Diario di Viaggio U.S.A. 2007
DIARIO DI VIAGGIO
U.S.A. 2007
“ Il mondo è come un libro
e chi non viaggia ne
legge una sola pagina”
(S.Agostino)
Ho sempre pensato che se mai avessi scritto un libro sarebbe stato difficilissimo per me trovare la frase con cui iniziare, ma non è questo il caso perché quello che state per leggere è semplicemente il racconto di un'esperienza fantastica che ho vissuto insieme a mio marito e che vorrei condividere con chi come noi ama viaggiare.
Prima di tutto però vorrei spiegare il significato che ha per noi il termine: viaggio.
Viaggiare è conoscere, è aprire la mente, è introspezione, è fare nuove scoperte ogni giorno, è capire, ma soprattutto viaggiare per noi è vivere.
Sognavo di andare in California più di ogni altra cosa al mondo fin da quando avevo quattordici anni. Non so cosa mi abbia trattenuta tanto dal farlo in tutto questo tempo, ma una cosa è certa questo viaggio è andato al di la di ogni possibile immaginazione, questo viaggio mi ha cambiato la vita.
GIORNO 1
LA PARTENZA
(Sabato 11 Agosto)
Finalmente è giunto il fatidico giorno…il giorno della partenza per il viaggio che sogno da tutta la vita: WEST COAST U.S.A.!!!!!
Non sembra vero di essere in aeroporto, o meglio non sembra vero di fare la fila all’imbarco per Los Angeles. A dir la verità però il primo impatto con il nostro volo non è dei migliori, siamo circondati da poliziotti armati di mitra e ci consegnano un modulo in cui segnare i dati completi dei familiari da avvertire in caso di incidente aereo. Non ci era mai capitato di dover compilare un modulo del genere e devo dire che è abbastanza inquietante.
Ma non siamo tipi impressionabili e preferiamo concentrarci sulle cose belle…U.S.A.!
Nel nostro tragitto è compresa la sosta di una notte ad Amsterdam, che comunque è molto meglio di quelle attese interminabili in aeroporto a fissare il vuoto.
Ore 21.00 Partenza da Roma – Fiumicino - Ore 23.30 Arrivo ad Amsterdam.
Dopo due ore e mezza di volo atterriamo ad Amsterdam, già pronti ad infilarci sotto le coperte grazie all’albergo “tattico” situato all’interno dell’aeroporto.
La nostra camera allo Sheraton è bellissima, ottimamente arredata e con tutti i confort possibili e pensare che l’abbiamo pagata anche relativamente poco grazie ad uno sconto trovato sul sito www.booking.com.
Contentissimi ci buttiamo sul letto preoccupati di non riuscire a prendere sonno per l’emozione. Dopo 5 minuti dormivamo entrambi.
GIORNO 2
L' ARRIVO
(Domenica 12 Agosto)
Ore 8.00 Partenza da Amsterdam – Ore 10.25 (locali) Arrivo a LOS ANGELES!!!!!!!!!!!
Il volo dura poco più di 11 ore, non c’è che dire, è davvero impressionante partire alle 8 di mattina dall’Europa e ritrovarsi alle 10.30 a fare colazione a Los Angeles!
Dopo il rituale dogana (con il mitico timbro ADMITTED) e il ritiro bagagli io e Alfo ci guardiamo negli occhi e urliamo: “ce l’abbiamo fatta siamo in America!”. Cinque minuti dopo mi ritrovo seduta da sola fuori dal posto di polizia ad aspettare che Alfonso venga rilasciato dopo essere stato fermato per ulteriori controlli…gli avevo detto di tagliarsi quella barba!
Finalmente libero, ci dirigiamo verso l’uscita pronti a strippare (strippare = abbracciare forte forte qualcuno fino all’emissione di un gridolino di aiuto) Barbara, la sorella di Alfonso che si è trasferita a vivere a Los Angeles dieci anni fa. L’ultima volta che abbiamo incontrato Barbara è stato lo scorso aprile a Montecarlo e la prossima volta che ci vedremo sarà a Capri ad ottobre, lei è un tipo davvero speciale, è una cittadina del mondo (tra l’altro parla perfettamente diverse lingue).
Prima, doverosissima tappa, la “colazione” da STARBUCKS!!!!!!!!
FRAPPUCCINO FOR EVER e panino con l’insalata di pollo pure!
Nel mio primo viaggio in macchina verso casa di Barbara (che si trova a Marina del Rey) mi scopro a fotografare tutto quello che vedo, dal cartello stradate “One Way”, all’idrante rosso dei film e la mia espressione sembra quella di una bambina il primo giorno di vacanza, al luna park, con uno zucchero filato su una mano e un gelato gigante sull’altra, mentre le regalano un cucciolo di cagnolino e le dicono che la scuola ricomincerà dopo 6 mesi. Non so se ho reso l’idea della mia felicità.
Anche Alfonso, nonostante non fosse la sua prima visita a Los Angeles (era già venuto qui qualche anno fa con un amico), non riesce a smettere di sorridere, e mentre da una parte gli sembra di essere stato quì fino a due giorni prima, dall’altra non riesce ancora a realizzare di essere tornato veramente.
LOS ANGELES: Detta LA, la Città degli Angeli, è la più grande città della California e la seconda di tutti gli Stati Uniti d’America, la sua superficie è di oltre 1200 km ed ha una popolazione di circa 3.800.000 di abitanti.
La tentacolare metropoli di Los Angeles è situata in un ampio e piatto bacino naturale circondato da spiagge, montagne e deserti, in una pittoresca e disordinata mescolanza di fast food e centri commerciali, palme e piscine, grattacieli (concentrati nel centro) e case basse immerse nel verde.
Los Angeles non è una città nel senso classico della parola, ma piuttosto un enorme conglomerato di decine di quartieri e vere e proprie città che, pur essendo interconnessi, non sempre hanno qualcosa in comune. I diversi distretti di Los Angeles infatti, un tempo costituivano comunità autonome (con una propria specifica identità) ma con il passare degli anni sono entrati a far della città, tra di essi però spesso mancano suddivisioni precise ed a tenerli insieme vi è un’intricata rete di freeways (superstrade ad alta velocità).
Estremamente vivace ed appariscente, Los Angeles è una città cui è difficile dare un senso complessivo poiché è un mosaico stordente dai forti contrasti, spostandosi da un capo all’altro della metropoli è infatti possibile entrare in contatto con ogni estremo sociale possibile e immaginabile.
Nonostante ciò però la “Città degli Angeli” può sembrare un luogo sorprendentemente familiare.
Los Angeles ha una delle popolazioni più diversificate etnicamente del mondo. Al suo interno si trovano comunità etniche originarie di 140 paesi e si parlano almeno 224 lingue diverse. E’ una città unica al mondo e rispetto al resto dell’America si può dire che LA si muova ad un ritmo tutto suo alimentato da un vortice di energia creativa che conduce al mitico sogno americano di successo e ricchezza.
Il suo clima è mediterraneo, con temperature invernali medie sui 13°C ed estive sui 39°C mentre le precipitazioni sono piuttosto scarse (circa 350 mm) e concentrate soprattutto in inverno.
Probabilmente il simbolo di LA è la celeberrima scritta sulle colline di Hollywood che sovrasta la città e che ricorda l’importanza avuta dall’industria cinematografica nella sua storia. L’industria cinematografica ha infatti svolto un ruolo importante nel diffonderne l’immagine, da quando nel 1910 arrivarono i primi produttori attirati da una lunga serie di fattori: un clima che permetteva di fare riprese di esterni durante tutto l’anno, l’abbondanza di spazi per la costruzione di elaborati set cinematografici, i paesaggi delle vicinanze talmente vari da poter fare da sfondo ad azioni ambientate in ogni parte del mondo. Da allora il fascino di Hollywood è stata una calamita per migliaia di aspiranti attori, scrittori, progettisti, musicisti rock e aspiranti celebrità che tentano la fortuna in questa metropoli unica al mondo.
A casa di Barbara incontriamo Mike il suo futuro marito (ma al tempo ancora non lo sapeva) un inglese molto americano e molto simpatico, ma che per mia sfortuna non parla italiano. Mike passa più di un’ora a prodigarsi per trovarci un auto per i prossimi giorni e il suo modo di rivolgersi alle diverse compagnie è davvero spettacolare, risoluto, deciso ma cortese....certo non è una persona che si fa mettere i piedi in testa dalla gente…quanto vorrei saperlo fare anche io!
Dopo aver trovato la macchina e riposto i bagagli Barbara ci propone un bel giro dei dintorni di Marina del Rey, partendo dalla mitica VENICE BEACH!!!!!!!!
VENICE BEACH: Venice è un distretto della parte ovest di Los Angeles e Venice Beach è il suo folcloristico lungomare oltre che zona di forte richiamo.
In nessun altro posto di Los Angeles i suoi abitanti si mettono in mostra così apertamente, sensualmente e aggressivamente come nella Venice Boardwalk, un ampio corso pedonale noto anche come Ocean Front Walk.
Tutto l’anno nei fine settimana e tutti i giorni d’estate il corso è pieno di neo-hippies, ragazzi che suonano la chitarra sui pattini a rotelle , giocolieri mangiafuoco, rasta, Hare Krishna e naturalmente frotte di turisti abbronzati che si divertono ad ammirare lo spettacolo.
Senza nemmeno lasciare la spiaggia è possibile comprare qualsiasi cosa necessaria per assumere l’aspetto di una persona del luogo: occhiali da sole, t-shirt, walkman, gioielli fatti a mano, scarpe da ginnastica, cd musicali.
