dei Cesari):

Non gli mancò né l'autorità né la dignità del portamento, sia che fosse in piedi che seduto, e principalmente quando riposava. Era infatti di corporatura alta e non magra, aveva bei capelli bianchi, il collo robusto, e una figura prestante. Ma quando camminava, le ginocchia malferme spesso gli si piegavano sotto, ed egli si prestava a molte critiche sia quando scherzava che quando era serio.

Alla morte di Caligola non restava nessuno della famiglia Giulia che potesse assumere il potere e, mentre Senato e congiurati avevano sperato di ristabilire il governo repubblicano, i pretoriani provvidero senza indugio alla successione, proclamando imperatore Claudio, fratello di Germanico. Cagionevole dì salute e di carattere timido, alieno dalla politica e chiuso nei suoi studi, non era stato adottato ne da Tiberio ne da Caligola, e quindi non era passato, come il fratello, nella famiglia Giulia, ma era rimasto nella famiglia equestre dei Claudii. I pretoriani costrinsero il Senato a riconoscerlo imperatore: aveva 51 anni e la tradizione, sulla quale la moderna storiografia pone però molte riserve, ce lo presenta ora sanguinano e venale, ora debole e quasi deficiente, in balia della moglie Messalina (il cui nome rimase simbolo di sfacciata corruzione), di Agrippina Minore e di liberti, come Pallante, Callisto e Narciso, abili ed energici, ma quasi padroni dell'Impero. In realtà fu un uomo meditativo, dotato di buon senso, e dimostrò come imperatore energia e serietà nell'adempimento dei suoi doveri.

La morte violenta di Caligola provava che era sbagliato il programma di imporre a Roma la monarchia assoluta; Claudio dichiarò quindi di riprendere la politica di Augusto favorevole al Senato, restaurò la censura, allontanò da Roma gli astrologi per difendere l'antica religione contro la diffusione dei culti orientali. D'altra parte cercò di migliorare le condizioni delle province, mirando, a differenza di Augusto, ad attenuare la loro inferiorità verso l'Italia, suscitando così l'opposizione di alcuni senatori e cavalieri romani. Questo principe, descritto come un timido studioso, realizzò la conquista della Britannia, che fu ordinata a provincia, e ridusse sotto il dominio romano la Mauritania. Ne trascurò Roma e l'Italia, dimostrando saggezza e tenace volontà nel campo dei lavori pubblici. Così condusse a Roma mediante un magnifico acquedotto, l'Acqua Claudia, e vi portò le acque dell'Aniene, Anio Novus; fece prosciugare il Lago Del Fucino, costruì con criterio nuovo il porto di Ostia in aperta spiaggia, dotandolo di un faro; terminò la Via Claudia Augusta, iniziata da suo padre Druso, che conduceva da Altino al Danubio.

Claudio aveva sposato in terze nozze Valeria Messalina dalla quale ebbe un figlio, Britannico, e una figlia, Ottavia; messa a morte la moglie per la condotta scandalosa, sposò la nipote Giulia Agrippina, vedova di Gneo Domizio Enobarbo e madre di Lucio Domizio, il futuro Nerone, Agrippina si preoccupò di assicurare la successione al figlio; ottenne da Claudio il matrimonio di Nerone con Ottavia e lo spinse ad adottare Nerone, diseredando il figlio Britannico; infine, per evitare cambiamenti da parte di Claudio, lo avvelenò nell'anno 54.

 

 

 

 

Nerone (54-68)

 

Svetonio (Vite dei Cesari):

Era ancora semivivo quando ad un centurione che, fatta irruzione e fingendo di volerlo aiutare, gli aveva tamponando la ferita con un proprio mantello, rivolse soltanto queste parole: E' troppo tardi! , e : Questa è fedeltà!. E così dicendo morì, i suoi occhi stralunati si fecero fissi da ispirare orrore e terrore in coloro che li videro.

La successione avvenne senza contrasti: Nerone fu acclamato dalle coorti pretorie e il Senato accettò senza discussioni il fatto compiuto, concedendo il potere al giovane imperatore. Egli aveva infatti solo diciassette anni e governarono per lui durante i primi tempi la madre Agrippina i maestri Lucio Anneo Seneca, il filosofo, e Sesto Afranio Burro, prefetto del pretorio. La sua crudeltà però si rivelò fin dal principio, quando fece avvelenare Britannico. Nerone si proponeva di attuare il programma di Augusto, riservandosi la politica estera e la cura dell'esercito e lasciando al Senato la politica interna, ma questo tentativo di diarchia urtò contro la realtà politica: se la tradizione di Roma repubblicana ancora forte impediva infatti l'instaurazione di un potere imperiale assoluto, si avvertiva sempre più, specie nelle province, la necessità di superare la divisione dei poteri pubblici fra Senato e imperatore.

Nerone, fornito di discreto ingegno e di cultura letteraria ma privo di affetti profondi, volle a poco a poco eliminare tutti coloro che potevano creargli opposizioni: dopo Britannico fece uccidere nell'anno 59 la madre, quindi allontanò Seneca dal governo per restare solo a capo dello Stato e nello stesso tempo fece uccidere la propria moglie Ottavia per sposare Poppea Sabina, sottraendola al marito Otone. Gli eccessi e le follie di Nerone non ebbero più limiti, mentre nuovi problemi urgevano ai confini e nelle province esasperate dalle imposte. In Oriente era ripresa la guerra col regno dei Parti per il possesso dell'Armenia; una ribellione era scoppiata in Britannia; nel 66 si ribellarono gli Ebrei di Palestina; agitazioni si ebbero anche in Gallia, sul Reno, nella Mesia, ecc. Ma di ciò poco si occupava Nerone, intento più che altro a esaltare se stesso con gli attributi della divinità.

 

La persecuzione dei cristiani, ai quali l'imperatore attribuì l'incendio di Roma dell'anno 64, forse casuale, finì col suscitare orrore, mentre a screditare Nerone e ad accrescere l'animosità contro di lui contribuì il suo famoso viaggio in Grecia.

Nel 65 ( o 67 ) Nerone fece arrestare e crocifiggere Pietro, designato da Cristo a capo della Chiesa, che chiese di essere appeso con la testa in giù, perché non si sentiva di morire nella stessa posizione in cui era morto il suo Signore. Il supplizio si svolse là dove ora sorge il grande tempio che porta il suo nome.

Nel 66 fece arrestare Paolo sotto l’accusa di “disobbedienza agli ordini dell’imperatore e pretesa che il vero re sia un tale chiamato Gesù”. Paolo aveva la cittadinanza romana e gli fu risparmiata la crocifissione. Morì decapitato e là dove si ritiene sia seppellito, la Chiesa, due secoli dopo, fondò la basilica che ne porta il nome.

Paolo fu per l’ideologia della nuova fede, quello che Pietro fu per la sua organizzazione.

Il massacro dei cristiani, sul momento, parve aver distrutto per sempre la setta. Poi, come tutti i massacri, si rivelò un fertilizzante.

I cristiani si riunivano in ecclesiae, cioè in chiese o congregazioni, che nei primi tempi non ebbero nulla di segreto o di cospiratorio.

I primi proseliti li diede la città, dove c’era modo di riunirsi e le scontentezze erano più acute e le menti più aperte alla critica.

In campagna le tradizioni ed i costumi si conservavano di più e permaneva una maggiore forza morale.

Ed ecco perché i cristiani cominciarono a chiamare i miscredenti con l’appellativo pagani, cioè contadini, da pagus, che vuol dire villaggio.

La prima cosa cui mirarono questi precursori fu l’instaurazione di un modello di vita sano e decente, di cui si può comprendere il fascino ch’era destinato ad esercitare in una capitale che si faceva sempre più malsana e svergognata.

Al mondo dell'età imperiale, deluso dalle antiche fedi ma pervaso da una profonda aspirazione religiosa, il cristianesimo offriva una concezione elevatissima della divinità, una fede di redenzione e di salvezza, una dottrina facilmente accessibile a tutti, una morale semplice animata da uno spirito di carità fraterna e di piena uguaglianza.

Per questo il messaggio evangelico si diffuse rapidamente.

 

Intanto, sulle rovine spianate al centro di Roma era iniziata la gigantesca costruzione della Domus Aurea che assorbiva ingenti ricchezze, aggravando la crisi del tesoro. Nell'anno 58 Nerone aveva tentato una riforma finanziaria, con l'abolizione delle imposte indirette e specialmente dei dazi tra provincia e provincia, sostituendovi un rimaneggiamento delle tasse dirette che colpivano i ceti più ricchi, i propietari di beni fondiari; ma per l'opposizione suscitata nell'aristocrazia senatoria e l'ostilità dei cavalieri, la legge era stata respinta dal Senato. Più tardi, nel 63, compì una riforma di grande importanza nella storia dell'Impero, diminuendo il piede dell'aureus da 1/40 di libbra d'oro a 1/45, quello del denarius da 1/84 di libbra d'argento a 1/96, realizzando con ciò un buon profitto per lo Stato.

Grande era il malcontento a Roma, dove furono organizzate contro l'imperatore parecchie congiure: a una di queste, capeggiata da Calpurnio Pisone, partecipò forse anche Seneca, che fu costretto a uccidersi. Tuttavia lo scontento non bastò ad abbattere Nerone; furono le insurrezioni militari scoppiate in Gallia con Giulio Vindice, in Spagna con Sulpicio Galba, in Lusitania con Salvio Otone e infine in Africa con Clodio Macro, che costrinsero Nerone a fuggire da Roma; il Senato lo dichiarò nemico pubblico e, coll'appoggio dei pretoriani, proclamò imperatore Galba. A Nerone non restò che uccidersi (9 giugno del 68).

 

Svetonio Vite dei Cesari:

Fu di statura regolare, col capo interamente calvo e gli occhi cerulei. Aveva il naso aquilino e le ani e i piedi gravemente deformati dall'artrite, tanto che non riusciva a sopportare le scarpe e non poteva srotolare e nemmeno tenere in mano una pergamena.

 

 

Elevato al potere dalle forze armate, Galba affrontò subito il problema dell'esercito e dei pretoriani e quello non meno urgente della restaurazione finanziaria; ma la sua opera, cominciata col rifiuto del donativo ai pretoriani, gli alienò le forze dalle quali era stato sospinto all'Impero. Così le legioni delle due Germanie, al principio del gennaio 69, acclamarono imperatore Aulo Vitellio, i pretoriani Otone. Galba fu trucidato; poi Otone, sconfitto dai Vitelliani, si suicidò. Contro Vitellio, che governava a Roma, avanzò Tito Flavio Vespasiano, proclamato imperatore dalle legioni d'Oriente (luglio del 69) e la sorte di Vitellio fu decisa dalla vittoria dei Flaviani a Bedriaco. I pretoriani in pochi mesi avevano acclamato e tradito tre imperatori

 

Vespasiano (70-79) e Tito (79-81)

 

Svetonio (Vite dei Cesari):

Vespasiano ebbe una corporatura tarchiata, con le membra robuste e solide, e il volto quasi contratto da uno sforzo. Godette di ottima salute, per quanto, per conservarla, si accontentasse come sola cura di massaggiarsi regolarmente la gola e il resto del corpo, nello sferisterio, e di stare a digiuno assoluto un giorno al mese.

Tito, oltre alla crudeltà, era sospetta la sua dissolutezza, poiché assieme agli amici più prodighi si dedicava a orge che duravano fino a notte fonda e non era meno sospetta la lussuria, sia per la sua abitudine di circondarsi di un branco di pederasti e di eunuchi, sia per la sua ben nota passione verso la regina Berenice, che si diceva avesse persino promesso di sposare; era anche sospetta la sua rapacità, essendo risaputo, che accettava provvigioni e premi nelle cause trattate davanti al proprio padre.

Con la vittoria di Vespasiano su Vitellio ebbero termine le violenze della guerra civile; l'anno dei quattro imperatori segnò così l'inizio di una fase nuova nella storia dell'Impero, la quale prese le mosse dal governo di ricostruzione attuato da Vespasiano e da suo figlio Tito Vespasiano.

Il problema principale era il ristabilimento della pace. Uno dei primi atti di governo di Vespasiano fu la chiusura del tempio di Giano; il più splendido tra i suoi edifici a Roma fu il Foritm Pacis; sulle sue monete ricomparve la figura della Pace Augusta. Il governo di Vespasiano e di Tito nei suoi tratti essenziali arieggiò a quello di Augusto. Ebbe molta deferenza verso il Senato, anche se da principio i senatori appartenenti alle più nobili famiglie romane dimostrarono una certa freddezza verso il modesto plebeo di Rieti, tipico rappresentante di quei legionari italici che costituivano ancora il nerbo dell'esercito romano. Così Vespasiano rivestì quasi ogni anno il consolato, riprese la censura che esercitò seriamente col figlio Tito come collega, al quale fece conferire nell'anno 71 la potestà tribunizia, mentre attribuì all'altro figlio Domiziano il titolo di Cesare.

Vespasiano affrontò prima di tutto il gravissimo problema della trasformazione dell'esercito, in modo da impedire che si ripetessero le ribellioni degli ultimi anni. Volendo soldati meglio disciplinati degli Italici prese, in contrasto con la tradizione, il provvedimento di escludere questi ultimi dalle legioni, allontanando così dall'esercito proprio coloro che avevano contribuito a creare l'Impero: questa riforma apportò forse il colpo più grave alla supremazia dell'Italia, privata d'ora innanzi della possibilità di far sentire la propria voce attraverso i suoi legionari.

Tuttavia il reclutamento limitato alle province d'Occidente non era nè facile, nè sicuro: ne fu prova la rivolta dei Batavi capitanata da Giulio Civile, mirante a una confederazione gallico-germana staccata da Roma. Vespasiano dovette quindi ricorrere alle regioni occidentali più progredite e meglio romanizzate, favorendo la formazione di nuovi centri urbani e concedendo con molta facilità, in contrasto con la politica del Senato, la cittadinanza romana o latina a intere province, come per esempio la Spagna. In questa azione ebbe la collaborazione del figlio Tito, collega nel comando e prefetto del pretorio, affermatosi buon capitano con la guerra contro gli Ebrei, da lui conclusa con la presa di Gerusalemme e la distruzione del tempio di Salomone.

 

Vespasiano, perseguitando gli ebrei ed i cristiani e disperdendoli nel mondo, non fece altro che aiutare la diffusione della nuova fede.

 

Vespasiano provvide alla riforma finanziaria, al consolidamento dei confini dell'Impero con l'occupazione degli Agri decumates, per assicurare il collegamento della regione del Reno con quella del Danubio. Nè trascurò i lavori pubblici, come la costruzione delle grandi Terme, terminate da Tito, che diede loro il nome e che ultimò anche l'Anfiteatro Flavio.

Tito ebbe un regno brevissimo (79-81 d. C.) e quindi povero di avvenimenti; ma il giudizio che fu dato di lui: " delizia del genere umano " rimane a testimoniare il buon ricordo che egli lasciò. Il suo impero fu segnato da gravi disgrazie: una pestilenza particolarmente grave in Italia; un incendio che devastò il Campidoglio e una parte notevole di Roma; l'eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei, Ercolano e Stabia.

 

Domiziano (81-96)

 

Svetonio (Vite dei Cesari)

Fu di statura alta, ed ebbe volto modesto e facile ad arrossire, e grandi occhi un po' miopi; nell'insieme, bello e proporzionato, soprattutto nella gioventù; si devono però eccettuare i piedi, le cui dita erano troppo corte. In seguito, fu imbruttito dalla calvizie, dall'obesità del ventre e dalla gracilità delle gambe, che dopo una grave malattia si era ancora accentuata.