Nella parte più a sud si stende la Muscle Beach, una leggendaria palestra di culturismo all’aperto dove veri e propri ammassi di muscoli sollevano pesi di grosse dimensioni, mentre i ginnasti volteggiano su anelli e sbarre. Lungo la passeggiata che costeggia la spiaggia invece, bellezze locali stile Pin-up si mescolano con i senzatetto e con i punk che sfrecciano in skateboard.
Oltre alla palestra ci sono anche diversi campi da pallacanestro in cui folti gruppi di ragazzi locali (di varia generalità) si cimentano in accanite partite di street-basket.
Le case nei dintorni sono per lo più piccole villette, alcune in mattonato altre in legno, dalle forme e i colori più vari, certe poi sono decorate con dei veri e propri murales e per lo più sono abitate da gruppi di giovani e turisti.
Di notte però, Venice Beach cambia faccia e diventa un luogo pericoloso perchè ne prendono possesso gang, spacciatori e psicopatici assortiti; è inoltre illegale passeggiare sulla spiaggia quando fa buio nella maggior parte dei suoi tratti.
Che meraviglia! Impossibile non farsi travolgere dalla vitalità e dall’energia di questo luogo, io me ne sono letteralmente innamorata! Passeggiamo lungo la via principale e mentre mi guardo intorno penso che già solo vedere un posto come questo valga tutte le 11 pesantissime ore d’aereo.
Qui le parole d’ordine sembrano essere esprimi te stesso, in qualunque modo ti senta di farlo, chiunque tu sia, da qualsiasi parte del mondo venga e qualsiasi età tu abbia. Gente di tutti i tipi, di tutte le estrazioni sociali, suona, balla e fa sport insieme, con un unico obiettivo comune, vivere e soprattutto lasciar vivere. Mi sento come a casa, mi sento come se finalmente avessi trovato il mio posto nel mondo. Un luogo dove sei quello che sei, senza etichette, formalità e ipocrisie. Un posto dove Enrica è solo Enrica, una persona con delle passioni e con la voglia di divertirsi e condividere con altri un momento o magari uno stile vita.
Ci fermiamo a guardare alcuni ragazzi che pattinano a suon di musica, sono bravissimi, fanno salti, figure e ballano come avessero le scarpe da ginnastica ai piedi. Ad un certo punto vediamo che tra loro c’è anche una signora dark di almeno 60-65 anni, non sa pattinare bene come gli altri e balla anche fuori ritmo ma nessuno la nota, nessuno la guarda, è semplicemente una di loro come tutti gli altri. Bellissimo.
La passeggiata poi prosegue verso i campi da basket e per me, che fino a 3 anni fa giocavo a basket nei cortili delle parrocchie, vedere di persona il luogo dove è nato lo street basket è stato davvero emozionante. Sono sempre più convinta di avere trovato casa mia qui!
Salutata Venice Beach, con la promessa di tornarci assolutamente prima della partenza, ci dirigiamo verso il Fisherman’s Village.
FISHERMAN’S VILLAGE: Incantevole villaggio costituito costruzioni in legno in stile Old New England, più che un villaggio di pescatori sembra una piccola bomboniera. Qui è possibile mangiare in uno dei cinque ristoranti sul mare, tutti a base di pesce, naturalmente appena pescato, oppure affittare una barca (ce ne sono di varie dimensioni, sia a motore che a vela) o anche prenotare una gita in vascello compresa di cena e serata danzante.
Passeggiamo lungo il pontile del Fisherman’s Village e ci godiamo tutto il relax che questo luogo ci trasmette. Il profumo del mare, lo stridio dei gabbiani, il rumore dell’acqua che sbatte sulle passerelle di legno, e il vociare dei pescatori sulle barche, una pace assoluta.
A cena rimaniamo dalle parti di Marina del Rey, e andiamo al “The Chaya” (www.thechaya.com), un sushi bar very fashion, nel quale optiamo per un lungo aperitivo very trendy. Barbara mi consiglia le Etamame, il nome esotico dei fagioli di soia….sono veramente molto molto buoni ma non al livello dei California Rolls…dove mangiarli se non qui??? (a parte il Giappone naturalmente).
Da veri animali notturni dopo cena torniamo a casa e sveniamo nel letto, questa volta però la scusa giusta c’è, il fuso orario!
GIORNO 3
HOLLYWOOD
(Lunedì 13 Agosto)
SVEGLIA SIAMO A LOS ANGELES!!!!!
Dobbiamo andare, vedere, fare tante cose…e la prima è sicuramente andare ad affittare una macchina!
Dopo tanti tentativi telefonici abbiamo deciso di puntare di nuovo sull’Enterprise, la compagnia a cui si era rivolto Alfonso l’ultima volta che è stato a Los Angeles. Dopo qualche discussione Alfo decide di accontentarmi e optiamo per un fantastico Pick-Up rosso fuoco! WOW, strade americane e fuoristrada alto due metri, mi sento la protagonista di un film!
A dire il vero tutto qui ti fa pensare di essere in un film, dal parcometro, al semaforo, dai cartelli stradali, alle villette a schiera, tutto quello che per anni abbiamo visto solo al cinema o in TV adesso è qui intorno a noi.
La prima giornata, sembra quasi scontato (soprattutto per me che lo sogno da quando avevo 12 anni) la dedicheremo a Hollywood!
L’impatto con l’autostrada americana è impressionante, Alfo mi aveva detto che qui le due corsie nemmeno le conoscono, e che ce ne sono sempre almeno 5 o 6 per parte, ma vederle dal vivo è tutta un’altra cosa.
Barbara ci aveva avvertito che avremmo incontrato un po’ di traffico lungo la strada ma certo non ci saremmo mai immaginati questo traffico. Quello che gli abitanti di Los Angeles chiamano traffico da noi è solo un leggero rallentamento, calcolando che la nostra media (in pieno traffico) è di 50 km orari. Mi domando cosa penserebbero se si trovassero a Roma sull’Olimpica alle 9 di mattina, dove la mia media è con il freno a mano tirato!
HOLLYWOOD: La collina di Hollywood si trova nella parte Nord Ovest di Los Angeles, la zona è abbastanza trasandata e in forte degrado, gli edifici sono bassi e le vie molto larghe così come i marciapiedi. Essa è inoltre affollata da un’eccentrica mescolanza di rifiuti della società e turisti che si guardano intorno abbagliati dalla luce riflessa delle star del firmamento cinematografico.
In realtà le celebrità di Hollywood passano poco tempo qui e appena possono permetterselo si trasferiscono sulle colline di Beverly Hills o sulla costa del Pacifico in cerca di privacy.
Hollywood è una parola che riassume in se gli ingredienti essenziali del sogno di gloria americano: il fascino, la ricchezza, il successo facile; un sogno che conquistò abbastanza persone da fare di Hollywood quello che è oggi: uno strano miscuglio di ottimismo e di disperazione totale.
La via principale è Hollywood Boulevard resa famosa dalla presenza della “Walk of Fame”, un tratto di marciapiede (che inizia all’incrocio con Vine Street) su cui sono incastonate circa 2000 targhe in ottone a forma di stella con su scritti i nomi delle più rappresentative celebrità del cinema, del teatro, della radio, della TV e della musica, vere e non (Marilyn Monroe al numero 6776 H.B., Elvis Presley 6777H.B., Charlie Chaplin 6751H.B. ma anche Topolino Bugs Bunny e Godzilla).
La collocazione delle targhe cominciò nel 1960 su suggerimento della Camera di Commercio, la quale riteneva che conservarvi come in un reliquiario i grandi nomi dello star system, avrebbe in qualche modo dato fascino al Boulevard.
Le celebrità prescelte però non ricevono la stella come dono, esse devono pagare diverse migliaia di dollari per il privilegio di essere incluse.
Sempre lungo Hollywood Boulevard si trova il Mann’s Chinese Theatre famoso in tutto il mondo per il suo cortile in cemento sulle cui mattonelle sono impresse le orme di 150 divi hollywoodiani. Fu inaugurato nel 1927 come lussuoso teatro destinato alle première delle nuove mega-produzioni, in occasione delle quali il pubblico si ammassava dietro i cordoni per vedere da vicino i divi del cinema che arrivavano in pompa magna per assistere alle proiezioni. Oggi il Mann’s Chinese Theater è stato quasi del tutto rovinato dal complesso commerciale circostante che lo ha inglobato, ha perso così gran parte del suo fascino, non fosse per le mitiche impronte dei divi nello spazio antistante.
Devo dire che il primo impatto con la zona non è dei migliori, sembra una area periferica, sporca e malfamata. Nulla a che vedere con i film che mi ero fatta in testa.
Camminiamo lungo la Walk of Fame alla ricerca di nomi famosi (ce ne sono molti di cui da noi non si è mai sentito parlare) e dopo un po’ troviamo una delle attrici secondo me più belle di Hollywood, Kim Basinger. Foto di rito, poi via alla volta del Chinese Theater. Ma anche qui, grossa delusione. Mi aspettavo il mega vialone pieno di impronte e invece all’ingresso del teatro è montata una passerella per l’anteprima di un film che faranno in serata, l’ingresso al teatro è bloccato e le impronte visibili sono pochissime. Per fortuna però sono rimaste fuori le impronte di uno dei personaggi più mitici del cinema, John Wayne!
Continuiamo il nostro giro e troviamo quello che fin da Roma stavo bramando…la Mappa delle case delle Star! So benissimo che non vedremo nessun attore famoso portare il cane a passeggio e Alfo mi ha avvertita che le case più belle, i villoni mega galattici, sono tutti coperti da siepi o muri alti quattro metri, ma non possiamo non fare un giro sulle colline Holliwoodiane, quindi sfodero il mio sguardo da cagnolino bastonato e Alfo, colpito sul sentimento, decide di accontentarmi e via per lo Star Tour!
Prima dello Star Tour però Alfo decide di provare a battere il record di 7 anni prima e di avvicinarsi ancora di più alla scrittona HOLLYWOOD (che, dopo diversi tentati suicidi è stata interdetta al pubblico). Prendiamo la macchina e iniziamo a salire sulla collina, le villette sono veramente incantevoli e non voglio immaginare come possa essere l’arredamento all’interno. Piano piano e, dopo diversi tentativi, eccoci vicinissimi o meglio, eccoci arrivati alla fine della strada, il resto avremmo dovuto farlo a piedi e scavalcando chissà quale recinzione, quindi ci accontentiamo, siamo in America non si sa mai!
Scattate le nostre solite cinquanta fotografie ci mettiamo alla ricerca della strada per il Griffith Park, ma purtroppo oggi ci dice proprio sfortuna e la via d’accesso è chiusa per lavori, quindi, dopo aver cercato inutilmente di muovere a compassione il poliziotto di turno, desistiamo.
Non è comunque il caso di scoraggiarsi anzi, sarà una delle tante scuse che useremo per tornare al più presto qui!
Inoltre non abbiamo tempo da perdere, è il momento di Beverly Hills!
BEVERLY HILLS: Situata a Ovest di Hollywwod, Beverly Hills è una città indipendente da Los Angeles e dal 1920 è la zona residenziale per eccellenza del mondo dello spettacolo oltre ad essere, attualmente, la città più ricca d’America (nel corso degli anni essa ha infatti attirato, oltre ai vips, una buona parte degli abitanti più danarosi di Los Angeles).
Beverly Hills ha il suo sindaco, i suoi uffici pubblici e il suo corpo di polizia (indipendente da quello di Los Angeles), persino i cartelli che indicano le strade, hanno una peculiare forma e caratteristica, mentre il resto della città è costituito quasi esclusivamente da case e negozi, non ci sono ospedali, ne cimiteri, ne industrie (un modo di dire scherzoso, comune tra gli americani è che a Beverly Hills non si nasce ne si muore, si vive solo…nel lusso).
Tutte le strade di Beverly Hills sono immacolate, i giardini ben curati, i palazzi eleganti e i negozi estremamente sofisticati.
Una linea ferroviaria in disuso divide la cittadina in due quartieri: da una parte il quartiere dei ricchi, dall’altra quello dei plurimiliardari.
A sud dei binari ci sono le case relativamente modeste disposte intorno allo sfarzoso “Golden Triangle”, il cuneo di terra occupato dal quartiere commerciale di lusso.
Il Golden Triangle è attraversato da Rodeo Drive, una delle vie per lo shopping più famose ed esclusive del mondo, con le vetrine degli stilisti più costosi della moda internazionale; si tratta di un tratto di strada elegante e snob fino all’eccesso, dove ogni boutique (con il proprio personale di sicurezza privato) cerca di superare le altre in eleganza e lusso.
Al di la dei binari e del Santa Monica Boulevard si stendono invece i quartieri alti, la parte più esclusiva della Beverly Hills, la zona residenziale tra le cui verdi colline sono nascoste lussuose ville protette da eleganti cancelli di sicurezza.
Le ville sontuose di Beverly Hills rappresentano uno status symbol per molte star di Hollywood presenti e passate e sono state costruite con gli stili più disparati: dal sobrio ed elegante, come quelle di Faye Dunaway, Rita Hayworth, Doris Day; al moderno minimalista, come quella di Steve Martin; fino ad arrivare al pretenzioso se non addirittura pacchiano. Impossibili da scrutare a causa di altissime e possenti mura di cinta e dalla fittissima vegetazione, le ville più fastose come quelle di Barbara Streisand, Walt Disney, Hugh Hefner (fondatore di Playboy) e la vecchia residenza di Elvis Presley
Nonostante ci sia davvero poco da vedere (tutto coperto e ben nascosto) c’è molto per fantasticare, un vero e proprio tuffo nel sogno americano, fatto di ville sfarzose e luci della ribalta, mi immagino a raccogliere rose nel mio giardino di fiori rari, avvolta in una vestaglia di seta come una diva anni ’50. Sarei stata perfetta lo so.
Dopo Beverly Hills approdiamo ad un altro luogo fuori dalla nostra portata ma non dalla nostra fantasia, Bel Air.
BEL-AIR: Fondata nel 1923 da Sr. Alphonzo Bell la comunità di Bel-Air si trova in the Westside of Los Angeles, poco distante da Beverly Hills.
Bel Air è un distretto di Los Angeles e rappresenta il più lussuoso ed elegante quartiere residenziale dell’intera città, qui le case sono completamente immerse nel verde, tutti i giardini sono estremamente curati e nel quartiere regna una pace assoluta.
All’interno di Bel-Air vigono rigide norme edilizie, sono proibite case multi familiari e lo stile architettonico delle ville deve essere in sintonia con qualità di vita del quartiere per preservarne il carattere.
Per entrare ed uscire da Bel-Air si deve oltrepassare un immenso cancello, le strade sono poche, molte delle quali chiuse al traffico e controllare da un severo sistema di sorveglianza e nel tentativo di scoraggiare il pubblico dal camminare attorno all’interno della comunità, sono completamente assenti i marciapiedi.
“Ehi che sventole di case ci sentiamo già storditi, la vita di prima ci puzza di vecchio, guardate adesso gente in pista chi c’è Alfonso e Enrica i principi di Bel Airrrrrrr!”
Aiuto, la ricchezza che mi sono solo sognata mi ha già dato alla testa!
Ne ho visti in vita mia di quartieri residenziali, ma nessuno assomiglia minimamente a questo, già solo il cancello dell’entrata sembra appartenere ad una villa principesca. Elegante, signorile, pacifico, questa si che è la vera classe, qui si che fanno la vera BELLA VITA.
Per via del mio forte mal di gola, causato dall’aria condizionata dell’ aereo, decidiamo di non fermarci a mangiare fuori ma di andare direttamente a casa, comunque colmi di tante emozioni e soprattutto pieni di fotografie da scaricare!
Nonostante i miei malanni prima di arrivare a casa deviamo per un’altra fermata obbligatoria il MALL! L’ ipermegasupermercato americano!
Un milione di prodotti diversi, confezioni giganti e le marche più disparate, per noi praticamente un Luna Park. Nei nostri supermercati ci sono sempre e solo quelle 10 – 15 marche di prodotti e se non ti piacciono o vuoi variare un pò non hai possibilità di scelta. Qui è tutto il contrario. Dai banchi delle insalate (che ti puoi condire a piacimento e mettere in un contenitore a portar via), al sushi (preparato all’istante davanti a te), dai dolci (dalle forme e da gusti più vari) alle alette di pollo (pronte da mangiare e tenute in caldo in un forno self-service), dagli snack (dai gusti mai sentiti e disponibili in 4 formati, piccolo, medio, grande e gigante) alle zuppe (pronte e calde a portar via) tutto è all’insegna della varietà e della scelta. Fatta scorta di tutto il possibile e immaginabile (compreso boccione di aspirine, bombone, americane e gomme damasticare a forma di cubo), ci ritiriamo nei nostri appartamenti per riempirci lo stomaco e riposarci prima della prossima avventura.
TRATTA: MARINA DEL REY – HOLLYWOOD – 38 km – 45 minuti
Hwy 90 EB – Uscita 2 (Sacramento) - I 405 NB – Uscita 53B (Santa Monica)
I 10 EB – Uscita Pasadena - Hwy 110 NB – Direzione Hollywood
US 101 NB – Uscita 8A (Sunset Blvd)
GIORNO 4
UNIVERSAL STUDIOS
(Martedì 14 Agosto)
Sveglia alle ore 8.00, da notare che a Roma se è vacanza prima delle 11.00 non mettiamo piede fuori dal letto ma qui è un’altra storia , qui regna l’EA = EUFORIA AMARACANA! Colazione a base di brownie, muffin e succo d’arancia, doccetta veloce e via! Nel clima in cui ci siamo calati a questo punto l’abbigliamento diventa fondamentale, Alfo già di suo sembra abbastanza americano, sia nel modo di fare che nel modo di vestire, io ci metto poco ad adattarmi e sebbene da classica italiana abbia portato tutti indumenti perfettamente coordinati decido di mischiarli a casaccio per sentirmi più indigena. Scarpe marroni, gonna verde, maglietta bianca e borsa celeste, per me, scarpe da ginnastica azzurre, pantaloni verdi e maglietta grigia per Alfo…perfetti!
Adesso via verso gli Universal Studios!
UNIVERSAL STUDIOS: Gli Universal Studios si trovano nei pressi di Hollywood (a circa 45 minuti da Marina del Rey) e sono il più grande studio cinematografico e televisivo del mondo, nonchè un grande parco tematico.
Il complesso è diviso in tre aree Entertainment Center, Studio Center e i diversi set.
All’Entertainment Center si trovano negozi a tema e ristoranti di tutti i tipi ed è inoltre possibile assistere a show spettacolari con gli effetti speciali usati per la realizzazione dei film, tra cui Terminator 3:3D (l’attrazione più avanzata che sia mai stata tratta da un film), WaterWorld (uno spettacolo con scene di battaglia e straordinarie acrobazie ed effetti pirotecnici) e Shrek 4D (nuovissima attrazione multi-sensoriale).
Lo Studio Center si trova nel blocco inferiore del complesso e vanta numerose attrazioni tra cui Revenge of the Mummy (l’ottovolante al coperto più veloce della California), Lucy – A Tribute (mostra dedicata a Lucile Ball) e Jurassic Park (viaggio di 5 minuti in 2.5 ettari di natura preistorica).
L’attrazione principale però è lo Studio Tour che permette agli spettatori di vedere da vicino e di farsi un’idea concreta del reale lavoro che c’è dietro la lavorazione di un film. Il tour ti permette di percorrere i 35 teatri di posa e i set in speciali tram e se si è fortunati è possibile assistere alla realizzazione di un film. Lungo il percorso del tram poi, si sperimentano terremoti, crolli di ponti e innondazioni e si incontrano King Kong e Lo Squalo.