Domiziano, fatto Cesare da Vespasiano e considerato da Tito come consors e successor, gli successe senza difficoltà, proclamato imperatore dai pretoriani e riconosciuto dal Senato. Nonostante la gelosia e l'avversione dimostrata verso Tito, i primi atti di Domiziano imperatore furono diretti a onorare la memoria del padre e del fratello. La tradizione, come per gli imperatori della casa Giulia, ce lo presenta sotto foschi colorì: in realtà fu imperatore preparato e fornito di buone doti sebbene abbia suscitato odii profondi, volendo essere considerato padrone assoluto dell'Impero.

Condusse spedizioni fortunate in Britannia, in Germania e un'aspra lotta contro i Daci, portò a termine urla guerra suebo-sarmatica e un'altra contro i Quadi e i Marcomanni. Con la guerra contro i Celti di Germania allargò il dominio romano al di là del Reno, ultimando la conquista degli Agri decumates, che furono protetti con la costruzione del limes, un sistema di difesa formato da fosse, palizzate, torri di guardia, fortezze e accampamenti per soldati. Gli insuccessi toccati contro i Daci, la ribellione, poi repressa, di L. Antonio Saturnino, legato della Germama superiore (88-89 d. C.), accrebbero il malcontento dell'aristocrazia romana contro l'imperatore che, fattosi più sospettoso e crudele, finì con l'instaurare un regime di terrore. Dopo varie congiure fallite, nel 96 una cospirazione aristocratica lo fece pugnalare nello stesso palazzo imperiale. Il Senato lo colpì con la damnatio memoriae.

Durante il suo impero Domiziano ebbe cure particolari per l'esercito, cercando di assicurarsene il favore con donativi e con l'aumento dello stipendio a tre aurei all'anno; si interessò molto di Roma e della Italia, costruendo opere pubbliche e restaurando acquedotti e strade; favorì il popolo con distribuzioni alimentari e vigilò gli impiegati dell'amministrazione esigendo da loro integrità.

 

Nerva (96-98)

 

Il contrasto fra il Senato, sempre geloso della sua tradizionale autorità, e Domiziano, che aveva sperato di dominarlo con la violenza e le persecuzioni, si chiuse con l'uccisione dell'imperatore. I senatori quindi non tollerarono che fosse attuata la designazione al trono fatta da Domiziano e nominarono imperatore una loro creatura, Marco Cocceio Nerva. Questi si trovò subito a disagio, dovendo da una parte accontentare l'aristocrazia e fronteggiare dall'altra la reazione dei pretoriani, legati alla memoria di Domiziano e desiderosi di vendicarne l'uccisione: il nuovo imperatore seppe però soddisfare con abilità le richieste dei pretoriani, condannando i complici della congiura. Avendo poi compresa la necessità che ogni nuovo eletto al potere contasse su un esercito, adottò come suo successore un generale di grande capacità e autorità: Ulpio Traiano nativo della Spagna, il primo provinciale assurto all'Impero. Questo sistema determinava una provvida selezione, in quanto portava al comando uomini di provato valore, I quali garantendo ai senatori sicurezza di vita ne ottenevano in cambio collaborazione attiva nell'amministrazione dell'Impero. Nerva volle governare d'accordo col Senato e col popolo: preoccupato dello squilibrio finanziario, nominò una commissione di cinque senatori preposta alle economie; abolì l'imposta personale dei Giudei; assicurò il nutrimento ai bambini poveri; riorganizzò la distribuzione del grano alla plebe di Roma. Mentre la damnatio memoriae aveva annullato tutti gli atti di Domiziano, Nerva confermò quelli aventi scopo di beneficenza e di liberalità, seguito da Traiano.

 

Traiano (98-117)

 

Questi era legato nella Germania Superiore, quando fu adottato, ma non accorse subito a Roma e attese prima a sistemare le difese alle frontiere. Si recò poi nell'Urbe senza alcun sfarzo. Soldato nell'anima, organizzò l'impresa contro i Daci (101-107) che avevano umiliato l'Impero con Domiziano; tra gli anni 114 e 117 iniziò la lotta contro i Parti e costituì le due province di Mesopotamia e di Assiria; conquistato il regno dei Nabatei l'organizzò a provincia d'Arabia, per cui furono sottomesse al controllo di Roma tutte le grandi strade carovaniere che attraverso l'Arabia andavano in Oriente e specialmente in India.

All'interno perfezionò le provvidenze annonarie dì Nerva, mirando a rinnovare la prosperità dell'Italia ripopolandola e proteggendo l'agricoltura. Riordinò le finanze abbandonando il sistema delle continue confische per aumentare le entrate e colmare i deficit. Domiziano aveva istituito dei funzionari per controllare le finanze municipali (curatores); Traiano ne accrebbe il numero, per cui finirono anch'essi col diventare magistrati regolari ponendo fine all'autonomia dei municipi.

Grandiosi lavori pubblici compì a Roma e in Italia, a cominciare dal superbo Foro, sulle cui rovine sorge ancora la colonna che narra la guerra dacica, ma attese anzitutto ai lavori di pubblica utilità come l'assetto delle sponde del Tevere e delle cloache e lo scavo a Ostia di un porto entro terra comunicante col Tevere e col porto di Claudio. Diede molta importanza ai lavori portuali, compiendone a Civitavecchia, Terracina, Ancona e in Sicilia, aprì nuove strade e molte ne restaurò in Italia, tra cui la via Appia, e nelle province. Dopo le vie e i porti ebbero da lui attente cure gli acquedotti, come quello monumentale per l'Acqua Traiana, condotta dal bacino del lago Sabatino (ora di Bracciano) sul Gianicolo; l'altro per l'agro di Centumcellae, quelli di Talamone, di Subiaco e numerosi altri nelle province.

 

Adriano (117-136)

 

Traiano fu onorato dai contemporanei col titolo ben meritato di optimus princeps: alla sua morte, avvenuta a Selinunte di Cilicia nel 117, il Senato riconobbe come suo successore Publio Elio Adriano, un lontano parente dell'imperatore, da lui adottato. Era un momento difficile per Roma a causa di una grave crisi finanziaria: Adriano ebbe chiara consapevolezza dei pericoli per l'economia romana inerenti alla politica di espansione, alla quale rinunciò. Abbandonò le nuove province oltre l'Eufrate, costruì un limes da Petra a Sud del Mar Morto fino a Dura sull'Eufrate, di fronte al deserto siriano, allargò i Campi Decumati, sistemò in Britannia un grande vallum. Diversamente da Traiano, Adriano elargì molte cittadinanze, provvedendo alla fondazione di parecchie città, specialmente nella parte orientale dell'Impero. L'Italia perdette con lui la propria autonomia, fu divisa in quattro distretti e il suo governo, tolto al Senato, fu affidato a magistrati consolari.

Adriano trasformò anche il Consilium principis, un organismo di carattere privato istituito da Augusto, in un consiglio ufficiale e permanente, composto di membri scelti fra i senatori e i cavalieri, rafforzando così la tendenza all'accentramento del potere che portava lentamente il consiglio a prendere il posto del Senato. Perfezionando poi le disposizioni sul reclutamento introdotte da Vespasiano, Adriano stabilì che i soldati reclutati in una provincia militassero nelle legioni ivi stanziate Si ottenne così il vantaggio di avere legionari pratici dei luoghi e meno inquieti per la vicinanza alle famiglie, ma anche lo svantaggio di avere soldati troppo legati alle loro regioni e indifferenti agli interessi superiori dell'Impero. Questa riforma limitava anche il reclutamento alle province meno romanizzate escludendo del tutto l'Italia: fu un privilegio che portava in sè i germi della rovina.

Le condizioni della Penisola peggiorarono e Adriano non mirò a restaurare la supremazia anche se non trascurò le opere pubbliche e l'abbellimento di Roma. Si ricordino la Villa Adriana presso Tivoli e il mausoleo in cui fu sepolto (Castel S. Angelo).

 

Antonino Pio (138-161)

 

Adriano provvide alla successione adottando come figlio un senatore cinquantenne, Tito Aurelio, che, assunto il potere, fu soprannominato Pio per il suo zelo religioso verso gli antichi dèi e per la sua difesa in Senato della memoria di Adriano. Quest'ultimo, adottando Aurelio Antonino, aveva voluto che egli a sua volta adottasse Marco Annio, il futuro Marco Aurelio, e Lucio Ceionio, il futuro Lucio Vero. Il lungo regno di Antonino fu pacifico e prospero, turbato solo da qualche nube in Britannia, dove egli avanzò il confine verso settentrione e costruì il valium (Vallo Antonino) che da lui prese nome.

La sua legislazione fu caratterizzata da mitezza e umanità: fece molte economie e istituì nuove provvidenze alimentari. Per speciale riguardo verso il Senato, Antonino abolì la divisione dell'Italia in quattro distretti governati da magistrati consolari e ne restituì l'amministrazione al Senato. Ad Adriano dedicò due templi, uno a Roma e l'altro a Pozzuoli, e prese a costruire a Roma, lungo la Via Sacra, un tempio in onore della moglie Faustina a lui premorta e divinizzata. Alla successione era già stato provveduto da Adriano con le adozioni già ricordate.

 

Marco Aurelio (161-180) e Commodo (180-192)

 

Ad Antonino successe Marco Aurelio, spagnolo d'origine, filosofo storico autore della famosa opera Ricordi. Il suo regno non fu tranquillo, essendo stato turbato dalla guerra contro i Parti (161-166), che lo spinse ad associarsi nell'impero il fratello adottivo Lucio Vero con tutti i poteri, eccetto naturalmente il sommo sacerdozio, e dalla minaccia germanica sul confine danubiano.

Marco Aurelio conservò sempre Verso il Senato deferenza e rispetto; tuttavia ripristinò la divisione dell'Italia in quattro distretti affidati a funzionari di nomina imperiale scelti fra senatori di grado pretorio.

Con lui cessò il sistema della successione per adozione, che aveva dato così buoni risultati per quasi un secolo: lasciò l'Impero al figlio Commodo che non aveva nessuna delle qualità del padre, ne tendenza a seguire l'esempio dei suoi predecessori; riprese infatti sistemi tirannici e pretese di essere adorato come un dio. Fu soprattutto l'imperatore della plebe romana, che favorì' con calmieri e altre misure; violento e brutale, avverso alle classi alte, si urtò col Senato, provocando una congiura di Senatori che fu scoperta; si affidò a favoriti e aumentò le retribuzioni all'esercito per ottenerne l'appoggio, ma morì assassinato alla fine dell'anno 192.

 

I Severi.

 

Con l'uccisione di Commodo cominciò un nuovo periodo di lotte civili e di profonde trasformazioni sociali. Il prefetto del pretorio, capo della congiura, fece riconoscere come imperatore un vecchio e valoroso generale, il ligure Publio Elvio Pertinace, che fu ucciso dai pretoriani ammutinati dopo soli 87 giorni di regno. L'Impero fu allora messo all'incanto dai soldati e toccò al maggiore offerente, Didio Giuliano, nobile e ricco senatore. Ma nello stesso tempo le legioni avevano acclamato altri imperatori: in Siria, Gaio Pescennio Nigro; nella Pannonia, Lucio Settimio Severo; in Britannia e in Gallia, Decimo Glodio Albino. Si ebbe così una situazione simile a quella che si era avuta alla morte di Nerone e si aprì una gravissima crisi, durata quasi un secolo (dalla morte di Commodo nel 192 all'avvento di Diocleziano nel 285), che parve travolgere nel disordine l'Impero a causa dell'instabilità degli Imperatori innalzati e deposti o uccisi: Ventisei in meno di un secolo.

 

Nel primo quarantennio le condizioni dell'Impero sotto la discontinua dinastia dei Severi furono assai difficili, ma non caotiche; fra Settimio Severo (193-211) e Severo Alessandro (222-235) merita di essere ricordato il figlio del primo, Caracalla (211-217) così chiamato da un indumento gallico che soleva indossare. Concesse privilegi ai soldati delle legioni, nelle quali immise molti elementi germanici, accentuando l'imbarbarimento dell'ordinamento militare. Per diminuire il prestigio dei pretoriani e frenare la loro prepotenza, stanziò una legione ad Albano. Volle poi una netta distinzione fra il patrimonio dell'imperatore (fisco) e quello della sua casa privata.

La più importante misura politica di Caracalla fu la realizzazione di quel movimento di perfetta uguaglianza fra le province e l'Italia, che era proceduto nei secoli precedenti con alternative di accelerazione e di ritardo. Nel 212 estese, con la famosa Constitutio Antoniana, il diritto di cittadinanza romana a tutti i provinciali, con alcune esclusioni.

Uccisi da congiure Caracalla e i suoi successori, Macrino ed Fliogabalo, l'Impero toccò infine a Severo Alessandro. Questi nei primi anni di regno ebbe tutrice la madre e, consìgliato da lei, iniziò una politica favorevole al Senato, che potè di nuovo eleggere i magistrati e i governatori delle province anche imperiali e partecipare al supremo consiglio dell'imperatore. Ma Severo si trovò di fronte a una doppia crisi: il deficit finanziario, male endemico dell'Impero, il disordine dell'esercito, insufficiente alla difesa contro i rinnovati attacchi dei Parti, e la crescente pressione dei Germani. Severo riuscì a frenare le due minacce, ma verso la primavera dell'anno 235 cadde a sua volta vittima di una congiura militare capeggiata da Massimino

 

 

L'anarchia militare e gli imperatori illirici

 

La morte di Severo Alessandro gettò l'Impero nel più caotico disordine: è il periodo culminante dell'" anarchia militare "(235-258), durante il quale si succedettero una ventina di imperatori, o usurpatori, eletti nell'una o nell'altra parte dell'Impero, sostenuti e talora trucidati dai legionari o pretonani. Fra questi, Decio, di origine illirica, dimostrò ferma volontà di tutela della tradizione romana, ciò che scatenò una persecuzione che colpì in particolare i cristiani. Gallieno affrontò con energia la situazione, ma tolse al Senato il privilegio (li assumere comandi nell'esercito. Tuttavia Gallieno compromise l'unità dell'Impero sia in Oriente, dove la sua politica portò alla formazione di un vasto stato autonomo con capitale Palmira sotto la regina Zenobia, sia in Occidente, dove Marco Cassiano Latinio Postumo costituì nelle Gallie un regno separato con capitale Treviri (Imperium Galliarum), con pretesa di legittimità. Nel 268 l'imperatore fu ucciso da un gruppo di generali.

La crisi venne superata dalla vigorosa reazione degli imperatori illirici, tutti animati dallo stesso sentimento di restaurazione dello Stato. Il primo di essi, Marco Aurelio Claudio, detto Claudio Il Gotico (268-270), assicurò condizioni di relativa tranquillità sia all'interno sia ai confini del Reno e del Danubio, arrestando i Goti per circa un secolo.

 

Aureliano (270-275)

 

Il successore Aureliano poté perciò attuare la sua opera di riunificazione dell'Impero, ma dovette ancora affrontare alcune irruzioni di barbari, tra cui Iutungi, Quadi, Marcomanni e Alemanni, che si erano spinti fin nell'Italia Centrale. Questi furono fermati al Metauro e sterminati presso Pavia; valutando poi il pericolo che allora parve incombere sulla stessa Roma, Aureliano iniziò la costruzione di una nuova cinta di mura, le Mura Aureliane in gran parte ancora esistenti. Vero impegno d'onore fu per lui quello di ricostruire l'unità dell'Impero, allora diviso in tre parti: nel centro l'Italia, l'Africa e la Balcania con Roma capitale; in Occidente il regno gallo-romano (Gallia e Britannia) sotto Tetrico, già generale romano; in Oriente il principato di Palmira, centro carovaniero nel deserto siriaco. Aureliano si volse all'Oriente nel 272, ove Zenobia fu sconfitta; ritornatone, potè impadronirsi della Gallia perché Tetrico si accordò con lui: egli fu così salutato col titolo di restitutor orbis.