Apertura: (Luglio - Agosto) Lun. - Mart. - Merc. - Giov. 9.00 – 21.00
Ven. – Sab – Dom. 9.00 – 20.00
Prezzo Biglietto: Varia a seconda dell’età e del pacchetto scelto noi abbiamo pagato
64 $ a persona.
Maggiori informazioni: http://www.universalstudioshollywood.com/tickets.html
Inutile descrivere la nostra faccia davanti al cancello degli Universal Studios, avremmo fatto invidia anche al bambino più meravigliato del mondo. Noi però nelle cose da bambini siamo dei veri professionisti!
Decidiamo di gestire scientificamente il tour quindi, prima gli spettacoli al chiuso al livello superiore, poi le giostre e gli spettacoli all’aperto al piano inferiore, per finire con l’immancabile shopping alla ricerca del gadget più inutile e kitsch che ci sia. Devo dire che in questa ultima disciplina tra me e Alfo c’è sempre una bella lotta ma forse (e mi scoccia molto ammetterlo) lui mi batte!
Il primo spettacolo che decidiamo di vedere è quello fatto dagli animali, animali attori naturalmente! Lo spettacolo si chiama Animal Planet Live, e vede alternarsi nel corso di 45 minuti scimpanzè, cani, maiali e uccelli che si esibiscono i sketch simpaticissimi.
Lo spettacolo che ci lascia davvero senza parole però è Terminator 3D. Sia io che Alfo avevamo già visto animazioni 3D ma questa le supera tutte, è davvero fantascientifica. Attori reali e film proiettato si fondono insieme tanto da farti perdere totalmente il contatto con la realtà. Quando si parla di sentirsi catapultati all’interno di un film evidentemente è a questo che ci si riferisce.
Lungo la strada per passare al livello inferiore ci imbattiamo in bambini completamente zuppi d’acqua. Facciamo qualche passo in più e troviamo un’area completamente riservata ai giochi con l’acqua. Pistole a forma di bottiglia di Coca Cola emettono grossi getti d’acqua che è possibile puntare verso la vittima predestinata, fontanelle dall’apparenza innocua spruzzano acqua all’improvviso in direzioni casuali e da uno scivolo (sulla testa del malcapitato di turno) scende senza preavviso un vera e propria cascata d’acqua. Inutile dire che Alfo non riesce a resistere nemmeno un minuto, dopotutto dove ci sono scherzi fastidiosi lui non può mancare.
Fatto il nostro bagnetto e prima di scendere al livello inferiore, assistiamo alla fine dello spettacolo dei Blues Brothers, i due attori cantanti che li interpretano fanno impressione per quanto somiglino a quelli originali.
Al piano inferiore ci catapultiamo al tram per il Tour degli Studios, la fila è abbastanza lunga ma molto molto scorrevole e in 15 minuti siamo sul nostro vagoncino pronti per l’avventura!
I set cinematografici sono impressionanti, alcune costruzioni sembrano assolutamente vere fino a quando il tram non fa il giro dell’edificio e si vedono le travi che reggono il cartone. Altre case invece risultano fintissime ad occhio nudo e stupisce come possano trasformarsi tramite la pellicola e sembrare reali. Tra i vari set e scenografie troviamo l’intero isolato di Desperate Housewife, incantevole, più bello che in TV. Vediamo anche le macchine di Ritorno al Futuro e Fast and Furious, la casa di Psycho e lo Squalo (più che reali) per passare poi agli scenari western e quelli dell’antica Roma. Il tour è molto molto divertente ed abbiamo anche avuto la mezza fortuna di veder girare un film, peccato fosse troppo lontano per capire bene di cosa si trattasse.
Continuando il giro per lo Studio Center ci fermiamo a guardare la gente che scende giù da Revenge of the Mummy, sono tutti zuppi e con il sorriso fino alle orecchie peccato non poterlo fare anche noi a causa del mio fortissimo mal di gola e la mia febbre crescente. Decidiamo quindi di buttarci nello shopping, alla ricerca del gadget più estremo e di tutte le magliettine possibili.
Sempre più malata, ma prima dell’accasciamento al suolo, mi faccio accompagnare sotto braccio alla macchina, con la promessa di tornare al più presto per fare tutte le fantastiche cose che ci siamo persi, ottovolante in primis per entrambi e spettacolo di Waterworld per me (Alfo lo aveva già visto qualche anno e ne era rimasto entusiasta).
Arrivati a casa io mi tuffo direttamente dentro il flacone delle Tyenol (aspirine americane) e ci prepariamo per la cenetta casalinga organizzata da Barbara e Mike a base di bisteccone con verdure alla griglia cotte sul barbecue in balcone. Devo dire che tutto questo, assieme all’ottimo bicchiere di Pinot Nero della California mi ha letteralmente rimessa al mondo. Ora non serve altro che una bella dormita, dopotutto domani devo essere assolutamente in forma, ci aspettano le montagne russe!
TRATTA: MARINA DEL REY – UNIVERSAL STUDIOS – 38 km – 45 minuti
Hwy 90 EB – Uscita 2 (Sacramento Long Beach)
I 405 NB – Uscita (Ventura Fwy) – Direzione Sacramento – Direzione Los Angeles
US 101 EB – Uscita 13B (Burbank Glendale)
Hwy 134 EB – Direzione Cahuenga Blvd
Cahuenga Blvd - Direzione Universal City
GIORNO 5
SIX FLAGS MAGIC MOUNTAIN
(Mercoledì 15 Agosto)
Decisamente rinata!
La lunga dormita e il buon vinello della campagna californiana della sera precedente hanno compiuto un vero miracolo.
Per completare l’opera poi ci tuffiamo in un’abbondante colazione.
Mi sento veramente sollevata, oggi era d’obbligo essere in ottima forma poiché ci aspetta un’intera giornata dedicata alle montagne russe più emozionanti del mondo, quindi, abbigliamento sportivo e via per Six Flags!
SIX FLASG: E’ uno dei parchi divertimento più adrenalinici del mondo, situato nella zona di Valencia (periferia Nord di Los Angeles) occupa una superficie di 120 ettari ed è costituito da 16 Roller Coaster (montagne russe).
Assieme al suo concorrente Cedar Point (Ohio) ha ingaggiato una vera e propria sfida a colpi di nuove e impressionanti attrazioni e ogni volta (da ambo le parti) viene battuto un record.
Tra i Roller Coaster più interessanti Colossus (imponente Roller Coaster, in legno che nell’anno della sua inaugurazione, 1978, era la montagna russa più alta del mondo); Ninja (suspended coaster a cabine oscillanti); Viper (gigantesco, con sette inversioni); Superman (prima attrazione di un parco divertimenti a superare i 100 metri di altezza); X (il primo 4D coaster costruito al mondo); The Riddler’s Revenge (il più alto, veloce e lungo Stand-Up Coaster del mondo); e Goliat (con le sue diaboliche discese in picchiata a 135 km/h).
Oltre alle montagne russe all’interno del parco ci sono anche i Flume Ride (gommoni), i Log Ride (tronchi), Go Kart e altre piccole giostre di ogni tipo compreso il “Last but not Least” (ultimo ma non da meno) un gigantesco parco bimbi caratterizzato dalla presenza dei personaggi dei Looney Tunes.
Apertura: (Luglio - Agosto) Lun. - Mart. - Merc. - Giov. – Ven. 10.30 – 22.00
Sab. 10.00 – 23.00
Dom. 10.00 – 22.00
Prezzo Biglietto: Varia a seconda dell’età e del pacchetto scelto, noi abbiamo pagato
59.99 $ a persona.
Maggiori informazioni: http://www.sixflags.com/magicMountain/tickets/index.aspx
C’è mancato poco che Alfo non ci dormisse la notte tanto l’entusiasmo di riuscire finalmente a andare a Six Flags Magic Mountains! Aveva provato ad andarci anche la prima volta che è venuto in America ma quel giorno il parco era chiuso e da allora Six Flags per lui è diventata una specie di ossessione!
Il parcheggio è abbastanza lontano dall’entrata del parco e sotto il sole di agosto alle 11.00 mattina non deve essere una passeggiata proprio rilassante, ci sono anche i trenini che portano all’entrata ma c’è molta fila e si aspetta un bel pò, quindi decidiamo di andare a piedi.
A questo punto però è d’obbligo una precisazione, a Roma quando andiamo a cena fuori, Alfo parcheggia direttamente dentro i ristoranti (anche a rischio di multa) per non fare nemmeno un passo, ma qui si farebbe anche 50 km a piedi e per di più con il sorriso!
Il primo impatto con il parco è stato WOW! Intorno a noi decine di montagne russe di tutte le forme e con i passeggeri in tutte le posizioni possibili (seduti, in piedi, straiati, a faccia in giù).
Dopo aver preso la mappa ci gettiamo sulla prima giostra che troviamo, il Viper, imponente, gigantesco, solo la prima salita verticale dura più di un minuto, non finisce mai, e dalla cima si vede a perdita d’occhio tutta la vallata. Da quel punto in poi giuro, non mi ricordo più nulla, solo un numero infinito di giravolte e inversioni di marcia.
Se questo è solo l’inizio, figuriamoci il resto della giornata!
Carucci carucci e tutti pettinatini passiamo al Riddler’s Revenge, questa ci mancava, una montagna russa da fare in piedi e per di più con una miriade di giri a 360°, uno spettacolo vero.
Senza un attimo di respiro arriviamo al Colossus, gigantesco roller coaster vecchio stile, tutto in legno. Rispetto agli altri questo è un po’ meno adrenalinico ma comunque molto suggestivo, in ogni modo poi abbiamo deciso di provarle tutte almeno una volta, aiutati anche dal fatto che la fila più lunga dura 10 minuti.
Quando ci sediamo nella cabina del Batman ci guardiamo intorno e ci sembra tutto normale, fino al momento in cui ci accorgiamo di non avere le rotaie sotto di noi ma sopra, il roller coaster parte e ci troviamo a roteare e oscillare a destra e a sinistra all’impazzata. Bellissimo!
E’ ora il momento di Superman, 40 secondi di adrenalina pura. Ci sediamo all’interno di un vagoncino sistemato assieme ad altri a formare una specie di cannone e dopo pochi secondi di attesa veniamo sparati a velocità stratosferica verso il cielo, fino a quando le rotaie non finiscono ed appare davanti a noi la sagoma di Superman con la mano protesa come ad arrestare la nostra corsa. Fantastico. Alla fine del giro io e Alfo ci guardiamo come due scemi e contemporaneamente diciamo: “ancora!”.
Fatto per la seconda volta Superman passiamo a Tatsu, quello che diventerà il mio preferito! Ci mettiamo in piedi davanti ad un cabina aperta, ci legano la vita, le mani e i piedi e poco prima di partire un meccanismo piega il sedile in avanti e ci ritroviamo sdraiati a faccia avanti. Il vagone si avvia lentamente lungo una salita e dopo qualche secondo ci troviamo appesi a pancia in giù a centinaia di metri dal suolo, dopo di che parte per una serie di spirali e giri a 360 ° a 100 km/h. Strepitoso!
In tutto questo naturalmente di pausa pappa nemmeno a parlarne, io muoio di fame, ma Alfo non ci pensa proprio a fermarsi e se la prende con me perché a suo avviso (sotto il sole cocente, a stomaco vuoto, dopo 5 ore di Montagne Russe) cammino lenta. Lo convinco ad una piccola pausa ricarica (patatine fritte a portar via) e continuiamo il nostro tour.
Ci buttiamo sul Goldrusher, che è un roller coaster molto carino e diverso dagli altri perché passa per tutto il tempo in mezzo agli alberi e cespugli, e ti senti come se stessi andando a cento all’ora all’interno della jungla.
Mentre ci aggiriamo alla ricerca dell’entrata del gigantesco Goliath sentiamo da lontano un urlo incredibile e, dopo qualche secondo, vediamo due persone volare sopra le nostre teste. E’ il Dive Devil, una specie di salto con l’elastico da un’altezza di 40 metri, una caduta libera alla velocità di 100 km/h con effetto altalena. I miei occhi si illuminano, quelli di Alfo assumono un’espressione molto preoccupata e prima che io riesca a proferire parola lui mi blocca e mi dice: “No! Non ci penso nemmeno lontanamente a farlo!”. Dieci minuti più tardi ci troviamo legati come due salami, appesi ad una corda a decine di metri da terra e mentre Alfo cerca nuovi insulti da potermi rivolgere e io me la sghignazzo sotto i baffi, sentiamo una voce urlare: “GO!”, e noi: “NO!”…Poi giù verso terra per l’altalena più emozionante che abbiamo mai fatto!
Siamo praticamente stremati e molto in ritardo per la cena che ha organizzato Barbara per queste sera, ma prima di andar via non possiamo lasciarci sfuggire il mastodontico Goliath, quello con i tunnel, le discese vertiginose e le infinite curve a velocità galattica! Io non ho mai visto un roller coaster così bello!
A questo punto si è fatto tardi e dobbiamo affrettarci a tornare a casa, il barbeque in piscina di Barbara e Mike ci aspetta!
Ci voleva proprio della sana carne alla brace per rifocillarci un po’.
La serata trascorre in modo meraviglioso, gli amici di Barbara e Mike, tutti molto gentili e simpatici, rappresentano esattamente quello che della California ci piace di più, il pluralismo e la multirazzialità. Sono all’incirca quindici persone di diverse età e provenienza (americani, inglesi, francesi, spagnoli, italiani e egiziani) e la cosa più spettacolare è che ognuno parla la lingua del paese di provenienza e tutti capiscono e rispondono nella propria, c’è anche chi inizia un discorso in inglese e lo finisce in spagnolo…uno spettacolo vero!
La California è stupenda, la gente qui è stupenda, la nostra vacanza è stupenda.
TRATTA: MARINA DEL REY – SIX FLAGS - 60 km – 1 ora
Hwy 90 EB – Uscita 2 (Sacramento Long Beach)
Culver City - I 405 NB
I 5 NB – Uscita Magic Mtn. Pkwy
Hwy 126 – Magic Mtn. Pkwy
GIORNO 6
SANTA MONICA e MALIBU’
(Giovedì 16 Agosto)
Questo è il giorno in cui dobbiamo lasciare Los Angeles per proseguire il nostro viaggio alla ricerca dell’America più selvaggia...passando prima per San Francisco però.
Prima di partire Alfo decide di cambiare macchina, il Pick Up è sicuramente bellissimo ma dovendo fare tanti chilometri forse ci conviene una macchina più comoda all’interno è un po’ meno minimal.
Passiamo quindi all’Enterprise che senza farci pagare un sovrapprezzo acconsente al cambio di macchina, passiamo così ad una classica ma sempre meravigliosa Mustang Cabrio Rosso Bordeaux!
Salutiamo Barbara e Mike (senza troppa tristezza perché per fortuna li rivedremo tra un paio di giorni a San Francisco) e partiamo alla volta di Santa Monica.
SANTA MONICA: E’ una città costiera (adiacente al quartiere di Venice) interamente circondata dall’area municipale di Los Angeles. Essa si estende verso l’interno per circa 5 km, ma la maggior parte delle cose interessanti è concentrata entro pochi isolati dalla spiaggia.
La città poggia su un’elevata scogliera ricoperta di palme che domina la baia e chilometri di vasti litorali sabbiosi ed è la più antica e più grande di tutte le località costiere della zona.
Affacciata sull’Oceano Pacifico, quella che un tempo era solo una turbolenta città luna-park sulla spiaggia, oggi rappresenta la comunità sana e liberale, con una politica progressista, abitata da seguaci della macrobiotica e intellettuali e meta di surfisti e patiti dello skate.
Santa Monica gode di un clima stupendo (una media di 328 giorni di sole all’anno), sole caldo e leggera brezza marina in più essa può vantare i migliori ristoranti, negozi e gallerie d’arte (dove sono in vendita opere di artisti emergenti locali e internazionali) di Los Angeles, ha una spumeggiante vita notturna e la sua spiaggia è stata spesso scenario di molti film e telefilm.
L’elegante Third Street Promenade è quanto di più vicino a un’animata vita di strada LA possa offrire. Questa briosa via pedonale, da tempo molto frequentata dai musicisti di strada, e dagli evangelizzatori è un luogo di vibrante animazione. Qui è divertente anche solo andare in giro fra caffè, pub e night-club.
Il punto focale della vita sociale della città è però il Santa Monica Pier, il molo più vecchio della West Coast, l’unico rimasto a ricordare che un tempo questa città era solo un tranquillo sobborgo costiero. Questo lungo molo dei divertimenti che si protende nella baia, è uno splendido esempio del suo genere e vanta uno scivolo a spirale gigante, il carosello in legno (del 1922) e una ruota panoramica alta 11 piani.
Dal molo è possibile ammirare dall’alto la spiaggia americana per eccellenza ed è inoltre permesso pescare senza la necessità di un’autorizzazione, mentre per chi ama lo shopping ci sono diversi negozietti dove poter acquistare, vestiti, gioielli e souvenir di ogni genere.
Un altro motivo per cui Santa Monica è famosa è la legge sul controllo degli affitti a tutela delle persone con reddito medio e basso e per le rigide regole sull’edilizia grazie alle quali lo skyline della città rimane piuttosto basso e il numero di grattacieli è ridotto al minimo.
Essa è inoltre la città che è stata scelta come tratto finale della mitica Route 66, la strada madre che da Chicago porta alla parte ovest degli Stati Uniti. 0
Già dal cartello “Santa Monica Yacht Harbor” mi sento come se fossi a casa. Sono talmente tanti i film e i telefilm che utilizzano questo luogo come scenario che mi sembra come di esserci già stata, certo però dal vivo è tutta un’altra cosa. La spiaggia gigantesca, le torrette dei Baywatch, le casette sulla spiaggia di tutti i colori, la gente che passeggia con i pattini, i poliziotti in quad (qui non possono certo andare a piedi o con la macchina)…uno spettacolo vero!
Lasciamo la macchina al parcheggio e ci dirigiamo verso il molo, la spiaggia è enorme, si vedono a mala pena le torrette dei guarda spiaggia in riva al mare. Le casette che costeggiano la promenade sono davvero incantevoli, piccoli villini, alti al massimo due piani, dai colori e dalle forme più varie.
Si ho deciso, è proprio qui che voglio venire a vivere, è perfetto!
Arrivati al molo vediamo che è gremito di gente e tra le bancarelle trovo finalmente il cappello da cowboy che cercavo tanto. Da qui la visuale sulla scogliera a picco sulla spiaggia e l’immensa distesa di sabbia bianca è ancora più suggestiva. La cosa che ci rimarrà più impressa di questo luogo però è sicuramente la vitalità data dalla gente, le giostre ed i colori sgargianti che caratterizzano ogni costruzione.
Ripresa la macchina (ma a Santa Monica torneremo sicuramente prima di partire) continuiamo sulla litoranea fino a raggiungere Malibu.
MALIBU: Situata all’estremità nord della baia di Santa Monica, si estende per circa 43 km lungo la costa del Pacifico ed è attraversata dalla Pacific Coast Higway.