Aureliano tentò anche di porre rimedio alla crisi monetaria, reprimendo duramente i conseguenti disordini verificatisi a Roma, e limitò i pochi privilegi rimasti all'Italia, ove il corrector, magistrato straordinario adibito a porre rimedio alle varie condizioni di decadenza nella Penisola, acquistò i poteri di un vero governatore imperiale.

Anche Aureliano fu ucciso dai soldati (275); dopo un periodo d'interregno fu designato il vecchio consolare Claudio Tacito, che poco dopo morì, forse anch'egli ucciso. Il suo successore Aurelio Probo, valente generale illirico, attese a lavori di strade, di bonifica, di agricoltura, ma soprattutto dovette combattere e patteggiare coi barbari, permettendo loro vasti insediamenti nell'Impero. Fu ucciso a sua volta dai soldati (282), e la stessa sorte toccò a M. Aurelio Caro e ai suoi figli Carino e Numeriano.

 

Diocleziano e la Tetrarchia.

 

Nel 284 il dalmata Gaio Aurelio Valerio Diocleziano divenne unico imperatore. Nato a Dioclea presso Spaiato portò con sè sul trono una tenace volontà di disciplina e la coscienza di incarnare un principio di ordine e di equilibrio universale. Fu suo primo pensiero rielevare la persona dell'imperatore al disopra di ogni competizione, rendendola sacra: così si dichiarò sovrano assoluto, si fece chiamare dominus e divus e si isolò nel proprio palazzo.

Nei primi tre anni furono riportate vittorie su insurrezioni, tentate invasioni, usurpatori, specialmente per opera dell'illirico Marco Aurelio Massimiano. Diocleziano diede un nuovo ordinamento alle province, separando nettamente le funzioni civili da quelle militari; per ridurre poi i poteri dei governatori, procedette a una nuova partizione delle province, il cui numero fu aumentato diminuendone così l'area, la popolazione, le entrate, le forze presidiarie. Al disopra dei governatori furono istituiti i vicarii praefectorum praetorio, con giurisdizione su aggruppamenti di dodici province (diocesi).

Ma più pressante era il problema del governo dell'Impero. Per risolverlo, Diocleziano costituì un collegio di capi, con la presidenza di uno di essi, organizzato in modo da sistemare anche la questione della successione: sorse così quel sistema detto grecamente tetrarchia. Dal 284 al 286 egli assunse come collega Massimiano col titolo di " Augusto ", ma in posizione secondaria, e non si ebbe subito una divisione di poteri; però Massimiano sì curò principalmente delle province occidentali. Roma conservò i suoi privilegi e idealmente restava la sede centrale dell'Impero; ma scompariva definitivamente ogni influenza politica del Senato e delle magistrature repubblicane. Nel 293 fu completato il sistema tetrarchico con la nomina di due " Cesari ", collaboratori e successori designati dagli Augusti. Essi furono due esperti soldati dell'Illiria: Gaio Valerio Galerio Massimiano per Diocleziano e Gaio Flavio Valerio Costanzo (detto Costanzo Cloro) per Massimiano. L'Impero fu diviso in quattro parti: Diocleziano ebbe il dominio sull'Oriente (Asia Minore, Siria, Palestina, Egitto, Cirenaica) con residenza a Nicomedia nella Bitinia e fu considerato il capo morale di tutto l'Impero. Galerio ebbe il comando della Penisola Balcanica, della Pannonia, del Norico, con residenza a Sirmio sulla Sava. Massimiano reggeva l'Occidente, avendo sotto di sé l'Italia, la Rezia, l'Africa romana e parte della Mauritania, con residenza a Milano. Costanzo Cloro aveva il comando della Gallia, della Britannia, della Spagna e in parte della Mauritania, con capitale Treviri sul Reno. Così, la tetrarchia portò allo spostamento del centro di gravità politica verso Oriente.

Le riforme militari e amministrative di Diocleziano

Separati i comandi militari dalle funzioni civili si aumentò la forza della milizia vicina all'imperatore, del quale assicurava il potere e formava una massa di manovra necessaria per intervenire rapidamente a protezione dei confini; venne perciò accresciuto nell'esercito il numero degli elementi barbarici.

Importanti rimaneggiamenti furono introdotti nel sistema tributario, gravando sulle popolazioni con una tassazione ebbe colpiva la proprietà immobiliare e tutti gli esseri viventi che la pongono in valore, cioè uomini e animali: fu la capititio, che ebbe a fondamento l'annona; e per la prima volta una parte dell'Italia fu sottoposta alla tassa.

La cattiva monetazione precedente aveva prodotto un enorme rialzo dei prezzi: per frenarlo, Diocleziano stabilì per i generi di prima necessita un calmiere ufficiale (301), ottenendo però solo l'occultamento delle merci e prezzi più elevati con la vendita clandestina. Più benefica fu la riforma munetaria, peraltro non completa. Per far fronte alle necessità amministrative dell'Impero fu creata una sterminata burocrazia a capo della quale stavano gli alti funzionari di corte, che costituivano intorno all'imperatore un corpo consultivo, il quale assorbì le funzioni del Senato col nome di Sicrum Concistorium.

Come Pontefice Massimo, Diocleziano non trascurò la difesa della religione ufficiale dello Stato e giunse alla persecuzione contro il Cristianesimo.

La Tetrarchia assicurò all'Impero un ventennio di pace all'interno e di maggiore sicurezza all'esterno; ma era un sistema artificioso che non poteva reggere alla prova. Nel 105 Diocleziano e Massimiano abdicarono; si formò allora la seconda tetrarchia: i due Cesari divennero Augusti; Galerio come suo Cesare scelse Valerio Massimino Daia, Costanzo Cloro scelse Flavio Valerio Severo.

 

Costantino e l'Editto di Milano

 

Nel 305 però, alla morte di Costanzo Cloro, sì apri un periodo di transizione, durante il quale si ebbero contemporaneamente anche sei Augusti, in antagonismo fra loro: Galerio, Massimino Daia e Licinio in Oriente, Costantino, Massenzio e Massimiano in Occidente.

Nel 313 Licinio rimase padrone dell'Oriente; in Occidente il 27 ottobre 312 si può considerare la fine dell’età pagana e l’inizio di quella cristiana.

Costantino sconfigge Massenzio ad una ventina di chilometri a nord di Roma.

Costantino racconta allo storico Eusebio che, il giorno prima della battaglia, gli è apparsa una croce fiammeggiante con le parole “In hoc signo vinces” e che durante la notte una voce lo aveva esortato a segnare la Croce di Cristo sugli scudi legionari. All’alba ne aveva dato l‘ordine ed al posto del vessillo aveva fatto innalzare un labaro che portava una Croce intrecciata con le iniziali di Gesù.

Sull’esercito nemico svettava la bandiera col simbolo del Sole imposto da Aureliano cone nuovo dio pagano.

Era la prima volta, nella storia di Roma, che una guerra si combatteva in nome della religione.

 

Dopo la vittoria di Costantino (312 ? ), il Senato decretò l'erezione dell'arco di trionfo in suo onore, il più grandioso della romanità; nello stesso tempo si ebbero i restauri delle Mura Aureliane e sorsero numerosi monumenti onorari.

 

Dopo la vittoria Costantino andò a Milano e si incontrò con Licinio per spartirsi l’Impero ed in quella sede venne emanato (313) il celebre Editto di tolleranza per tutte le religioni, con la restituzione ai cristiani dei beni sequestrati nelle ultime persecuzioni

Tra il 319 ed il 322, a tempo di record viene edificata la Basilica di S. Pietro, che viene inaugurata, , ma non terminata ( ma quando mai potrà considerarsi terminata l’immensa Fabbrica di S. Pietro ? ), nel 329.

Fra i due Augusti superstiti, però, non tardò a scoppiare la discordia e dopo varie vicende Licinio fu sconfitto (324); Costantino resse da solo lo Stato dal 324 al 337: il sistema di Diocleziano era fallito.

Ricostituita l'unità dell'Impero, Costantino ristabilì l'unità del potere imperiale, compiendone la trasformazione in monarchia assoluta, vivendo con fasto orientale, circondato da alti dignitari.

Suddivise l'Impero in quattro prefetture: Oriente, Illirica, Italica, Gallica, suddivise in 13 diocesi e 117 province, rinsaldando, così, il potere della Chiesa.

I costruttori di quest’ultima, infatti, si erano appropriati dell’intelaiatura amministrativa dell’Impero, l’avevano ricalcata istituendo accanto e contro ogni governatore di provincia un arcivescovo ed un vescovo accanto e contro ogni prefetto.

Man mano che il potere politici si indeboliva e lo stato andava alla deriva, i rappresentanti della Chiesa ne ereditavano le mansioni.

Quando Costantino andò al potere, già molte funzioni dei prefetti, grandemente scaduti di qualità, venivano assolte dai vescovi.

Chiaramente la Chiesa era l’erede designata e naturale appena l’Impero avesse collassato.

Ma due atti di governo di Costantino ebbero conseguenze di capitale importanza: la creazione di una nuova capitale dell'Impero a Costantinopoli e la rivoluzione monetaria.

La causa principale del trasferimento della capitale era nella necessità di vigilare in particolare i confini dell'Eufrate e del Danubio, troppo lontani da Roma. Gli effetti furono però anche dannosi per la romanità, sia perché ciò contribuì a dare all'Impero un carattere orientale assai più che occidentale, sia perché l'abbandono di Roma permetteva alla Chiesa di affermarsi indipendentemente dallo Stato. Costantino scelse un'antica colonia greca del Bosforo, Bisanzio, famosa per la bellezza della sua posizione ed eccellente per il suo valore strategico, anello di congiunzione fra l'Occidente e l'Oriente. La città fu costruita rapidamente (326-330) e chiamata Costantinopoli; fu dotata di tutti i privilegi di Roma e arricchita di superbi edifici, fra i quali basiliche cristiane. Costantino vi si stabili e là compì la trasformazione dell'istituto imperiale romano in monarchia assoluta a imitazione di quelle orientali, con fastoso paludamento.

Rivoluzionario fu ancora Costantino rompendo i vincoli con la tradizione monetaria. La moneta tipo, il denarius di rame, aveva subito durante l'Impero varie vicende che ne avevano straordinariamente abbassato il valore. Costantino pensò che per fondare il sistema monetario sulla base d'una moneta di metallo pregiato era necessario abbandonare la vecchia moneta a corso forzoso, lasciandole solo il valore reale che aveva il suo rame, non il valore fittizio che le attribuiva lo Stato (svalutazione). Così fondò il suo sistema sul solidus d'oro del peso di gr 4,54, stabile moneta che caratterizzò per un periodo assai lungo il mercato.

Ma gli effetti furono gravissimi: crollando il potere d'acquisto del denaro, crollarono la piccola borghesia e il proletariato e si creò una nuova società nella quale i soli detentori d'oro, cioè senatori, dignitari, patrizi, alta burocrazia, potevano esercitare un controllo sulla vita dello Stato.

 

Roma, cessando di essere la prima città ed il più significativo centro politico dell’Impero, viene ad assumere un ruolo diverso, anche se sia Costantino che i suoi successori stanzieranno cospicui finanziamenti nel restauro conservativo dei monumenti, delle strade, delle mura e delle opere pubbliche romane, in particolare del complesso della residenza imperiale unica al mondo per la sua grandezza, raccolta d’opere d’arte e sontuosità.

Negli stessi anni abbondano, altresì, i mutamenti di destinazione d’uso di edifici civili e sacri dei quali in gran parte si gioverà la Chiesa romana, che, dopo l’allontanamento degli imperatori, diviene il primo e più significativo punti di riferimento di un centro che sta per acquisire una nuova trascendentale valenza religiosa di carattere universale.

Questa la consistenza urbanistica

 

 

Giuliano l'Apostata

 

Alla morte di Costantino (avvenuta nel 337, poco dopo il battesimo dell'imperatore) l'Impero fu diviso fra i tre figli Costantino II, Costanzo e Costante che, per evitare opposizioni, compirono un massacro di quasi tutti i parenti.

 

Nella sua “Storia di Roma” Indro Montanelli dichiara che nel 354 fu fissata definitivamente la data di nascita di Gesù : 25 dicembre 753 “ad urbe condita”.

 

Dopo altre violenze e assassinii l'Impero rimase a Costanzo, che nel 355 diede il titolo di Cesare a Giuliano, figlio di un fratello di Costantino, mandandolo in Gallia. Ma le truppe nel 360 proclamarono Giuliano imperatore a Lutezia (Parigi), e la morte di Costanzo, il quale poco prima aveva ricevuto il battesimo, evitò la guerra civile. Rimase così solo imperatore Giuliano, che passò alla storia col nome di Apostata (361-363).

Giuliano aveva avuto educazione cristiana, ma per le sue tendenze, per i suoi studi, entusiasta della filosofia greca, abbandonò il Cristianesimo e concepì l'idea di restaurare la cultura e la religione pagana, ma in forma più filosofica che religiosa e non accessibile alla plebe. A Costantinopoli fu accolto con entusiasmo e si diede alle riforme amministrative e finanziarie, lottando contro il fiscalismo e la corrotta burocrazia; alleggerì le province dai carichi più pesanti; restaurò le finanze; provvide alla nettezza della giustizia; reagì contro la mollezza e l'inerzia.

Ma la sua preoccupazione maggiore fu di arrestare lo sviluppo del Cristianesimo, pur senza bandire vere persecuzioni di cristiani. Li allontanò dalla corte e dai posti di responsabilità; la Chiesa fu privata di ogni privilegio e protezione; templi cristiani furono occupati o distrutti; la religione pagana riaveva le sue prerogative ufficiali. Ma questo tentativo anacronistico falli completamente.

Ispirandosi all'esempio di Alessandro Magno e di Marco Aurelio, Giuliano allestì una spedizione contro i Persiani, ma morì sotto le mura di Ctesifonte (363).

 

Teodosio

 

La definitiva divisione dell'Impero. Egli non lasciava eredi, per cui nel 364 succedette la dinastia Valentiniana, i cui sovrani furono impegnati in lotte continue contro usurpatori all'interno e contro gli invasori barbari. Dei due fratelli, Valentiniano morì nel 375; Valente morì affrontando in disperata battaglia i Visigoti (378).

Teodosio I (378-395), generale di origine spagnola, succeduto in Oriente a Valente, battè i Visigoti e ne permise l'insediamento entro i confini dell'impero, nella Mesia, in qualità di federati, una specie di compromesso, in seguito largamente applicato, che concedeva loro il possesso della terra e assicurava il loro servizio militare a favore dell'Impero (382). In Occidente una sollevazione militare elevò all'Impero Magno Massimo, poi Flavio Eugenio e Arbogasto, che Teodosio sconfisse nella battaglia del Frigido (Vipacco) presso Aquileia, restando così per pochi mesi unico imperatore (394-395). Poco prima di morire compì la definitiva separazione dell'Oriente dall'Occidente, assegnando le province orientali ad Arcadio e le province occidentali a Onorio.

Il nome di Teodosio, grande guerriero e saggio amministratore, è strettamente legato anche alla piena affermazione della Chiesa cattolica e all'abolizione definitiva del paganesimo. Il suo editto del 380 proclamò sola religione dell'Impero " quella che il divino apostolo Pietro aveva trasmesso ai Romani".

 

La crisi suprema dell'Italia romana

 

Con l'avvento di Teodosio I si ha il principio delle grandi invasioni dei popoli germanici, le quali si svolsero specialmente secondo due grandi itinerari: nel 378 dal confine del Danubio dilagarono i Visigoti; nel 406 dal confine del medio Reno avanzarono i Vandali con altre tribù, sospinti tutti dagli Unni.