Malibu è la città dei ricchi e famosi, ovvero di tutti quei personaggi abbastanza famosi da aver bisogno di privacy e abbastanza ricchi da potersela permettere.
Il lusso qui è tangibile in ogni angolo, dalle case neo-coloniali sulla spiaggia, alle eleganti automobili, alle fastose ville dell’entroterra con una o più piscine e giardini che sembrano parchi.
A Malibu abitano star del calibro di Mel Gibson, Charlize Theron, Richard Gere, Whoopi Goldberg e Robert Redfort.
Rispetto a Santa Monica è un luogo più esclusivo che turistico e la spiaggia invece di essere una lunga distesa di sabbia bianca è più frastagliata e rocciosa.
In quest’area l’acqua è molto pulita, sebbene sempre gelida ed è inoltre facile avvistare foche, otarie e, nella stagione giusta, anche balene grigie in migrazione.
Oltre a tutto questo a rendere Malibu molto famosa sono le sue stupende spiagge da surf. La Surfrider Beach è stata la capitale mondiale del surf degli anni ’50 e ancora oggi è un ottimo posto per il surf, soprattutto alla fine dell’estate quando le tempeste fanno arrivare le onde ad un’altezza di 2-3 metri.
Se questo non bastasse, a dare un tocco di notorietà in più a questa zona ci ha pensato il telefilm Baywatch girato per diversi anni proprio in questi lidi .
Siamo leggermente in ritardo sulla tabella di marcia, anche per colpa della deviazione che abbiamo fatto per vedere il negozio di Dunkin’ Donuts fatto a forma di ciambella gigante. Il negozio di ciambelle più bello che abbia mai visto, non mi era mai capitato di entrare dentro una gigantesca ciambella con tutta la macchina! Quando lo hanno ideato devono aver pensato ad Homer Simpson…lui si che mi capirebbe in questo momento!
A causa del ritardo siamo costretti a vedere Malibu solo dalla macchina, l’ennesima crocetta sul nostro taccuino del torneremo a vedere!
Un luogo però che non possiamo saltare è quello in cui hanno girato alcune scene di uno dei miei film preferiti “Fast and Furious”. Mi sembra quasi di vederlo li il mio Vin, seduto a mangiare i gamberetti fritti prima di saltare sulla sua fuoriserie fiammante e sfrecciare via percorrendo la strada che ora stavamo facendo noi…
Non c’è che dire, guardandosi intorno si capisce perché molti divi di Hollywood abbiano scelto proprio Malibu come casa. Nella parte interna non ci siamo addentrati ma le case sul mare sono davvero uno spettacolo, villini con grandi terrazzi e scale che scendono direttamente sulla spiaggia a 5 metri dal mare e come panorama l’Oceano Pacifico e decine di surfisti che cavalcano le onde. Un sogno.
Dopo Malibu lungo la nostra strada incontriamo Ventura (che potrebbe diventare la nuova casa di Barbara e Mike), una cittadina piccola molto tranquilla e che gode la reputazione di essere uno dei luoghi più sicuri del paese. E’ un posto ideale per persone di una certa età che cercano pace e per famiglie con figli piccoli. Mi piace.
Il tempo di arrivare a Santa Barbara ed il sole è già calato, altra crocetta.
Per la notte siamo attesi a San Luis Obispo, che assieme a San Francisco è l’unico posto in cui abbiamo prenotato anticipatamente, ma non era possibile fare altrimenti, non ce lo saremo persi per niente al mondo!
A San Luis Obispo abbiamo infatti prenotato uno degli alberghi più stravaganti d’America, si chiama “Madonna Inn” e lo consigliamo ampiamente a tutti, o meglio a tutti quelli che cercano qualcosa di moooolto diverso, anche un po’ kitsch, ma comunque estremamente originale!
Appena arriviamo non riusciamo a credere ai nostri occhi, l’albergo supera ogni nostra aspettativa, sembra uscito direttamente da un libro di fiabe, una locanda di un mondo incantato dipinto di rosa! Il personale tra l’altro è molto cordiale e nella boutique dell’albergo ci mancava poco che a servirci fosse nonna papera.
Le 109 stanze del Madonna Inn hanno tutte un tema diverso (non ce ne sono due simili), si va dalla stanza Safari allo Chalet Svizzero, dalla Fantasia Orientale al Vecchio Inglese, dai Favolosi anni ’50 alla Roccia di Yosemite (è possibile vederle e prenotare la stanza desiderata direttamente su internet al sito www.madonnainn.com). Noi abbiamo optato per la Mountain Cabin, vi lascio immaginare le nostre facce nel momento dell’entrata in stanza: metà della parete fatta di roccia (vera!), nell’altra metà un murales dipinto a mano e rappresentante i giorni pionieristici, addossato alla finestra un divano in pelle (anche questa vera) e al posto della classica cassettiera stile Ikea un mobile dell’ottocento con tanto di specchio decorato.
I prezzi delle stanze sono alti per quanto riguarda l’America, ma più che accettabili per chi è abituato all’Italia, si va dai 169$ a camera matrimoniale a notte, ai 240$ (con il nostro cambio, il dollaro ad 1.41, sono da un minimo di 110 euro ad un massimo di 156 euro). Sebbene ci dispiaccia lasciare la nostra stanza montanara, siamo curiosi di vedere il resto dell’Hotel e soprattutto il tanto declamato ristorante.
Se queste sono le stanze il resto come sarà?
BOOM! La sala da pranzo è un’esplosione di oro e rosa! Il soffitto è coperto di luci e fiori giganti, sulle pareti una carta floreale rosa shocking, anche i divani che sostituiscono le sedie per mangiare sono di pelle rosa!
Increduli ma sempre più divertiti ci apprestiamo a mangiare il nostro bel bisteccone. Il cibo è davvero ottimo, l’unico inconveniente è la carne di Alfo un pò troppo cotta e che quindi decide di mandare indietro. Qui scopriamo (o meglio scopro, perchè Alfo già lo sapeva) che in America, a differenza dell’Italia, se mandi una cosa indietro perché non ti piace invece di mandarti a quel paese ti chiedono scusa e mortificati cercano per tutta la durata del pasto di farsi perdonare l’errore. Sarà per la loro cultura o per l’importanza che qui hanno le mance? Bah, chi lo sa, comunque sia è meraviglioso per me e spettacolare per i precisini rompini come Alfo!
Dopo cena facciamo un breve giro per l’albergo, ad ammirare il giardino con le fontane illuminate e la statua di un cowboy a cavallo con un passerotto in testa.
Neanche nelle nostre più sfrenate fantasie saremmo riusciti ad immaginarci un posto stravagante come questo…
Si è fatto tardi e il vinello si fa sentire, è ora della ninna.
TRATTA: MARINA DEL REY – SAN LUIS OBISPO – 320 km – 4 ore
Hwy 90 EB – Uscita 2 (Sacramento Long Beach)
I 405 NB (Ventura Fwy) – Direzione Sacramento – Direzione Ventura
US 101 WB
US 101 NB – Uscita Madonna Rd
SISTEMAZIONE: San Luis Obispo - Madonna Inn - 184 $ (124 euro)
GIORNO 7
PACIFIC COAST HIGHWAY
(Venerdì 17 Agosto)
Qualche foto alla stanza con la luce del sole, colazione nel ristorante caratteristico (qui anche lo zucchero è rosa!), un paio di souvenir e via per una nuova avventura!
Oggi passeremo l’intera giornata sulla mitica Pacific Coast Highway!
PACIFIC COAST HIGHWAY: Percorre l’intera costa occidentale del paese dall’Oregon alla California, ma in realtà sono i 640 incredibili chilometri di frastagliato litorale fra Los Angeles e San Francisco ad essere assolutamente imperdibili, essi sono forse uno dei territori affacciati sull’oceano più belli del mondo.
Nessun paese come l’America evoca l’immagine di viaggi in automobile attraverso sterminati paesaggi e la Pacific Coast Highway a ridosso della costa pacifica, racchiude in se un turbinio di straordinarie emozioni, dalle spiagge sabbiose alle scogliere rocciose, dal fascino rurale alla raffinatezza esclusiva.
Gran parte della regione è scarsamente popolata (a parte qualche città di medie dimensioni) e la costa centrale riesce a conservarsi allo stato naturale e nonostante si stenda tra due delle città più grandi e ricche d’America essa viene appena toccata dalla vita moderna.
Le catene montuose che separano la costa dalle zone agricole delle valli interne sono per la maggior parte selvagge e incontaminate e lungo tutto il litorale le lontre marine giocano fra le onde, mentre le balene grigie passano a poca distanza dalla terraferma durante la loro migrazione annuale dall’Alaska al Messico.
Lasciata San Luis Obispo voliamo di corsa in direzione del mare.
Un vero incanto, ci sono case in legno arroccate su alte scogliere affacciate sul mare e artisti in ogni dove a scrivere e dipingere immersi in una pace quasi surreale. Uno di loro si offre di farci una fotografia e non si accontenta fino a quando non risulta perfetta.
Una quiete assoluta, nessun rumore di macchine, solo il cigolare delle biciclette dei bambini e il verso dei tantissimi pellicani. Fossi in Barbara e Mike non ci penserei due volte, io correrei a vivere da queste parti.
La strada continua con un’andatura dolce lungo il mare fino a quando non incappiamo in un delizioso paesino di pescatori dal nome Morro Bay.
MORRO BAY: E’ una pittoresca località di pescatori molto piccola e graziosa e dai ritmi estremamente tranquilli.
Il suo porto, fondato nel 1870, fu utilizzato per anni al fine di spedire via mare i prodotti degli allevamenti e dei caseifici della regione, mentre oggi è la meta principale dei pescherecci locali che vi scaricano il pescato per venderlo nei numerosi mercati ittici sparsi sul lungomare.
E’ una delle più belle insenature della costa californiana e oggi il turismo è diventato la principale fonte di guadagni del paese.
Sul lungomare sfilano gallerie, negozi, un acquario e ristoranti di pesce, mentre dal molo partono gite per avvistare le balene.
La pietra miliare della baia, è il Morro Rock è un monolite di origine vulcanica alto 175 m che spunta dal mare ed è unito alla terraferma tramite una strada rialzata. Un tempo utilizzato dai navigatori spagnoli come punto di riferimento attualmente il Morro Rock costituisce riserva naturale per i nidi di falchi pellegrini.
Nell’avvicinarci verso il mare veniamo colpiti dall’incantevole vista sull’insenatura e dall’enorme faraglione che emerge dall’acqua. Posiamo la macchina in prossimità del Morro Rock e ci avviciniamo alla scogliera. Mentre guardiamo il mare (con onde e surfisti fisicati al seguito) vedo che c’è qualcosa che si muove fra gli scogli. Abituata e Ostia e Fregene penso ad un topo e mi spavento. E invece no, sorpresa è uno squirrel!!!
No, non è uno, sono tanti e anche socievoli, vengono a chiedere cibo. Sono tenerissimi, ci guardano con quegli occhietti tondi e le zampette unite in attesa si una nocciolina. Io purtroppo ho solo dei crackers, ma dall’espressione che hanno credo proprio che si potrebbero accontentare. Ci dividiamo la razione di crackers e io da una parte e Alfo dall’altra ci lasciamo circondare dagli scoiattolini che con le loro zampine delicate si poggiano sulle nostre mani per catturare il cibo e portarlo via zampettanti e felici. Dopo la parentesi disneyana (durata quasi un ora e mezza), andiamo a fare una passeggiata per goderci il resto della baia e per dare un’occhiata ai negozietti caratteristici del posto. Ci compriamo le immancabili: magliettine, calamite e bicchierini (di questi ultimi due abbiamo deciso di fare la collezione) e ci fermiamo a mangiare in un ristorante di mare tipico, il ristorante dei pirati! Bistecca e patate fritte per Alfo e chicken salad per me (due veri lupi di mare) e da bere due bicchieroni giganti di Coca Cola e passa la paura. Tutto molto buono e solita spesa, 25$ in due…proprio come in Italia.
Dopo mangiato, la tentazione è di sdraiarci sotto un albero ed abbandonarci ad un sonnellino rilassante ma le cose da vedere sono ancora tante quindi rivolgiamo un ultimo saluto al grazioso villaggio e saltiamo in macchina.
Abbassiamo i finestrini, tiriamo giù la cappotta, mettiamo su un cd di musica rock e proseguiamo il nostro viaggio seguendo la strada che si avvicina e si allontana dalla costa, persi letteralmente in panorami grandiosi.
Dopo varie tappe tattiche per le foto di rito giungiamo finalmente al tratto di strada costiero più stupefacente dell’intera costa: Big Sur.
BIG SUR: Si trova nella zona centrale della California ed è un tratto costiero tortuoso e selvaggio in cui la Pacific Coast Highway si arrampica lungo fianchi scoscesi dei Monti di Santa Lucia affacciati sull’Oceano Pacifico.
Con il nome Big Sur si indicano i 150 km di scogliere inframmezzate da cale rocciose e di onde che si infrangono contro le falesie lungo la costa, componendo un paesaggio di straordinaria bellezza che lo scrittore R.L. Stevenson descrisse come “il più grandioso incontro fra terra e acqua di tutto il creato”.
Big Sur non è un nome ufficiale, ne esistono confini definiti, saprete di averlo raggiunto solo quando invece di lunghe spiagge vedrete aspre pareti rocciose e rigogliosi boschi di sequoie sullo sfondo.
Le spiagge di questa zona infatti sono in genere piccole e rocciose ed il paesaggio ha del sublime, con i boschi che ricoprono i canyon, le gole scavate dai fiumi e le montagne di Santa Lucia che si innalzano a picco dalle acque blu del Pacifico quasi a voler raggiungere il cielo. Questo meraviglioso tratto di costa, un susseguirsi di promontori rocciosi e calette nascoste, è ancora oggi una regione selvaggia e non edificata che è rimasta incredibilmente intatta. Nonostante il miglioramento dei collegamenti con il resto della California degli ultimi anni, questa zona diventa sempre più deserta e tutt’ora gran parte della terra è di proprietà di un ristretto gruppo di famiglie molte delle quali discendono dai primi pionieri che si stabilirono a Big Sur.
Stratosferico!!! Non ci sono parole per descrivere lo splendore di questa strada, più andiamo avanti e meno crediamo ai nostri occhi, è la via costiera più bella che abbia visto in tutta la mia vita.
Io ed Alfo ci guardiamo l’un l’altra pensando la stessa identica cosa, ad aver avuto più tempo l’avremmo ripercorsa anche una decina di volte tanto è spettacolare.
Si sente che ci stiamo avvicinando a San Francisco, l’aria è decisamente più fresca e il vento aumenta a vista d’occhio. Meglio aggiungere qualche strato al mio già ricco abbigliamento, non c’è niente da fare il freddo non lo sopporto nemmeno in un posto da favola come questo.
Ormai sta calando il sole e per osservare il tramonto decidiamo di fermarci al Bixby Bridge, un impressionante ponte che si estende sopra un canyon vertiginoso, sullo sfondo dei Monti di Santa Lucia. Incantati dal cielo in fiamme e dalle acque dell’oceano color cobalto, tiriamo un grosso sospiro ed ebbri di tanta bellezza, ci dirigiamo verso San Francisco.
SAN FRANCISCO: La città di San Francisco (nota anche con il nome Frisco) occupa una superficie di 125 km quadrati sulla punta di una stretta penisola situata quasi esattamente al centro della costa californiana e racchiusa a ovest dall’oceano Pacifico e a est dalla Baia di San Francisco.
Sviluppata su 43 colli affacciati sulla baia è una delle città più belle e progressiste degli Stati Uniti di cui è considerata la parte più europea.
San Francisco è un’importante capitale culturale per l’elevato numero di musei, teatri e sale da concerto, ma è famosa soprattutto per la sua vocazione cosmopolita, anticonformista e tollerante. Gli hippies la elessero la loro capitale nella seconda metà degli anni ’60 e fu anche fautrice del movimento per la liberazione degli omosessuali.
Altra caratteristica di questa città è l’eclettismo architettonico. Sulle pendenze vertiginose che salgono sui colli (che servono in linea di massima da confini geografici fra i quartieri) sono sorti diversi sobborghi caratteristici di ville vittoriane, case dai colori pastello e parchi fioriti.
I metri quadrati occupati dalle attività commerciali sono sorprendentemente pochi e concentrati per lo più in centro, dove gli edifici sono alti e in stile moderno, mentre gli altri quartieri sono prevalentemente zone residenziali ornate da ville del tardo Ottocento. In linea generale tutte simili tra loro, le case vittoriane sono costruite su appezzamenti stretti e presentano un’ossatura in legno ed elaborati ornamenti. Quì l’altitudine è un sicuro indicatore di ricchezza: più in alto si vive, più benestanti si è.
Il clima di San Francisco è caratterizzato da forti influenze marittime con poca escursione termica tra inverno ed estate (8-10°C) e variazioni giornaliere più consistenti di 5–10°C. In estate il clima è molto fresco con temperature che anche di giorno spesso non superano i 20°C (possono anche scendere di parecchio quando le nebbie fitte e persistenti avvolgono la città e la baia).
Arriviamo a San Francisco giusto in tempo per la cena, siamo felicissimi di ritrovare Barbara e Mike e di poter finalmente passare un paio di giorni insieme in tutta tranquillità. Mentre passeggiamo alla ricerca di un posto carino per cena, troviamo una via piena di ristorantini, puntiamo sul più affollato (ma con qualche posto libero) pensando che sia sinonimo di qualità, è il Catalan Bistro B44 (www.B44sf.com), ci sediamo ai tavolini all’aperto curiosi di provare la cucina catalana di San Francisco. Devo dire che da quando siamo arrivati in America ci sarà capitato di mangiar male giusto un paio di volte, quindi o siamo stati fortunati o la qualità del cibo qui non è poi così pessima come ci vogliono far credere in Italia.
Dopo cena facciamo una piccola passeggiata, giusto il tempo di raggiungere il nostro albergo. L’albergo scelto da Barbara, l’Orchard Garden Hotel è in stile moderno, molto bello ed elegante. Si trova su Bush Street (via facile da ricordare) proprio accanto all’entrata di Chinatown, a due passi dai negozi delle marche più famose.
Buonanotte Frisco, ci vediamo domani…dietro le sbarre!
TRATTA: SAN LUIS OBISPO – SAN FRANCISCO – 375 km – 4 ore e mezza
US 101 NB
SISTEMAZIONE: San Francisco - Orchard Garden Hotel - 173$ (116 euro)
GIORNO 8
ALCATRAZ
(Sabato 18 Agosto)
Sveglia dobbiamo andare in prigione!
Sotto la positiva influenza di Barbara e Mike ci tuffiamo in una ricca colazione a base di frutta fresca, yogurt e succo d’arancia, ogni tanto un pò di cibo salutare ci vuole per purificare il fisico, ma soprattutto per poter apprezzare meglio le schifezze dopo!
Avendo fatto tardi a colazione siamo costretti a prendere il taxi per arrivare al Pier 33, punto di partenza dei traghetti per l’Isola di Alcatraz. I biglietti per fortuna li aveva fatti Barbara qualche settimana prima (altrimenti sarebbe stato impossibile trovarli) e devo dire che anche il tempo di attesa non è molto, la fila è lunga ma abbastanza scorrevole e in 10 minuti siamo a bordo. Il viaggio in traghetto dura circa 20 minuti che impegniamo facendo fotografie a San Francisco dal mare e all’isola di Alcatraz sempre più vicina.