L'Impero d'Occidente si trovò ridotto a poco più che l'Italia, dove si succedettero dal 455 al 476 una decina di imperatori alla mercé dei capi barbari, che prendevano il titolo di patrizi, concesso dagli imperatori a persone che accumulavano una molteplicità di funzioni. In Oriente, morto Arcadio (408) gli succedette Teodosio II, che legò il suo nome a un opera legislativa di grandissima importanza, il Codex Theodosianus: fu la prima raccolta ufficiale delle leggi e costituzioni imperiali dal 312 alla pubblicazione (438), ed ebbe valore tanto in Oriente quanto in Occidente. Al tempo di Onorio difese l'Italia il valente generale Flavio Stilicone di origine vandala, che nel 402 sconfisse a Pollenzo presso Bra e a Verona i Visigoti di Alarico, che avevano depredato la valle del Po, costringendoli a rientrare nell'Illirico. Poco dopo, orde in prevalenza Ostrogote, valicate le Alpi scendendo dalla Rezia, si spinsero fin nell'Italia Centrale, ma furono sconfitte dallo stesso Stilicone presso Fiesole. Nel 408 fu trasferita la capitale da Milano a Ravenna e Stilicone cadde in disgrazia: l'ingratitudine di Onorio premiò con l'uccisione il grande generale. Fu un imperdonabile errore: subito ricomparve in Italia Alarico che assediò Roma e nel 410 l'abbandonò al saccheggio.

Per l'inetto Valentiniano III (425-455) tenne il potere la madre Galla Placidia, riconosciuta da Teodosio come reggente in Occidente.

Nel 451 il comandante delle milizie Ezio ottenne una strepitosa vittoria sugli Unni di Attila ai Campi Catalaunici (Chàlons sur Marne), ma l'anno seguente Attila entrò in Italia e distrusse Aquileia. Una parte della popolazione della regione trovò scampo nel gruppo di isolette tra la foce del Po e il golfo di Trieste: da questi profughi trasse la prima origine Venezia. Attila devastò parte della Valle Padana e s'avviò verso Roma; ma gli andò incontro il pontefice Leone I, ed egli, sia mosso da reverenza verso il papa, sia preoccupato dei promessi aiuti dell'Oriente, sia temendo il sopraggiungere di Ezio, si ritirò nella Pannonia, ove morì (453).

Subito dopo, Ezio fu ucciso per mano di Valentiniano III, che fu a sua volta ucciso per vendetta di due soldati di Ezio; i Vandali ( Genserico ? ) mossero su Roma, che subì nel 456 un secondo e più grave saccheggio.

Otto imperatori senza importanza succedettero a Petronio Massimo, ucciso dal popolo per la sua viltà durante il sacco vandalico, alcuni elevati al trono e abbattuti dal patrizio Ricimero, che fu allora l'uomo più potente dell'Occidente romano.

In Oriente sali all'impero Leone (457), il primo imperatore che si sia fatto incoronare dal vescovo. Dal 465, Leone tenne il potere imperiale anche in Occidente e Ricimero il governo.

Morto anche Ricimero e nominato imperatore d'Occidente Giulio Nepote (474), gli si ribellò il nuovo " patrizio " Oreste, che osò elevare alla porpora il proprio figlio Romolo proclamato Augusto, che ebbe poi per dileggio il soprannome di Augustolo.

Frattanto un capo di genti germaniche, in prevalenza Eruli, Odoacre, richiese secondo l'usanza la distribuzione di un terzo delle terre per l'aiuto dato a Oreste, e poiché questi rifiutò, i barbari acclamarono loro re Odoacre che concesse le terre richieste. Oreste cadde in combattimento e Romolo Augustolo venne deposto e invitato a vivere, con una pensione, a Castrum Lucullianum.

Con Romolo Augustolo finisce praticamente l’Impero d’Occidente : 476 d. C. .

Odoacre non assunse il titolo di imperatore e preferì governare l'Italia come " patrizio " in nome dell'Impero d'Oriente, allora retto dall'Imperatore Zenone ( 457-474 ).

Formalmente l’Impero Romano continuò a vivere a Costantinopoli e l’assenza di un imperatore di Occidente aveva il significato di una vacanza della sede. Tuttavia l’Oriente per molti anni non si occupò della parte occidentale, impegnato in problemi ben diversi.

In seguito ( 488 ) Zenone, per liberarsi degli Ostrogoti, che, scomparsi gli Unni, devastavano i Balcani, li mandò in occidente a liberare l’Italia da Odoacre.

Teodorico, il loro capo, sconfigge Odoacre nel 489 presso Aquileia e nel 490, definitivamente sull’Adda e fonda ( 493 ), nella penisola, il Regno Ostrogoto, regnando fino al 526.

Questo, assieme all’insediamento dei Franchi di Clodoveo ( 481-511 ) in Francia, fu il grande fatto nuovo nel panorama dell’occidente.

 

 

All’inizio del millennio medievale, che per convenzione si suole far partire dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, Roma aveva già da tempo perso il suo ruolo di capitale politica, ma era ancora di gran lunga la più importante metropoli del mondo occidentale, con i suoi probabili 100.000 abitanti, gli imponenti edifici, la presenza del senato e del praefectus urbi, che governava nell’ambito delle cento miglia, e le grandi ricchezze latifondistiche del suo patriziato; non solo, ma le maggiori famiglie della città, come quelle degli Anicii e dei Simmaci, estendevano la loro influenza economica su tutto l’impero.

 

Accanto al persistere di tante vestigia, la città si cristianizzava, e con la sede papale di S. Giovanni in Laterano veniva formandosi ciò che avrebbe reso Roma capitale anche nei secoli futuri.

Essa subì, così, senza particolari traumi il colpo di stato di Odoacre ( 476 ), al quale, anzi, in una prima fase il senato romano fu favorevole, e con l’avvento del goto Teodorico ( 493 ) essa godé a lungo del rispetto del sovrano barbaro, che nel corso della sua permanenza a Roma fu fautore di vari provvedimenti vantaggiosi per la città e si circondò di uomini che rappresentavano il fior fiore della cultura e della diplomazia romana.

Ma mentre in Roma stavano formandosi due opposti partiti, quello favorevole all’integrazione con i barbari e quello tradizionalista che voleva mantenere stretti legami con Bisanzio ( divisione che durerà per tre secoli e che visse il suo primo scontro lacerante in occasione dello “scisma laurenziano”, dal 501 al 506 ), i rapporti con i Goti andarono progressivamente deteriorandosi, cosicché gran parte dei nobili romani ed il papato stesso si schierarono con Giustiniano quando questi decise di riconquistare l ’Italia ( 535 ).

L’interminabile catastrofe rappresentata dalla guerra greco-gotica ebbe proprio intorno a Roma il suo epicentro e per 17 anni la città ne subì le vicende, alternativamente conquistata e persa dai due eserciti e saccheggiata e devastata senza remore da entrambi.

Nel 552 quando il vittorioso Narsete la occupò definitivamente l’urbe doveva essere irriconoscibile: si presume che gli abitanti superstiti non fossero più di 60.000, mentre ogni equilibrio economico e politico risultava sconvolto.

Se una legislazione speciale emanata da Giustiniano ( la Prammatica sanzione del 554 ) cercava di riordinare Roma sotto la guida di funzionari bizantini, con scarsi esiti immediati per quanto riguarda il risorgere della città, la tradizione culturale dell’urbe, con le scuole di grammatica e di retorica, di medicina e di diritto, sopravviveva.

Nuovi fondati timori suscitò nella città la rapida conquista di gran parte dell’Italia ad opera dei Longobardi; l’isolamento dalla capitale bizantina Ravenna, a cui Roma era unita solo attraverso l’insicura via Flaminia, accelerò il processo di trasformazione e le istituzioni del senato e della prefettura scomparvero del tutto alla fine del VI secolo; il loro ruolo fu de facto assunto dalla chiesa, al cui vertice fa dal 590 al 604 papa Gregorio Magno.

Del grande pontefice si deve ricordare soprattutto la sua opera amministrativa, che deve essere ritenuta essenziale per la stessa sopravvivenza di Roma. Egli attinse alle vaste ricchezze già in possesso della chiesa per alimentare le masse di indigenti e per difendere la città dalle frequenti minacce longobarde, sostituendo le inerti autorità bizantine.

La strada tracciata da Gregorio fu seguita abbastanza fedelmente dai successori e si accentuò allora il distacco da Bisanzio, cosicché finì con l’assumere valore unicamente formale la ratifica dell’imperatore d’Oriente all’avvenuta elezione pontificia da parte del clero e del popolo romano.

La tendenza autonomistica continuò per tutto il VII secolo, nonostante qualche pesante episodio di rivalsa bizantina ( soprattutto nei confronti di alcuni pontefici ) e si accentuò nella seconda metà del secolo, quando il territorio romano si trasformò in ducato, solo in teoria dipendente dall’esarca di Ravenna.

Il disegno doveva procedere per gradi, approfittando di favorevoli contingenze; così non mancarono fasi di riavvicinamento a Bisanzio ( come durante la visita a Roma nel 663 di Costante II o come quando incombevano su Roma minacce longobarde a nord e saracene a sud ).

Una fase decisiva si apriva nel 725 con la vittoriosa insurrezione popolare in difesa del papa Gregorio II contro una congiura di funzionari bizantini; nuove rivolte scoppiarono negli anni seguenti ( 726-729 ) sia contro gli eccessivi carichi fiscali imposti da Bisanzio , sia contro il decreto imperiale che vietava il culto delle immagini.

Nel 728 il re longobardo Liutprando occupò il castello di Sutri, proprietà della chiesa romana, restituendolo poi dietro le proteste papali con la formazione della donazione agli apostoli Pietro e Paolo; contrariamente a quanto si è a lungo creduto, l’episodio non rappresenta affatto il primo atto costitutivo del futuro Stato della Chiesa e semmai maggior rilievo hanno l’accordo tra Liutprando e papa Zaccaria stipulato a Terni nel 742 e la donazione di Norma e Ninfa al papato da parte di Costantino V ( 743 ).

Ben altra importanza hanno in questo periodo, per la storia civile di Roma, il riordinamento dei latifondi pontifici nella campagna romana, dove nascono le domuscultae, borghi agricoli difesi da castelli sotto la guida di funzionari dipendenti direttamente dal papa e l’inquadramento della cittadinanza romana in esercito secondo la suddivisione territoriale delle scholae.

La ripresa dell’espansione longobarda con Astolfo, che decretò la fine dell’esarcato bizantino ( 751 ), fece sì che il papa, con il consenso degli optimates cittadini, si rivolgesse a Pipino, nuovo re dei Franchi: il titolo di patricius romanorum con il quale vennero investiti il monarca ed i suoi due figli, doveva impegnare la dinastia franca alla difesa del papato e la mossa, nonostante la tiepidezza iniziale mostrata da Pipino, si rivelò alla lunga vincente.

Ciò non avvenne senza la reazione dell’elemento bizantino, ancora presente e potente in città ed una delle conseguenze dei disordini e delle violenze che ne seguirono, per evitare la pesante ingerenza dell’aristocrazia romana nelle elezioni pontificie, fu il decreto del sinodo lateranense ( 769 ) che limitava ai cardinali ed al clero romano la partecipazione all’elezione del papa, escludendo i laici.

Carlo Magno tenne fede agli impegni assunti dal padre e debellati i longobardi, riconobbe al papa Adriano I ampi diritti temporali ( 774-781 ): non a caso da pochi anni era cominciato a circolare il falso documento della Donazione di Costantino dove all’antico imperatore si faceva risalire il riconoscimento del primato del vescovo di Roma su tutto l’occidente, legittimandone anche il dominio temporale.

Nel celebre episodio dell’incoronazione papale di Carlo a imperatore, avvenuta in San Pietro nella notte do Natale dell’800, la città riacquistava la sua funzione ed il suo prestigio di centro della chiesa ed antichissima sede della monarchia universale.

Morto Carlo Magno, divamparono lotte feroci tra le opposte fazioni e scontri sanguinosi tra la milizia aristocratica e quella ecclesiastica, che era stata istituita con il nome di familia Sancti Petri da Adriano I e che rappresentava il temibile braccio armato cittadino del papa .

Nel tentativo di stroncare le faide l’imperatore Lotario nell’824 emise la Constitutio Romana, con la quale l’autorità della chiesa veniva fortemente ridimensionata: l’elezione papale infatti, acui tornavano a partecipare anche i laici, doveva passare attraverso la ratifica dell’imperatore e l’amministrazione della città era affidata a due missi, uno di nomina imperiale ed uno di nomina pontificia. La rapida decadenza della dinastia carolingia rese comunque effimera la riforma, mentre le grandi stirpi feudali dell’Italia centrale, approfittando della debolezza dell’impero, si arrogavano crescenti diritti, così, come del resto tendevano a fare le famiglie aristocratiche cittadine.

Una drammatica esperienza visse Roma nell’agosto dell’846, quando un forte contingente di Saraceni sbarcò ad Ostia e, vinta la debole resistenza delle truppe romane, saccheggiò la campagna circostante, giungendo fin sotto le mura; solo l’intervento del duca Guido di Spoleto e del suo esercito liberò la città.

Ma, come conseguenza, Roma dovette subire negli anni seguenti l’espansionismo dei duchi di Spoleto, che divennero arbitri della città.

Dopo che la città era stata a lungo sconvolta dalle lotte tra sostenitori ed avversari della dinastia spoletina e Giovanni VIII aveva avuto la testa fracassata a colpi di martello ( 882 ), papa Stefano V fu costretto ad incoronare imperatore nell’891 Guido di Spoleto ( nipote del precedente ) che vantava l’appoggio dell’aristocrazia cittadina.

Un’altra testimonianza dell’estrema decadenza del papato è, in quegli anni, il così detto “concilio cadaverico”: il cadavere di papa Formoso, ritenuto reo, in vita, di avere invocato con successo l’aiuto dell’imperatore Arnolfo contro Lamberto di Spoleto, venne sottoposto a processo, mutilato e gettato nel Tevere ( 896 ).

Si viveva allora uno dei periodi più cupi della storia di Roma, con la crisi profonde dell’autorità pontificia, degradata, tra l’altro, dal frequente sorgere di scismi e dall’elezione di antipapi; sulla scena romana sempre più spadroneggiavano le grandi famiglie. Il più potente esponente di esse, Teofilatto, assunse il titolo di magister militum, di console e senatore dei romani, dominando tra intrighi e violenze Roma nel primo quarto del secolo X.

Gli succedette dopo qualche anno la figlia Marozia, che le cronache descrivono priva di ogni scrupolo e moralità, disinvolta manipolatrice di pontefici e di potenti.

Fu cacciata nel 932 da una congiura di nobili capeggiata da un suo stesso figlio, Alberico.

Questi prese il potere, governando con il titolo di princeps omnium romanorum per 22 anni, con sagacia, permettendo a Roma di vivere una relativa tranquillità, mai violata dai sovrani stranieri.

L’amministrazione della città era condotta dal suo palazzo di famiglia in Via Lata, dove egli si circondava di una vera e propria corte; Roma si mantenne sotto di lui libera e potente, ma certo soffrì per la perdita del suo ruolo di città universale.

Così quando Ottone I depose il papa Giovanni XII ( 962 ), ultimo esponente dei Teofilatto, parte dell’aristocrazia romana inneggiò all’imperatore.

Ma ben presto un’altra famiglia, quella dei Crescenzi, che godeva di forti simpatie anche tra il popolo medio e minuto, tentò di avocare a sé il dominio cittadino e vi riuscì con Giovanni detto Fomentano, che governò Roma per 10 anni, fin quando Ottone III non lo fece decapitare ( 988 ).

Il giovane imperatore sassone, che vagheggiava una renovatio della romanità ed aveva posto la propria corte sul Palatino, fu cacciato da una rivolta di nobili nel 1001; e il potere venne ancora assunto da un Crescenzi, Giovanni III.

Dal 1012 al 1044 la città fu controllata da una terza dinastia locale, quella dei Conti del Tuscolo, che si distinse per abilità diplomatica con l’impero e, cosa rara in quei tempi, per amore verso le memorie classiche e religiosità.

Fin quando un nuovo imperatore germanico, Enrico III non intervenne per deporre tre titolari pontifici che si contendevano il trono di Pietro, proprio mentre da più parti si alzavano richieste di una profonda riforma ecclesiastica. In quell’occasione Enrico III ebbe dal popolo romano anche la carica di patrizio ed, in quanto tale, il diritto al principatus in electione papae; ma i tempi della riforma si facevano maturi e sebbene la vecchia aristocrazia cercasse di opporvisi con tutte le sue forze ( fino a far eleggere papa nel 1058, col nome di Benedetto X, il romano Giovanni soprannominato Minchione ), ormai al pontefice si chiedeva di sganciarsi dal ristretto ambito delle faide cittadine.

Il papa riformatore Niccolò II nel sinodo lateranense del 1059 fissò le nuove norme per l’elezione pontificia, norme rimaste sostanzialmente in vigore ancor oggi, riservando l’elettorato ai soli cardinali.

Se i casati dell’antica oligarchia si ritennero defraudati, nuove famiglie emergenti ( i Frangipane ed i Pierleoni ) assecondarono invece il cambiamento, sia perché da esso ne uscivano ridimensionati i rivali, sia perché valutarono molto vantaggiosi gli sviluppi economici che l’attività di una curia ritornata potenza mondiale poteva offrire.

Con il papa Gregorio VII Roma, coinvolta nella lotta per le investiture, venne assediata ed espugnata dall’imperatore Enrico IV ( 1084 ), che poi l’abbandonò di fronte al sopraggiungere del normanno Roberto il Guiscardo: questi, accorso in aiuto del pontefice, sottopose la città ad un crudele saccheggio, provocando lutti e danni irreparabili.

Nello scontro tra papa e imperatore Roma conobbe altri giorni duri ( come nel 1111 quando Enrico V imprigionò Pasquale II, provocando una spontanea rivoluzione popolare contro i tedeschi ), ma soprattutto soffrì per le nuove lotte cittadine, capeggiate ora dai Pierleoni, esponenti delle famiglie “nuove” e legati al ceto medio artigiano e mercantile, e dai Frangipane, che, nonostante la comune origine, si erano schierati al fianco dell’antica aristocrazia.

 

DA una rivolta di popolo contro Innocenzo II avvenuta nell’estate del 1143, in sé non più clamorosa di molte altre che l’avevano preceduta, ebbe origine il comune.

La sommossa, sorta per l’intromissione pontificia nel fissare le condizioni di pace a Tivoli sconfitta dai Romani, sfociò nella creazione di un consiglio, a cui si impose il vetusto nome di Senato ( la cosiddetta renovatio senatus dell’ottobre 1144 ) e si volle svincolato sia dall’autorità religiosa sia dalle ingerenze nobiliari.

Ad esso fu poi preposto un magistrato, che ebbe il titolo di patrizio, nella persona di G. Pierleoni.

Il muovo organismo resistette alla prevedibile reazione, respingendo l’assalto al Campidoglio portato da aristocratici e milizie pontificie e guidato dallo stesso papa Lucio II ( febbraio 1445 ).

Nuovo vigore assunse l’ideale comunale con l’arrivo a Roma di Arnaldo da Brescia, che incitava ad una netta separazione tra potere spirituale e potere temporale e sosteneva una riforma che portasse il ceto borghese ad essere il fulcro del governo cittadino. Sull’onda dei successi il senato arrivò anche a rivendicare che l’investitura imperiale spettasse al popolo romano e non al papa, ma in breve le ambizioni si ridimensionarono: se l’ascesa al governo dei ceti “popolari” ( che insiemenad esponenti della piccola nobiltà ed a qualche rappresentante dei ceti artigiani minori occupavano i 56 seggi senatori ) incrementò lo sviluppo economico della città, come è provato dagli accordi commerciali stipulati con Pisa nel 1151 e nel 1174 e con Genova nel 1165-66, il realismo politico convinse i detentori del potere che non ci sarebbe stato che da perdere, anche sotto l’aspetto economico, da un perenne dissidio con la curia pontificia.

Del resto gli stessi imperatori tedeschi, e particolarmente il Barbarossa, si dimostrarono tutt’altro che inclini ad avere rapporti amichevoli con questa nuova realtà e si giunse così ( dopo l’esecuzione di Arnaldo da Brescia da parte del Barbarossa nel 1155 ) ad accordi con i pontefici ed in particolare con papa Clemente III nel 1188: questi riotteneva la sovranità di Roma ed il diritto di investitura sul senato, mentre il comune riceveva il riconoscimento legale, un certo stanziamento annuo per il suo bilancio, l’amministrazione della giustizia civile e dell’annona, l’organizzazione di una burocrazia laica che si sarebbe affiancata a quella ecclesiastica.

L’accordo, nelle forme stabilite, non durò, tuttavia, a lungo, anche perché la componente nobiliare, che prese ad entrare in numero crescente nei consigli, tornava pericolosamente a prevalere.

Nuovi moti popolari portarono cosi nel 1191 alla creazione di un senatore unico, il primo dei quali fu B. Carushomo, di famiglia plebea, che governò in modo assoluto la città, dandole forse il primo statuto municipale e facendo distruggere l’odiata Muscolo; deposto nel 1193, egli ebbe due successori nella carica, ma nel 1197 un’altra sommossa ristabilì il vecchi senato, caratterizzato ora da una fortissima maggioranza nobiliare.

 

Ancora più complesse furono le vicende della città nel XIII secolo: dopo che, sia pura tra molte resistenze, Innocenzo III aveva ottenuto un vantaggioso compromesso tra potere ecclesisastico e laico ( ad un uomo scelto dal papa ed approvato dal popolo, detto medianus, spettava la nomina del senatore unico tornato in carica dal 1205 ) il comune riacquistò progressivamente nei decenni seguenti l’originaria indipendenza, fino ad ottenere da Gregorio IX larghe concessioni ( 1234-35 ).

Approfittando della divisione della nobiltà, in seno alla quale cominciava ad emergere la secolare lotta tra Orsini e Colonna, della morte di Federico II e della debolezza pontificia, si affermò nel 1252 un regime di popolo a cui fu preposto per la prima volta un senatore straniero, il bolognese e ghibellino Brancaleone degli Andalò.

Fu un periodo di sicura crescita: mentre il mondo artigiano si organizzava in una precisa struttura giuridica ( la arti più importanti si dividevano in due gruppi: quello dei produttori, in prevalenza legato all’agricoltura, e quello dei mercanti ), alcuni grossi centri vicini venivano sottomessi ( Tivoli, Terracina, Ostia ) e l’iniziativa nobiliare era fieramente contrastata.

Il governo popolare cadde nel 1259, in seguito ad una sommossa suscitata dai nobili e dal papa e venne restaurata la carica dei due senatori romani.

Dopo qualche anno di transizione, il comune di Roma fu di nuovo coinvolto nelle vicende internazionali: Carlo d’Angiò, nuove re di Napoli e Sicilia, aveva ottenuto dal governo di Roma il titolo di senatore unico ( 1263 ) e dirattamente o tramite vicari tenne la carica quasi senza interruzione per un quindicennio, limitando notevolmente l’indipendenza del papato e del comune.

Niccolò III della fanìmiglia degli Orsini riuscì nel 1278 a strappargli il titolo, stabilendo che senatore di Roma non potesse essere che un romano, con questo guadagnandosi le simpatie popolari ed ottenendo che il titolo andasse a lui stesso.

Lo scoppio della Guerra dei Vespri impedì poi all’angioino di esercitare nuovamente la carica riottenuta nel 1281 ed il titolo tornò, dopo tumultuose vicende, al pontefice Onorio IV.

Il fatto che la massima magistratura pubblica laica fosse divenuta appannaggio dei pontefici favoriva di fatto l’aristocrazia, dal cui seno i papi sceglievano chi li rappresentasse in qualità di vicari; il senato divenne così prerogativa delle famiglie cardinalizie, mentre la lotta politica si polarizzava nel durissimo scontro tra due fazioni nobiliari, gli Orsini, i Savelli ed i Castani contro i Colonna ( discendenti forse dei conti di Muscolo ) ed i loro seguaci.

Bonifacio VIII, come membro della famiglia Castani, era uomo fortemente calato dentro questa realtà municipale. Eletto papa nel 1294, finalizzò gran parte della sua politica cittadina all’annientamento dei Colonna, arrivando a bandire una crociata contro di loro e facendo radere al suolo il loro castello di Palaestrina.

Ma fondamentale importanza nella storia della città ebbe anche il giubileo, indetto da Bonifacio per la prima volta nel 1300; la moltitudine di pellegrini che da tuttp il mondo convenne a Roma rappresentò un fenomeno eccezionale sotto l’aspetto religioso, poltico ed anche economico per i numerosissimi ed intraprendenti locandieri, bottegai e cambiavalute romani.

Questo periodo deve inoltre essere ricordato per il particolare rigoglio artistico e culturale: venne fondata l’università ( 1303 ), il palazzo papale si arricchì di codici preziosi ( che faranno poi parte della futura biblioteca fondata da Sisto IV nel 1475 ) e una folla di artisti, dai Cosmati ad Arnolfo di Cambio, da Giotto a Iacopo Turriti, abbellì la città.

 

Sfiorita in fretta questa ricca stagione, Roma conobbe una gravissima decadenza, connessa al trasferimento del papato ad Avignone ( 1309-77 ).

Proprio quando presso gli uomini colti di tutta l’Europa si affermava il mito della sua grandezza antica, l’urbe visse uno dei suoi momenti più oscuri e rappresentò come scrisse Tetrarca, “un memorando esempio del’incostanza della fortuna”.

 

L’assenza pontificia, se perpetuò le guerre di fazione, danneggiò particolarmente quei ceti le cui attività erano connesse con la curia; la popolazione decimata tra l’altro dalla malaria, scendeva fino a 20.000 abitanti, il banditismo infestava la campagna fin sotto le mura, le pecore pascolavano in città tra ruderi antichi e recenti. La vita politica si svolgeva nell’alterno predominio di Orsini e Colonna ed a nulla valsero, ad onta delle speranze, le effimere presenze degli imperatori Enrico VIII ( 1312 ) e Ludovico il Bavaro, incoronato con una rivoluzionaria cerimonia laica nel 1328.

Qualche anno dopo Cola di Rienzo infiammò, per breve tempo, il popolo, conquistando il potere con un colpo di mano nel 1347, proclamando nuovi ordinamenti durissimi contro la nobiltà e rivendicando per Roma un ruolo di preminenza, se non sul mondo, su tuuta l apenisola italiana. La sua avventura durò pochi mesi ed altrettanto breve fu il suo ritorno, con il tiyolo di senatore, nel 1353-54, conclusosi con la sua uccisione.

 

Un relativo ordine ed un po’ di sollievo derivò alla città ( prostrata dalla peste del 1348, dalle razzie della compagnia di ventura di Guarnirei di Urslingen e nel 1349 da un rovinoso terremoto ) dall’opera riformatrice del legato papale E. Albornoz; questi affiancò alla carica di senatore, divenuta semestrale, in consiglio di 7 popolani. Fu inoltre riformata la milizia cittadina e fu redatto nel 1363 uno statuto di tono fortemente antimagnatizio: il popolo romano pareva con questa iniziativa voler prendere a modello l’ordinamento della più potente oligarchia borghese del tempo, quella fiorentina.

Dopo tante invocate e attese deluse, il pontefice Gregorio XI tornò finalmente a Roma nel 1377, mentre infuriava la guerra detta degli “otto santi”; ma l’anno dopo moriva ed il conclave che ne seguì fu drammatico, con il popolo esasperato che in piazza reclamava un papa “romano o almeno italiano”.

 

Benché il papa uscito da quel conclave fosse in effetti italiano ( Urbano IV ) le traversie non cessarono per il quasi immediato dilagare dello scisma d’occidente, che fece divampare la guerra in tutto lo Stato della Chiesa.

Le cose parvero migliorare con il successore Bonifacio IX, il quale, celebrando due giubilei ( nel 1390 e nel 1400 ) risollevò la depressa economia della città; abile politico, dapprima mostrò di voler trattare il comune da pari a pari, coinvolgendolo nella guerra contro i nemici papali residenti nel Patrimonio ( 1392 ), ma quando il popolo, sospettando secondi fini, dette segni di malcontento, iniziò una repressione durissima, divenendo in breve, con l’aiuto armato di Ladislao di Durazzo, l’incontrastato dominatore della città e del territorio circostante, che tolse ai signori locali per donarlo ai suoi familiari.

Alla morte di Bonifacio Roma cadde sotto la signoria di Ladislao di Durazzo, che calpestò ogni norma nelle elezioni cittadine e vessò la città con tasse ed esazioni d’ogni tipo.

Scomparso il despota nel 1414 e composto il grande scisma con l’elezione di Martino V ( 1415 ), appartenente alla famiglia dei Colonna, Roma sembrò risollevarsi; nel 1420 il papa tornò a stabilirsi definitivamente nell’urbe.

Se erano ormai tramontati dell’indipendenza municipale ( ed in questo senso Martino continuò pesantemente l’avocazione al papato di consolidati diritti comunali ), la città godette però di un lungo periodo di pace e, mentre la situazione economica rapidamente migliorava, la corte pontificia diveniva il principale centro della nuova cultura umanistica.

Non mancarono, comunque, negli anni seguenti, sussulti di libertà cittadina, in parte forse ispirati dallo studio e dal culto della storia dell’antica Roma repubblicana, come avvenne nel 1434 e n3l 1453 con la congiura di S. Porcari, i cui appelli al riscatto civile lasciarono del tutto indifferente il popolo.

In realtà gli abitanti di Roma parevano, ora, nella stragrande maggioranza, estraniati dalla vita politica, ridotta ai contrasti tra grandi casati che rivendicavano, l’uno ai danni dell’altro, posti di influenza nella curia.

Fu il periodo dei papi nepotisti e del conseguente formarsi di immensi capitali privati in quelle famiglie che si potevano giovare della parentela o della protezione di un pontefice.

Mentre la città assumeva il fasto aspetto rinascimentale e, dopo secoli di crisi e stagnazione, la popolazione raggiungeva le 50.000 unità, i papi avviarono alcune riforme amministrative: così Niccolò V emanò sagge disposizioni in favore dell’arte della lana, abbassò le gabelle disponendo allo stesso tempo ( come già aveva fatto Eugenio IV ) che i ricchi proventi della gabella sul vino fossero destinati alle spese per l’università e favorì l’ingente rinascita edilizia di Roma.

I papi che gli succedettero continuarono, in varia misura, questa tradizione: Roma era divenuta la capitale di un potente stato di cui il papa era il monarca e le secolari lacerazioni connesse al dominio temporale appartenevano al passato. I tumulti cittadini si accendevano durante le vacanze le assenze pontificie, ma erano con facilità domati.

Nel 1469 Paolo II approvò nuovi statuti che tutelavano qualche superstite competenza delle magistrature comunali. Migliorò le condizioni igieniche della città, riordinò l’annona, stabilì una magistratura apposita per sovvenire alle necessità degli indigenti.

Il nepotismo e la mondanizzazione della chiesa si estesero senza remore: gli alti prelati della curia, i cardinali Sforza, Riario, Orsini, Della Rovere, Sclfenati, Borgia conducevano vita principesca ed usufruivano di rendite e prebende favolose; le cariche negli uffici , laici ed ecclesiastici, non erano più conferite, ma messe all’incanto.

 

FINE DELL MEDIOEVO

 

Nel 1512, dopo alcuni tumulti, Giulio II restituì al comune qualche autonomia, delle molte che gli erano state sottratte, cercò di rendere più rigorosa la giustizia soprattutto contro i corrotti ed i falsari ed emise una nuova moneta di pregio, i celebri “giuli” d’argento.

Dopo il nepotistico pontificato dei Leone X, figlio di Lorenzo de’ Medici, che rese la “nazione” dei fiorentini la più potente città, un altro papa fiorentino, Clemente VII visse quel pontificato travagliato che è stato considerato la fine di un’epoca.

Nel 1526, 5.000 armati al comando dei Colonna penetrarono in città e per punire il papa della sua politica filofrancese misero a sacco S. Pietro ed il Vaticano. Era il presagio di un dramma ben maggiore: il 6 maggio 1527 Roma fu invasa dalle truppe di Carlo V, un esercito di 20.000 uomini per metà composto dagli spietati lanzichenecchi luterani. Ebbe così luogo il tremendo sacco della città, che si protrasse fino al febbraio seguente, mentre il papa e qualche migliaio di cittadini riuscirono a trovare scampo asserragliandosi in Castel S. Angelo.

Alla fine del flagello ( a cui si era aggiunta un’epidemia di peste ) la popolazione di Roma era ridotta da 54.000 a poco più di 30.000 abitanti e la città appariva sfigurata.

Nello scorcio del 500 la città si era in parte ripresa dalle ferite materiali e morali provocate dal passaggio di eserciti, dal “sacco” del 1527, dalle violente lacerazioni avvenute nel corpo della cristianità.

Papa dal 1585, Sisto V, un frate venuto dalle Marche e che fece sentire subito un pugno severo, impersonava bene un’età in cui Roma cercava di ritrovare un posto riconosciuto in un’Europa dagli incerti equilibri.

Da allora , preso atto dei limiti posti irrimediabilmente dalla frattura protestante e dallo spostamento dell’asse economico-politico mondiale dal Mediterraneo verso settentrione, la Roma dei papi si dovrà accontentare di una dimensione meno ambiziosa, più circoscritta che nel passato.

Entro questa dimensione essa si consoliderà, si abbellirà, ritroverà una ragione d’essere per la sua gente ed un certo riconoscimento internazionale.

La Dominante ( così abitualmente era chiamata ) conservava prestigio soprattutto come luogo della Santa Sede. Lo dimostravano la ripresa dei pellegrinaggi di massa, il rinnovato fascino su artisti e viaggiatori, i legami di sangue e di rango che tornavano a stabilirsi fra grandi famiglie romane e non romane.

La popolazione della città si era attestata intorno ai 100.000 abitanti ed anzi sul finire del 600, pur attraversando annate di carestie e di grandi pestilenze, supererà i 130.000 abitanti.

 

 

 

 

 

 

491-518 Anastasio I imperatore bizantino.

500 Teodorico giunge a Roma.

507 I Visigoti fondano il Regno di Spagna.

518-527 Giustino imperatore bizantino.

Il disegno di ricostruire l’unità dell’impero, organizzando la riconquista di Africa, Italia e Spagna, fu ripreso da Giustiniano ( 527-565 ), ma riuscì solo in parte, nonostante le ingenti risorse impegnate, e non fu sempre apprezzato dalle classi colte in Italia, abituatesi a convivere con Teodorico, che aveva tra i suoi collaboratori, Boezio e Cassiodoro.

L’opera di Giustiniano, al di là dei suoi pratici risultati, mostra comunque che l’impero era sentito come unitario; la sua caduta in occidente rappresenta soprattutto e principalmente un problema storiografico.

Statista geniale, di grande e raffinata cultura, discusso dai contemporanei per il suo carattere di natura tirannica, Giustiniano ebbe al fianco, nel governo, la moglie Teodora, donna di bassa condizione sociale, ma molto bella e di grande intelligenza.

L’opera, però, per cui resta legato il nome di Giustiniano e che fu fondamento dello svilluppo dell’ordinamento giuridico bizantino e dal XII secolo anche di quello occidentale, fu la codificazione del diritto romano, avvenuta sotto la guida di Triboniano.

Il Corpus iuris civilis è costituito dalle seguenti parti :

  • il Codex Iustinianus, che raccoglie li editti imperiali ancora in vigore da Adriano in poi, utilizzando il Codex Theodosianus, il Codex Gregorianus ed il Codex Hermogeniaus

  • il Digesta o Pandectae, che raccoglie sistematicamente gli scritti dei giuristi classici romani

  • le Institutiones, specie di manuale dei principi generali del diritto, estratti dalle due opere precedenti

  • le Novellae Constitutiones, formate dalle leggi promulgate da Giustiniano.

 

536 Agapito I a Costantinopoli; 10 dicembre, Belisario entra a Roma; Vitige, eletto re, riconduce i suoi guerrieri a Roma; Silverio diventa Papa.

Marzo 537 – 10 marzo 538 Assedio dei Goti di Belisario a Roma

541 Totila proclamato re, riconquista l’Italia.

545 Totila assedia Roma

17 dicembre 546 Roma è riconquistata dai Goti

547 Roma è liberata dai Goti

549 Totila assedia nuovamente Roma e la conquista il 16 gennaio 550

553 Definitiva liberazione di Roma da parte dei Bizantini

555 Roma è governata da Narsete in nome dell’Impero Bizantino

565-578 Giustino II imperatore

Marzo 569, i Longobardi controllano quasi tutta l’Italia, tranne alcune zone, tra le quali Roma, che rimangono sotto il dominio bizantino dell’Impero Romano d’Oriente.

578-582 Tiberio II imperatore

582-602 Maurizio imperatore di Costantinopoli

Nel 590 dalle campagne umbre e sabine cominciarono a confluire a Roma i contadini, tormentati dalle scorrerie dei cavalieri longobardi; da Montecassino corsero nell’antica città dei Cesari a cercare protezione i monaci benedettini, scampati al saccheggio del monastero ad opera del Duca di Benevento, Zottone.

Ci fu una grandissima siccità, che provocò una grave carestia. La peste si estese dal Trentino fino a Ravenna e poi raggiunse Roma colpendo anche papa Pelagio II e creando un clima da fine del mondo.

Scomparso Pelagio II, lo’attenzione dei Romani si concentrò sul monaco Gregorio, già conosciuto per la sua carità e saggezza, per la sua attività benefica svolta quando era prefetto della città, per i suoi buoni rapporti con l’imperatore Maurizio.

Gregorio fu eletto papa il 3 settembre del 590.

599-600 Grande pestilenza a Roma

601-603 Agilulfo e Bizantini in guerra

602 L’imperatore Maurizio rovesciato dalla congiura di Foca

1 aprile 603 L’esarca Smaragadi conclude un armistizio con Agilulfo

605 Riprende la guerra tra Bizantini e Longobardi; morte di Foca; elezione di Eraclio

616 Morte di Agilulfo; gli succede Adaloaldo con la reggenza di Teodolinda

628 Morte di Teodolinda

638 L’imperatore Eraclio con l’ektesis approva il monotelismo

641-668 Costante II imperatore

648 Costante II ritira l’ektesis

649 Concilio Lateranense

668-685 Costantino IV compone il dissidio fra Bisanzio e Roma

680-681 VI concilio ecumenico : Roma vince sul monotelismo

692 Giustiniano II convoca il Concilio Trullano

..

5 ottobre 710 Costantino (?) I (?) si imbarca per Bisanzio

27 ottobre 711 Costantino rientra a Roma

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739 Una legazione di Gregorio III chiede aiuto a Carlo Martello

22 ottobre 741 Morte di Carlo Martello

..

753 Pipino il Breve traversa le Alpi e rassicura i Romani; i Longobardi occupano Ravenna e assediano Roma

756 Gli ambasciatori papali si recano presso i Franchi

28 giugno 761 Toto ed i fratelli irrompono in Roma

768 Muore Pipino il Breve; Sergio saccellarius si reca da Carlo e Carlomanno

14 aprile 769 Condanna di Costantino (?) II (?)

29 luglio 769 Cristoforo e Sergio rientrano a Roma

769 Concilio Lateranense (?) e morte di Sergio

Gennaio 770 Giungono a Roma gli ambasciatori di re Carlo

770 Bertrada giunge a Roma per ottenere il consenso alle nozze di Ermengarda con Carlo

771 Morte di Carlomanno

772-773 Offensiva longobarda contro Roma ed il Papa

773 La legazione di Carlo giunge a Roma, mentre Carlo assedia Pavia

774 Carlo conquista Pavia ed è eletto, a Roma, “patricius Romanorum”

778 Teodoro è eletto duca di Roma

25 dicembre 800 Incoronazione imperiale di Carlo Magno

810 Morte di Pipino (?)

813 Carlo Magno incorona il figlio Ludovico

814 Morte di Carlo Magno

..

824 Otario emana la Costituzione

826 Eugenio accetta in Concilio la Constitutio lotariana

..

846 I Saraceni attaccano Roma

849 La flotta cristiana sconfigge i Saraceni ad Ostia

..

864 Atteggiamento ostile di Ludovico II verso Roma

872 Si incorona Ludovico II

25 dicembre 875 Incoronazione di Carlo il Calvo

888 Deposizione di Carlo il Grosso

891 Stefano V incorona Guido di Spoleto e Ageltrude

894 Arnolfo assedia Roma difesa da Ageltrude

896 Cede la resistenza degli Spoletini, Arnolfo entra in Roma ed è incoronato in San Pietro

901 Benedetto IV incorona imperatore Ludovico di Provenza

914-928 Papa Giovanni X è consacrato da Teofilatto

915 Giovanni X incorona Berengario I imperatore

916 I Saraceni sono sconfitti sul Garigliano

……

933-936 Ugo di Provenza, re d’Italia dal 926, tenta di conquistare Roma

941 Ugo di Provenza entra a Roma

.

964 Roma si ribella ad Ottone I

.

972 Teofane, consorte di Ottone II, fa ingresso a Roma; Benedetto di Sant’Andrea compiange Roma calpestata dai Sassoni

973 Muore l’imperatore Ottone I

973-983 Ottone II imperatore

985 Si inaugura il patriziato di Crescenzio

988 Dittatura di Crescenzio

991 Morte dell’imperatrice Teofane

995 Ottone III entra in Roma

998 Sconfitta e morte di Crfescenzio III

1002 Morte di Ottone III

1004 Enrico II discende in Italia

1014 Enrico II e Benedetto VIII s’incontrano a Ravenna

.

1024-1039 Corrado II il Salico imperatore

1039-1056 Enrico III imperatore

8 novembre 1047 Gregorio e Pietro di Tuscolo, fratelli di Benedetto IX, assalgono Roma

1056-1106 Enrico IV re dei Romani, poi imperatore

1076 Enrico IV riceve la prima scomunica

1077 Enrico IV riceve il perdono a Canossa

1080 Rodolfo di Svevia è sconfitto e ucciso; Enrico IV riceve la seconda scomunica e si volge contro Roma

1106 Morte di Enrico IV

1106-1125 Enrico V imperatore

13 ottobre 1111 Enrico V è incoronato imperatore a San Pietro

1116 Rivoluzione a Roma; rientra in Roma Enrico V

1118 Pasquale II tenta di riprendere il controllo di Roma, ma muore presso la Traspontina

1122 Concordato di Worms; pacificazione fra Enrico V e Callisto II

1123 Spedizione romana contro Tivoli

1125 Morte dell’imperatore Enrico V

1130-1143 Scisma di Innocenzo II e di Anacleto II

1139 Innocenzo II scomunica i Tiburtini

1141-1142 Guerra fra i Roma e Tivoli; sconfitta dei Romani

1143 I Romani sconfiggono i Tiburtini a Quintiliolo; la rivoluzione a Roma

1144 La Renovatio Senatus a Roma

1145 Arnaldo da Brescia a Roma

1146-1149 Primi contatti fra Roma e Corrado III

1150-1153 Eugenio III fra Roma e Tivoli

1152-1190 Federico Barbarossa re e imperatore

1152 Federico Barbarossa si interessa a Roma

1155 Arnaldo da Brescia è catturato e bruciato; Adriano IV e Federico I si incontrano a Sutri

1159 Scisma di Alessandro III e Vittore IV

22 novembre 1165 Trattato fra Roma e Genova

1167 Barbarossa vince i Romani a Monte Porzio: l’esercito imperiale è distrutto da un’epidemia

1172 Roma occupa Albano, il Papa si ritira a Segni

1174 Trattato di alleanza tra Roma e Pisa

12 marzo 1178 Alessandro III rientra a Roma

1188 Clemente III fa la pace con Roma e riconosce i 56 senatori romani

1191 Enrico VI e Costanza di Altavilla sono incoronati in San Pietro

1198-1208 Filippodi Svevia imperatore

Gennaio 1200 Roma in guerra con Viterbo

Estate 1202 Gli Orsini cacciano da Roma Romano Scotti ed i figli di Giovanna Odolina, parenti di Innocenzo III

8 aprile 1203 Oddone di Poli molesta il corteo papale ed invade San Pietro

1204-1205 Giovanni Capocci si ribella al Papa

1207 Filippo di Svevia suscita la ribellione dei Romani

1208-1214 Ottone IV di Brunswing al potere

1212 Federico II di Svevia giunge a Roma

1215-1250 Federico II re, poi imperatore

1220 Incoronazione imperiale di Federico II

1222 Assalito dai Romani Onorio III si ritira a Tivoli

1225 Pietro Parenzo senatore a Roma

1230 Si afferma il partito federiciano

1231-1232 Riprendono le ostilità tra Roma e Viterbo

20 luglio 1233 Roma fa pace con Gregorio IX

Maggio 1234 Insurrezione a Roma capeggiata da Luca Savelli

11 aprile 1235 Il Senatore Angelo Malabranca ed i Romani accolgono il papa in Campidoglio

1237 Federico II invia ai Romani in Campidoglio il Carroccio tolto ai Comuni nella battaglia di Cortenuova

1239 Federico II è scomunicato ed i Romani solidarizzano con lui

1241 Il “pactum capitulare” diviene “statutum Urbis”

1242-1243 Rettorato di Matteo Rosso Orsini : sue pressioni sui cardinali riuniti in Conclave

1250 Morte di Federico II

1252-1258 Senatorato di Brancaleone degli Andalò : il primo capitano del popolo a Roma

1256-1261 Riccardo di Cornovaglia ed Alfonso X di Castiglia cercano l’appoggio dei Romani

1259-1261 Manfredi entra in contatto con i Romani e vuole il Senatorato

1264 Manfredi si muove contro Roma

8 gennaio1265 Clemente IV si rivolge a carlo d’Angiò e lo invita a Roma

23 maggio 1265 Carlo d’Angiò è incoronato in Roma re di Sicilia

Maggio 1265 Manfredi invia un manifesto ai Romani

1266 Carlo d’Angiò sconfigge Manfredi a Benevento

Maggio 1267 Arrigo di Castiglia è eletto senatore romano

1268 Corradino è a Roma e Carlo d’Angiò diventa senatore

1277 Giangaetano Orsini, romano, diventa papa con il nome di Nicolo III ed emana i “Fundamenta militantis Ecclesiae”, interpretata come la “magna charta” della signoria pontificia in Roma.

Si stabilisce che i senatori non possono più essere stranieri e devono appartenere a lignaggi consoni alla tradizione della carica, nonché all’importanza dell’Urbe.

Si rivendica in pieno la sovranità papale su Roma dopo il periodo in cui hanno dominato i senatori, seminatori di scismi e di scandali.

Roma deve diventare la città del papa e non v’è alcuna ragione perché al suo posto si collochi il potere popolare.

La Chiesa ed il Papa devono ridare slancio e fiducia a Roma ed ai Romani, devono escludere ogni intervento straniero.

E’ così pertanto che si inizia trionfalmente quello che sarà definito il periodo papale della città.

I romani, con un tributo di stima e di affetto, nel 1278 eleggono Niccolo III senatore.

Agosto 1280 muore Niccolò III e gli succede il francese Martino IV che concede per la terza volta il senatorato romano a Carlo d’Angiò, contro le disposizioni della bolla “Fundamenta”.

22 gennaio 1284 Durante la Rivolta del Vespro anche i Romani insorgono, catturano il vicario di re Carlo, nominano un capitano del popolo e fanno intendere chiaramente di voler disporre della propria autonomia.

1285 viene eletto papa, Jacopo Savelli, con il nome di Onorio IV, che ridà vigore alla bolla “Fundamenta”, affidando i compiti amministartivi al fratello Pandolfo.

1288 viene eletto papa il vescovo di Terracina, francescano, con il nome di Niccolo IV, che consente ai Colonna di assumere una funzione di primo piano nella vita cittadina.

Le condizioni di Roma non sono del tutto floride, ma vanno riprendendosi come mostra la campagna militare contro Viterbo ( 1290 ), terminata con la vittoria e l’imposizione di un esoso tributo alla città capoluogo della Tuscia.

La scomparsa di Niccolo IV, nel 1292, lascia la città per un lungo periodo priva del senatore e per oltre due anni senza il papa.

L’elezione di Celestino V, Pietro del Morrone,( agosto 1294 ) influisce poco su Roma.

Il papa del “gran rifiuto”, citato anche da Dante nella “Divina Commedia”, come campione di “ignavia”, tenta di orientare la Chiesa verso finalità spirituali, ma isolato nell’ambito del Sacro Collegio e circondato da uomini di “curia”, quali Benedetto Caetani, e da politici della statura di Carlo d’Angiò, che intendono coartare le sue decisioni, rinuncia ( 24 dicembre 1294 ) al soglio pontificio

Di eccezionale importanza invece, soprattutto per Roma, si rivelerà subito il successore, lo stesso Benedetto Caetani ( 1295-1303 ), che con il nome di Bonifacio VIII, assumerà con decisione il senatorato, secondo le precedenti disposizioni di Niccolò III.

Nato ad Anagni, appartiene alla nobiltà della Campagna, ha studiato diritto ed è notaio apostolico. Esperto giurista, ricco e potente più che per censo, per gli acquisti di beni effettuati nel corso del suo cardinalato, ha idee ben precise circa l’espansione ed il potenziamento della signoria dei Caetani che si snoda lungo le tre direttrici, la Campagna, la Marittima e la Tuscia.

Gli acquisti territoriali, però, non avvengono quasi a danno del demanio ecclesiastico, ma sfruttando il dissesto patrimoniale di famiglie feudali, lo sfacelo di piccoli centri comunali e la disgregazione di consorzi nobiliari un tempo facoltosi; ogni bene mobile o immobile viene acquistato all’insegna della più scrupolosa legalità formale, in modo che gli atti di cessione di stabili e fondi rustici, stipulati di frequente più che con Bonifacio, con i suoi familiari, risultino quasi sempre inattaccabili.

Fatto sta che una siffatta politica espansionistica e nepotistica farà dei Caetani una delle casate più potenti del Lazio e di Roma, dove primeggiano le famiglie dei Colonna, degli Orsini, dei Conti, dei Savelli e degli Annibaldi, che si sono spartiti quel centro dominandolo ciascuno in diversi rioni, ma con pari rapace violenza.

Gli Orsini detengono Castel Sant’Angelo ed il rione che si estende dal Teatro di Pompeo fino al Monte Giordano.

I Colonna abitano la parte della Via Flaminia dalla Fortezza dell’Agosta ( Augusteo ) nel Campo Marzio, al Mons Acceptorius ( Monte Citorio ) ai Santi Apostoli, nelle cui vicinanze si trovano, fin dalle prime origini della famiglia, le loro case.

Gli Orsini ed i Colonna, poi, si dividono il potere sulla città bassa.

Al di là del Campidoglio, di fronte al Rione di emanazione colonnese, si estende, invece, la parte posseduta dai Caetani, di più recente formazione nobiliare. La prima loro potenza effettiva è dovuta, infatti, a Bemedetto, che, già cardianle, getta le basi patrimoniali della casata che poi signoreggia dal Campidoglio alle Botteghe Oscure, dal Circo Flaminio al Viminale, ove sorge la Torre delle Milizie, in possesso degli Annibaldi e poi ceduta ai Caetani, nei primissimi anni del Trecento, quando Bonifacio, pontefice, vuole avere nell’Urbe una residenza adeguata al suo rango.

La famiglia del papa si insedierà altresì nell’Isola Tiberina e nelle vicine propaggini di Trastevere, verso la Chiesa di Santa Maria. Altra residenza importante della potente casata sarà, poi, posta fra la Fortezza di Capo di Bove e la Tomba di Cecilia Metella.

Oltre alle più consistenti famiglie altre ve ne sono che allora esprimono il loro predominio su determinate zone della città : i Frangipane, ormai decaduti, i Pierleoni, installatisi sulle rovine del Teatro Marcello, passato, poi, in possesso dei Savelli, che estendono le loro pertinenze fino alla Bocca della Verità; il lignaggio dei Sant’Estaucchio, i Margani, gli Stazi, i Millini ed i Sanguigni, che dominavano la zona dello Stadio Domizio, si dividono le varie “regiones”.

In Trastevere si trovano gli Stefaneschi, accanto alla Basilica di San Crisogono e di Santa Maria.

Nel Lazio, oltre i Caetani sulla Via Appia, gli Orsini collocano la loro base di potere a Marino e signoreggiano la Flaminia fino a Bracciano. I Colonna appaiono inerpicati sui Monti Prenestini e Palestrina diverrà la loro fortezza familiare. La Cassia sino a Viterbo, Bieda, Vetralla, sarà sotto l’influenza dei Prefetti di Vico.

1300 Primo Giubileo indetto da Bonifacio VIII

1303-1304 Pontificato di Benedetto XI

23 dicembre 1303 Benedetto XI toglie la scomunica ai Colonna

1305-1314 Pontificato di Clemente V; vengono allontanati i senatori Orsini e Savelli, mentre è eletto capitano del popolo Giovanni da Ignano

1306 Divengono senatori Gentile Orsini e Stefano Colonna

1307 Divengono senatori Pietro Savelli e Giovanni di Stefano de’ Normanni

1308-1309 Divengono senatori Stefano Conti e Orso di Francesco Orsini

1310 Elezione del senatore Ludovico di Savoia

 

1312 : - 7 maggio un corteo di Romani incontra Arrigo VIII fra porta Flaminia ed il Tevere

  • maggio-giugno Arrigo VII lotta per conquistare Roma

  • 29 giugno Arrigo VII è incoronato in Laterano

  • 21 luglio Arrigo VII lascia Roma

1313, in autunno Roberto d’Angiò diviene senatore romano e Clemente V lo conferma

1316-1334 Pontificato di Giovanni XXII

1323 Stefano Colonna e Poncello Orsini, capitani del popolo

1334-1342 Benedetto XII

1342-1352 Clemente VI

1352-1353 Innocenzo VI

……

1362-1370 Urbano V

1370-1378 Gregorio XI

1378-1389 Urbano VI

1389-1404 Bonifacio IX

…….

1410-1417 Giovanni XXIII (?)

1417-1431 Martino V

1431-1447 Eugenio IV

1447-1455 Niccolò V

1455-1458 Callisto III

1458-1464 Pio II

1464-1471 Paolo II

1471-1484 Sisto IV

1484-1492 Innocenzo VIII

1492-1503 Alessandro VI

1503 Pio III

1503-1516 (?) Giulio II

1513 (?) –1521 Leone X

1522-1523 Adriano VI

1523-1534 Clemente VII

 

Settembre 1526 Roma cade in mano ai Colonna e Clemente VII si rifugia in Castel S. Angelo.

Ottobre-Novembre 1526 Clemente VII brucia i castelli dei Colonna.

 

6 maggio 1527 : Carlo V saccheggia Roma

 

Febbraio 1528 Clemente VII paga 400.000 ducati agli imperiali, lascia Castel S. Angelo e si rifugia ad Orvieto. Roma è ridotta a 30.000 abitanti.

6 ottobre Clemente VII ritorna a Roma.

 

25 settembre 1534 muore Clemente VII e viene eletto Paolo III.

 

10 novembre 1549 muore Paolo III.

 

8 febbraio 1550 elezione di Giulio III.

 

9 aprile 1552 elezione di Marcello II che muore il 10 maggio.

23 maggio elezione di Paolo IV; 24 luglio : gli ebrei vengono chiusi nel “ghetto”; la Chiesa combatte la Spagna e crea un’alleanza segreta contro la Francia.

 

19 settembre 1557 il Duca d’Alba entra a Roma.

 

18 agosto 1558 : muore Paolo IV.

 

21 agosto 1559 Marcantonio Colonna ritorna a Roma; 25 dicembre : elezione di Pio IV.

 

1561 : Michelangelo inizia la costruzione di Porta Pia.

 

1562 : ampliamento del Rione Borgo Pio e costruzione di Porta Angelica.

 

9 dicembre 1565 morte di Pio IV

 

17 gennaio 1566 : elezione di Pio V.

 

1567 : proclamazione di S. Tommaso d’Aquino a dottore della Chiesa.

 

10 maggio 1572 : muore Pio V; 14 maggio : elezione di Gregorio XIII.

 

24 febbraio 1582 : nuovo calendario, detto Gregoriano, approvato con la bolla Inter gravissima, con il quale al giovedì 4 ottobre segue immediatamente il venerdì 15 ottobre.

 

1584 : Gregorio XIII fonda l’Accademia di S. Cecilia ed il palazzo del Quirinale diventa la sede papale.

 

10 aprile 1585 : muore Gregorio XIII; 24 aprile : elezione di Sisto V; inizio dei lavori per l’acquedotto Felice e la fontana di Mosè.

 

30 aprile 1586 : Domenico Fontana innalza l’obelisco egiziano in Piazza S. Pietro.

 

1587 : erezione dell’obelisco davanti a S. Maria Maggiore.

 

1588 : Domenico Fontana inizia la ricostruzione del palazzo lateranense, della fontana, della loggia delle benedizioni e cura l’innalzamento dell’obelisco.

 

1589 : Elevazione dell’obelisco in Piazza del Popolo; Giacomo Della Porta termina la cupola di S. Pietro (?); le statue bronzee di S. Pietro e Paolo sono poste sulle colonne Traiana e di Marco Aurelio.

 

1590 : inizia la costruzione del Palazzo Borghese per il cardinale Dezza; 10 aprile : muore Sisto V; 15 settembre : elezione di Urbano VII; 27 settembre : muore Urbano VII; 5 dicembre : elezione di Gregorio XIV; Giacomo Della Porta termina la cupola di S. Pietro disegnata da Michelangelo (?).

 

15 ottobre 1591 : muore Gregorio XIV; 29 ottobre : elezione di Innocenzo IX; 30 dicembre : muore Innocenzo IX e Giordano Bruno viene arrestato a Venezia e consegnato all’Inquisizione.

 

30 gennaio 1592 : elezione di Clemente VIII.

 

1593 : l’archeologo Antonio Bosio scopre le catacombe di Domitilla.

 

1598 : Clemente VIII annette allo Stato Pontificio la città ed il territorio di Ferrara.

 

1600 : morte sul rogo di Giordano Bruno.

 

5 marzo 1605 : muore Clemente VIII; 1 aprile : elezione di Leone XI; 27 aprile : muore Leone XI; 16 maggio : elezione di Paolo V.

 

14 febbraio 1616 : la Chiesa Viene pone all’indice il “De revolutionibus orbium coelestium” di Copernico; 5 marzo : Galilei viene diffidato dal cardinale Bellarmino a diffondere le teorie copernicane e viene posto il divieto di leggere le sue opere.

 

28 gennaio 1621 : muore Paolo V; 9 febbraio : elezione di Gregorio XV.

 

8 giugno 1623 : muore Gregorio XV; 6 agosto : elezione di Urbano VIII.

 

1624 : Gianlorenzo Bernini inizia la costruzione del baldacchino di S. Pietro.

 

1631 : Urbano VIII annette allo Stato Pontificio il Ducato di Urbino.

 

1633 : Maderno, Borromini e Bernini iniziano il palazzo Barberini. Galilei, processato dall’Inquisizione, è condannato alla prigione a vita, condanna in seguito commutata nell’isolamento.

1634 : Francesco Borromini progetta la Chiesa di S. Carlo alle Quattro Fontane.

 

29 luglio 1644 : muore Urbano VIII; 14 settembre : elezione di Innocenzo X.

 

1648 : grave straripamento del Tevere; completamento del Palazzo Pamphilj a Piazza Navona.

 

1651 : Gianlorenzo Bernini progetta la Fontana dei Fiumi a Piazza Navona.

 

7 gennaio 1655 : muore Innocenzo X; 7 aprile : elezione di Alessandro VII; Roma è colpita dalla peste.

 

1657 : Bernini inizia la costruzione del Colonnato in Piazza S. Pietro.

 

19 maggio 1667 : muore Alessandro VII; 20 giugno : elezione di Clemente IX.

 

9 dicembre 1669 : muore Clemente IX.

 

18 aprile 1670 : elezione di Clemente X; Bernini progetta la Chiesa di S. Andrea al Quirinale.

 

1672 : costruzione della Chiesa di S. Agnese in Agone in Piazza di Spagna.

 

22 luglio 1676 : muore Clemente X; 21 settembre : elezione di Innocenzo XI.

 

12 agosto 1689 : muore Innocenzo XI, 6 ottobre : elezione di Alessandro VIII.

 

18 febbraio 1691 : muore AlessandroVIII; 12 luglio : elezione di Innocenzo XII.

 

1700 : muore Innocenzo XII ed il 23 novembre viene eletto Clemente XI.

 

1701 :straripamento del Tevere

 

1702 : meridiana nella Chiesa di S. Maria degli Angeli.

 

1703 : violento terremoto con parziale crollo del Colosseo.

 

1704 : inaugurazione del monumentale Porto di Ripetta.

 

1709 : epidemia di peste a Roma.

 

19 marzo 1721 : muore Clemente XI; 8 maggio : elezione di Innocenzo XIII; costruzione dell’Ospedale di S. Gallicano.

 

7 marzo 1724 : muore Innocenzo XIII; 29 maggio : elezione di Benedetto XIII.

 

1726 : continuazione della costruzione della Scalinata di Trinità dei Monti su progetto di Francesco De Sanctis.

 

21 febbraio 1730 : muore Benedetto XIII; 12 luglio : elezione di Clemente XII.

 

1735 : Inaugurazione di Fontana di Trevi nel corso dei lavori.

 

23 marzo 1736 : i trasteverini scatenano tumulti contro gli spagnoli colpevoli di arruolare con la forza giovani romani; rottura delle relazioni diplomatiche tra lo Stato Pontificio e la Spagna.

 

1738 : Clemente XII condanna i principi della Massoneria con la bolla.

 

17 ottobre 1739 : annessione arbitraria della Repubblica di S. Marino da parte del cardinale Giulio Alberini, che viene rimosso da Clemente XII.

 

6 febbraio 1740 : muore Clemente XII; 17 agosto : elezione di Benedetto XIV.

 

1741 : concordato tra Santa Sede ed Emanuele III di Savoia per il Regno delle Due Sicilie.

 

1743 : ricognizione e definizione di 14 rioni; austriaci a Bologna; Spagnoli a Rimini e Pesaro.

 

1744 : austriaci a Monterotondo; Carlo di Borbone a Velletri; 1 novembre : gli austriaci si ritirano da Velletri e si attestano nel bolognese; 3 novembre :Carlo di Borbone fa il suo ingresso a Roma.

 

28 ottobre 1748 : Pace di Aquisgrana e ripristino delle relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e l’Austria.

 

1753 : Concordato tra la Santa Sede e la Spagna.

 

3 maggio 1758 : muore Benedetto XIV; 6 luglio : elezione di Clemente XIII

 

1762 : completamento della Fontana di Trevi, modificando il progetto di Nicola Salvi.

 

2 febbraio 1769 : muore Clemente XIII; 19 maggio : elezione di Clemente XIV.

 

21 luglio 1774 : muore Clemente XIV.

 

14 febbraio 1775 : elezione di Pio VI.

 

1776 : interruzione della bonifica dell’Agro Pontino.

 

1779 : Pio VI riprende la bonifica dell’Agro Pontino.

 

1783 : rottura dei rapporti diplomatici con il Regno delle Due Sicilie.

 

15 gennaio 1793 : i moti popolari contro francesi ed ebrei sono repressi e l’ordine pubblico viene ristabilito.

 

1794 : congiura contro il predominio papale.

 

21 maggio 1796 : proclama napoleonico sulla liberazione di Roma; 23 giugno : armistizio di Bolgna tra la Santa Sede e la Francia.

 

19 febbraio 1797 : la Romagna, Bologna e Ferrara sono ceduti alla Francia; Giuseppe Bonaparte si stabilisce nel Palazzo Corsini alla Lungara; 27 dicembre : scontro tra polizia pontificia e repubblicani.

 

 

 

1798 - 10 febbraio : i francesi occupano Roma, viene firmato un armistizio;

  • 15 febbraio : proclamazione della Repubblica Romana e arresto di Pio VI da parte del generale Cervoni;

  • 20 febbraio : Pio VI lascia Roma per raggiungere ( 22 febbraio ) Siena e successivamente ( 1 luglio ) la Certosa di S. Casciano, vicino Firenze;

  • ribellione di Trastevere e di altri rioni contro i soprusi dei francesi;

  • 29 novembre : Ferdinando IV, re di Napoli, entra a Roma, mettendo in fuga i francesi;

  • 5 dicembre : i francesi, che non avevano lasciato Castel S. Angelo, sconfiggono i napoletani a Civita Castellana.

 

1799 - 23 gennaio : i francesi occupano Napoli;

  • 28 marzo : Pio VI inizia il viaggio verso la Francia;

  • 14 luglio : Pio VI arriva a Valence;

  • 28 agosto : muore Pio VI

  • 12 dicembre : il Sacro Collegio si riunisce in conclave a Venezia nel Convento di S. Maria Maggiore.

 

1800 - 14 marzo : elezione a Venezia di Pio VII;

  • 3 luglio : Pio VII rientra a Roma.

 

16 luglio 1801 : firma a Parigi del concordato tra Francia e Santa Sede.

 

2 novembre 1804 : partenza di Pio VII per Parigi, dove il 2 dicembre incorona imperatore Napoleone.

 

Aprile 1805 : Pio VII rientra a Roma.

 

2 febbraio 1808 : il generale Miollis entra a Roma e prende possesso della città.

 

17 ottobre 1809 : Napoleone decreta la fine del potere temporale dei papi; 5 e 6 luglio : scalata del Quirinale ed arresto di Pio VII, deportato a Savona.

 

1810-1814 Roma città dell’impero francese.

 

19 gennaio 1814 : colpo di stato a Roma del generale Murat: 24 maggio : Pio VII torna a Roma.

 

22 marzo 1815 : Pio VII lascia Roma per risiedere a Genova; 7 giugno : Pio VII torna definitivamente a Roma.

 

1817 : carestia a Roma.

 

15 luglio 1823 : incendio della Basilica di S. Paolo fuori le mura; 20 agosto : muore Pio VII; 28 settembre : elezione di Leone XII.

 

5 aprile 1825 : vengono ghigliottinati i carbonari Targhino e Montanari.

 

10 febbraio 1829 : morte di Leone XII; 31 marzo : elezione di Pio VIII.

 

30 novembre 1830 : morte di Pio VIII; dicembre : tentativo carbonaro a Roma.

 

2 febbraoi 1831 : elezione di Gregorio XVI; febbraio : tentativi carbonari a Roma.

 

1832 : intervento militare di Austria e Francia nello Stato Pontificio.

 

Agosto 1835 : epidemia di colera a Roma

 

1 giugno 1846 : muore Gregorio XVI; 16 giugno : con soli 49 cardinali presenti su 72, il Sacro Collegio, senza attendere l’arrivo degli altri porporati, temendo che l’indugio potesse provocare rivolte, elegge il liberale Giovanni Maria Mastai Ferretti, che prende il nome di Pio IX. Il nuovo papa sente che deve subito far qualcosa per andare incontro a quei sudditi in attesa di novità, preludio ad un cambiamento di rotta a che risani le piaghe dello Stato.

Il 16 luglio Pio IX concede l’amnistia ai prigionieri politici ed è un delirio di entusiasmo. Sono tante le feste, i cortei e le acclamazioni che viene emanato un ordine che invita alla moderazione.

Ma l’entusiasmo è destinato a crescere ancor più quando l’8 agosto viene nominato Segretario di Stato il cardinale Pasquale Gizzi, notoriamente liberale, ed il 22 agosto è costituita una commissione che esamini i progetti per la costruzione di 4 strade ferrate da Roma verso Ceprano, verso il porto di Anzio, verso Civitavecchia e verso Ancona, Bologna.

Giuseppe Garibaldi dall’America gli offre la sua spada e Giuseppe Mazzini lo invita a farsi carico dell’unificazione dell’Italia.

Persino i Protestanti inneggiano a Pio IX ed alcuni ebrei e musulmani si convertono al cattolicesimo.

L’8 settembre, per iniziativa del capo popolo Angelo Brunetti, detto Ciceruacchio, dovendo il papa recarsi alla Chiesa di S. Maria del Popolo, il percorso dal Quirinale è adornato di bandiere, aarazzi, epigrafi, fiori e fiaccole ed alla Porta del Popolo viene eretto un arco di trionfo con figure rappresentanti il papa, la giustizia, la pace, l’amnistia e l’udienza pubblica, con la scritta : “Onore e gloria a Pio IX, cui bastò un giorno per consolare i sudditi e meravigliare il mondo”.

Viene diramato un altro ordine per mettere fine ai festeggiamenti e smorzare l’entusiasmo.

Le riforme iniziano il 12 marzo 1847 con la libertà di stampa nello Stato Pontificio, proseguendo il 19 aprile con la creazione della Consulta di Stato di Roma, il 14 giugno, con il primo governo consultivo nello Stato Pontificio.

L’entusiasmo continua a crescere e si manifesta con l’ennesima dimostrazione popolare, capitanata ancora da Ciceruacchio, il 17 giugno, in occasione dell’anniversario dell’elezione del papa.

Pio IX è fortemente allarmato ed il cardinale Gizzi, a nome del papa, il 22 giugno emana un editto con il quale si invita la cittadinanza a “porre un termine alle insolite popolari riunioni ed alle straordinarie popolari manifestazioni”.

E’ un segno dei timori del papa ad andare troppo avanti sulla strada delle riforme; i cittadini, peraltro, non credono che il decreto sia opera del pontefice e rispondono acclamando : “Viva Pio IX solo !”.

Due settimane dopo il cardinale Gizzi si dimette denunciando il disaccordo “con un uomo incostante come Pio IX”. Il papa elegge Segretario di Stato il cugino, il cardinale Gabriele Ferretti; viene aumentata la milizia cittadina in tutte le province dello Stato e sono sciolti i famigerati centurioni di Gregario XVI.

L’Austria finisce per intromettersi nella politica dello Stato Pontificio, occupando Ferrara per mantenere l’ordine pubblico. E’ lo spunto che serve a far aumentare ancor di più la popolarità di Pio IX, rendendo vivo un nuovo ideale : l’indipendenza.

Il cardinale Ferretti esclama : “Mostriamo all’Europa che bastiamo a noi stessi !”, promovendo l’accorrere di volontari sotto la bandiera bianca e gialla del papa e costringendo l’Austria a smobilitare.

Il 1 ottobre viene istituito il Consiglio Comunale di Roma : i palazzi capitolini diventano la sede del Municipio ed ogni rione continua ad avere la sua bandiera, con il vessillo giallo e rosso e la scritta S.P.Q.R. .

 

Il 14 marzo Pio IX concede la Costituzione, ma non era una costituzione apertamente rinnovatrice, era un compromesso.

Pio IX, in realtà, non aveva alcuna intenzione di trasformare radicalmente lo Stato Pontificio e non voleva schierarsi contro l’Austria.

Infatti , a seguito della dichiarazione di guerra all’Austria da parte di Carlo Alberto ( 23 marzo ), il 29 aprile Pio IX dichiara la neutralità dello Stato Pontificio.

Il mito del papa liberale cade e di riflesso nasce quello del papa traditore.

Il papa cerca di placare la piazza istituendo un nuovo governo sotto la presidenza del cardinale Soglia con Terenzio Mamiani al Ministero degli Interni, ma il contrasto di fondo affiora.

Il 2 agosto Mamiani si dimette e viene sostituito dal conte Odoardo Fabbri.

Anche questi, a fronte dell’invasione dell’Emilia da parte degli austriaci, si dimette ( 16 settembre ) e subentra il conte Pellegrino Rossi, che riesce ad attirare su di sé l’odio di tutti.

Troppo severo per i funzionari, manifestando da una parte la sua fede nel potere temporale e dall’altra il suo liberalismo, era malvisto, rispettivamente dai democratici e dai gesuiti ed era inviso anche dai prelati, obbligati a pagare le tasse.

Il 15 novembre a seguito dei tumulti scoppiati davanti al Palazzo della Cancelleria, Luigi Brunett, figlio di Ciceruacchio, ferisce mortalmente Pellegrino Rossi e lo stesso Ciceruacchio ed il liberale Pietro Stermini capeggiano una serie di dimostrazioni che arrivano minacciose fino in Piazza del Quirinale.

Il governo viene affidato a monsignor Muzzarelli, con Giuseppe Galletti agli Interni, Terenzoi Mamiani agli Esteri e Pietro Stermini ai Lavori Pubblici.

Il 25 novembre Pio IX si rifugia a Gaeta, dove il re delle Due Sicilie, Ferdinando II gli offre protezione ed ospitalità.

Il papa chiama in soccorso le potenze cattoliche perché lo aiutino a ricostituire la sua sovranità.

Il 26 dicembre viene sciolto il Parlamento ed il 29 sono indette le elezioni a suffragio universale che dovranno tenersi il 21 gennaio 1849.

Il papa protesta con tanto di minaccia di scomunica per tutti coloro che prenderanno parte alle elezioni.

Ma, malgrado la minaccia del papa, l’afflusso alle urne non è scarso e, nonostante i legittimisti si astengano, risultano eletti in maggioranza elementi moderati; ma per dare un certo carattere nazionale all’assemblea, ci sono anche cittadini di altri stati, come Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini. Il 5 febbraio in Campidoglio si ha la prima adunanza dell’Assemblea Costituente formata da 200 membri, che si insediano dopo aver ascoltato una messa nella Chiesa dell’Aracoeli, in un curioso misto di sacro e profano.

Presidente è un uomo molto legato al papa, Giuseppe Galletti.

L’8 febbraio si ha il primo atto dell’Assemblea, che è decisamente rivoluzionario: decreta la decadenza del potere temporale e proclama la nascita della Repubblica Romana.

Il 12 febbraio il papa, con una lettera aperta ai governi di Spagna, Austria, Francia e delle Due Sicilie, redatta dal cardinale Antonelli, rinnova la richiesta di aiuto per ristabilire il potere pontificio.

Roma va avanti con il suo programma repubblicano ed il 5 marzo l’Assemblea Costituente elegge, con pieni poteri, un triumvirato : Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini.

Roma deve principalmente pensare a difendersi dai francesi e costituisce un esercito accogliendo tutti coloro che da ogni parte d’Italia vengono ad offrirle aiuto : i legionari di Giuseppe Garibaldi, i lombardi con Luciano Manara, i genovesi con Goffredo Mameli. 20.000 uomini con un centinaio dipezzi di artiglieria e Carlo Pisacane, capo dello Stato Maggiore.

Le ostilità cominciano il 28 aprile con la marcia di 6.000 francesi da Civitavecchia verso Roma agli ordini del Generale Nicolas-Charles-Victor Oudinot.

Le truppe romane sono dislocate 10.000 in varie zone del Lazio e 10.000, divisi in quattro brigate, a Roma : la prima, agli ordini di Garibaldi, controlla il Gainicolo, tra Porta Portese e Porta S. Pancrazio; la seconda, sotto il comando del col. Luigi Masi, è sul tratto tra Porta Cavalleggeri e Porta Angelica; la terza, con i dragoni del col. Savini, controlla la cinta muraria sulla sinistra del Tevere; la quarta, agli ordini del col. B. Galletti, è da riserva tra la Chiesa Nuova e l’Argentina.

Il gen. Giuseppe Galletti con 600 carabinieri ed il Manara con i bersaglieri lombardi sono collocati alla Lungara.

L’assalto è il 30 aprile a Porta S. Pancrazio e costa ai francesi 1.000 uomini, tra morti, feriti e prigionieri contro 200 dei . Oudinot chiede rinforzi a Parigi ed il presidente Carlo Luigi Napoleone Bonaparte invia 30.000 uomini e 75 pezzi di artiglieria.

Ai primi di maggio gli austriaci conquistano prima Bologna, poi Ferrara, Imola, Forlì, Cesena e Rimini ed a fine maggio viene presa anche Ancona.

Anche i napoletani erano penetrati nel Lazio, ma erano stati fermati a Palestrina da Garibaldi, poi velocemente rientrato a Roma.

Il 3 giugno Oudinot riprende l’attacco ed occupa Villa Pamhjli, Villa Corsini ed il casino dei Quattro Venti. Si registrano dissidi fra i capi militari, troppo diversi come mentalità e formazione e risultano in disaccordo le azioni di Rosselli, Manara e Garibaldi.

Prima muore Goffredo Mameli, Manara cade nella difesa di Villa Spada e Garibaldi con le sue gesta sulle Mura Aureliane crea il mito della propria invulnerabilità, ma il sacrificio e l’eroismo non bastano.

L’Assemblea approva una delibera di resa, che i triumviri si rifiutano di sottoscrivere e si dimettono. Vengono eletti nuovi triumviri Aurelio Saliceti, Liceo Mariani ed Alessandro Calandrelli, che il 2 luglio approvano la resa senza condizioni votata dal Municipio.

Quello stesso giorno le truppe si raccolgono a Piazza S. Pietro e Garibaldi invita a seguirlo tutti quelli che vogliono continuare a combattere; la sera esce da Porta S. Giovanni con 4.000 uomini, 800 cavalli e qualche cannone. Con lui sono la moglie Anita, Ciceruacchio ed Ugo Bassi, già cappellano delle truppe pontificie; non avranno fortuna e la spedizione si tramuterà in una fuga, con le truppe austriache alle calcagna, durante la quale Anita morirà di malaria e Ciceruacchio e Bassi saranno fucilati.

Il 3 luglio il gen. Oudinot prende possesso della città, dichiara la Repubblica Romana finita, revoca la libertà di stampa, attribuisce giurisdizione penale ad un tribunale militare francese e nomina governatore il gen. Louis de Rostolan.

Il 15 luglio 100 colpi di cannone accompagnano la ricomparsa della bandiera pontificia su Castel S. Angelo.

Il 17 luglio Pio IX nomina, con pieni poteri di governo, un nuovo triumvirato, al quale i liberali daranno il soprannome di “rosso”, perché formato da 3 cardinali : Gabriele della Genga, Luigi Vannicelli Casoni e Ludovicon Altieri.

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  • luglio : istituzione di un governo repressivo clericale;

  • 12 settembre : emanazione di leggi pontificie restauratrici

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia

 

La grande storia di Roma, Antonio Spinosa, Oscar Storia Mondadori, febbraio 2000

Storia di Roma, Indro Montanelli, Superbur Saggi, luglio 2000

Roma e il suo impero, Barry Cunliffe, Club del Libro – F.lli Melita, 1979