La giornata è molto bella, il cielo è limpido e il vento freddo del Pacifico caccia via l’afa e rende l’aria frizzantina.
Alfo è emozionantissimo, nel suo ultimo viaggio non era riuscito ad arrivare a San Francisco e a vedere Alcatraz e essendo cresciuto con film del calibro di “Fuga da Alcatraz” e “The Rock” non poteva non essere curiosissimo di vederla da vicino.
ALCATRAZ: L’isolotto roccioso di Alcatraz, che emerge dalla San Francisco Bay, in origine non ospitava che stormi di pellicani. Alla fine dell’Ottocento l’esercito vi costruì una fortezza e poi un carcere militare, che nel 1934 furono trasformati nel carcere di massima sicurezza più temuto d’America.
Il suo nome “Alcatraz” in spagnolo significa “pellicano” ed è stata chiamata così proprio perché vi erano molti pellicani sull’isola, mentre il suo soprannome “The Rock” (ovvero “La Roccia”) è dovuto al fatto che un’alta percentuale dell’isola è costituita da roccia.
Uno dei motivi per cui il carcere di Alcatraz è da sempre famoso era l’estrema rigidità con cui venivano trattati i detenuti. Le celle erano solo singole e le dimensioni ridottissime, inoltre la possibilità di lavorare non era data a tutti ma unicamente a coloro che riuscivano a guadagnarsela con rispetto e disciplina. Le mancanze disciplinari venivano punite con reclusioni al freddo e al buio nelle celle di isolamento.
L’altro motivo che ha reso Alcatraz tanto famosa è l’impossibilità di ipotizzare una fuga data l’impervia natura dell’isola, lontana si solo 2 km dalla città ma, circondata da un mare gelido, pieno di squali e percorso da fortissime correnti che rendono praticamente impossibile raggiungere la riva a nuoto.
In 29 anni di apertura del penitenziario ci furono 26 tentativi di evasione ma l’impossibilità di scappare da Alcatraz non fu praticamente mai smentita.
In linea di massima, nonostante le rigidissime regole e le 23 ore passate in cella per i non lavoratori (19 per chi lavorava), a differenza delle altre carceri ad Alcatraz si cercò sempre di non creare malcontento nei detenuti (anche per questo il cibo era quasi sempre di ottima qualità), se le regole venivano rispettate i prigionieri non erano costretti a subire nessun sopruso e nessuna ritorsione.
Nel 1963 il carcere venne chiuso a causa degli elevati costi di mantenimento visto che era necessario trasportare sull’isola ogni bene necessario (acqua potabile, cibo, vestiti).
Dal 1964 al 1971 divenne scenario della lotta per i diritti dei nativi americani che lottavano per l’identità culturale loro negata. Migliaia di attivisti di tutte le tribù occuparono l’isola reclamandone il possesso in base ad un trattato del 1968 che concedeva loro l’uso dei territori non occupati dal governo. In seguito però desistettero per le difficoltà di gestione.
Dal 1972 in poi Alcatraz risulta riserva ecologica della Golden Gate National Park Association e ad oggi l’isola è solo un’attrazione turistica che ogni anno conta almeno 750.000 visite guidate supportate da comodissime audio guide (al prezzo di 4$) che indicano con precisione il percorso da seguire mentre viene raccontata la storia dell’isola e presentate interviste a vecchi detenuti.
L’imbarco per il tour dell’Isola di Alcatraz è situato al Pier 33 e i traghetti partono ogni 30 minuti circa, dalle ore 9 AM in poi. Conviene prenotare il tour con qualche settimana di anticipo per essere sicuri di trovare posto.
Costo totale del Tour (traghetto + audioguida): 25$ a persona.
Durata: 2 ore e mezza.
Maggiori Informazioni: http://www.nps.gov/alca/planyourvisit/index.htm
Il primo impatto con l’isola è stato molto intenso, l’edificio che ospitava il carcere è lasciato a se stesso e provato dal tempo. Dopotutto non potevamo aspettarci di meglio, questo è stato per anni un carcere di massima sicurezza, non un albergo a cinque stelle. A risollevarci il morale però c’è la vista della città di San Francisco da qui è assolutamente stupenda.
Il nostro tour inizia con la consegna delle audio guide, una a persona, disponibile in diverse lingue. L’affitto dell’audio guida è stata veramente un’ottima scelta, il racconto è molto interessante e suggestivo e senza di essa si vedrebbero solo delle celle vuote senza capire nulla della vita in quel luogo. In più il tour guidato con l’ausilio di walkman è stato concepito in maniera perfetta, è estremamente chiaro e dettagliato e ti accompagna passo per passo alla scoperta di ogni angolo del carcere.
Per circa un’ora le nostre strade si dividono e ci immergiamo completamente nel suggestivo racconto del narratore. Per i detenuti qui deve essere stato davvero difficile, non si può certo parlare di condizioni disumane ma sicuramente la loro pena in questo luogo è stata scontata pienamente.
Il tour termina immancabilmente nel negozio di souvenir e sempre immancabilmente sia io che Alfo facciamo a gara a chi ne compra di più, sotto gli occhi critici dei ben più maturi e oculati Barbara e Mike.
Colpiti, emozionati e frastornati torniamo verso San Francisco.
E’ l’ora della pappa e Mike scalpita per mangiare, se non troviamo subito un ristorante è la fine! Allarme presto cessato, c’è un ristorante proprio davanti all’imbarco che fa di tutto carne, pasta, insalata (mitica chicken salad!) e i prezzi sono come quelli della maggior parte dei ristoranti lungo le strade americane…al massimo la metà dei nostri…mancia compresa!
Dopo pranzo Barbara insiste per farci vedere uno dei suoi luoghi preferiti a San Francisco, il Japanese Tea Garden che si trova al Golden Gate Park.
Prima di partire però è d’obbligo, almeno per me, comprare una giacca a vento, qui il clima non è proprio il mio ideale, fa freddo ed ho bisogno di coprirmi con sciarpetta e giacca, ad una persona normale però basterebbe anche una maglietta a maniche lunghe con una felpa in vita.
Lungo la strada per arrivare al Golden Gate Park passiamo accanto al famosissimo Golden Gate Bridge (lungo 3 km e mezzo è il ponte sospeso che sovrasta il Golden Gate, lo stretto che collega l’Oceano Pacifico con la Baia di San Francisco). E’ maestoso, imponente e il suo colore arancione (per poter essere ben visibile nella nebbia) lo rende davvero unico. Gli scatto un po’ di foto ma non c’è nemmeno bisogno di cercare la giusta angolatura, da qualsiasi punto io possa riprenderlo viene sempre fuori una cartolina. Vedendolo da “vicino” si capisce perché viene considerata una delle moderne meraviglie del mondo, peccato il suo fascino sia stato rovinato dalla fama di luogo prediletto in cui tentare il suicidio.
Il taxi ci ferma proprio di fronte all’entrata del Japanese Tea Garden e già da quì si capisce che il posto è estremamente orientaleggiante.
JAPANESE TEA GARDEN: Il Japanese Tea Garden è un piccolo angolo d’oriente all’interno di una grossa metropoli statunitense e si presenta come un raffinatissimo giardino in puro stile giapponese in cui è possibile passeggiare tra Pagode, fiori profumati, laghetti scenografici e prendere il tè tranquillamente seduti davanti una cascata immersa nel verde.
Situato all’interno del Golden Gate Park,è il più antico giardino giapponese degli Stati Uniti ed ebbe origine nel 1894 ad opera di un australiano che lo costruì per la California Midwinter Exposition. Negli anni successivi, il giardino fu poi magnificamente sistemato a imitazione di un paesaggio naturale dalla famiglia del designer Hagiwara che vi importò molte specie di piante, pesci, uccelli, statue e lanterne. Hagiwara si prese cura del giardino e lo ampliò fino alla seconda guerra mondiale, quando l’intera famiglia fu internata in un campo di detenzione assieme ad altri americani di origine giapponese.
Dopo la guerra il giardino subì molti cambiamenti perdendo molte delle caratteristiche originarie e venne rinominato The Oriental Tea Garden. Furono inseriti all’interno del giardino: una grande statua di Buddha; un giardino zen moderno; la Lanterna della Pace (come testimonianza della ritrovata fratellanza tra americani e giapponesi); un ponte; il sentiero degli aceri.
Oggi il giardino è dominato dall’imponente Buddha di bronzo, mentre i ponticelli ad arco, i viottoli sinuosi, i laghetti pieni di lucenti carpe di dimensioni enormi, i ciliegi e i bonsai donano al luogo un’atmosfera serena e tranquilla.
Apertura: tutti i giorni 8.30 – 18.00 (Marzo - Ottobre)
8.30 – 17.00 (Novembre – Febbraio)
Prezzo Biglietto: 2,50 $ a persona
Maggiori informazioni:http://www.holymtn.com/garden/Gallery/index_teagarden.html
Sembra di essere stati catapultati in oriente! E’ veramente un luogo incantevole, fiori profumati, placidi laghetti, cascate, ponticelli, bonsai, c’è anche una Pagoda e lo scrosciare dell’acqua dei ruscelli e il canto degli uccellini ci accompagnano per tutto il tempo.
Ci fermiamo alla Tea House per rilassarci un po’ immersi in una quiete surreale. Ci sediamo lungo il bancone che affaccia sulla cascata e lo stagno e il tè ci viene portato assieme ai dolcetti della fortuna. Spettacolo, è la prima volta che ne prendo uno, ed è anche buono. Nel suo dolcetto Alfo trova scritto: “Presto riuscirai a realizzare i tuoi progetti più importanti” e un’espressione tronfia e gongolante fa capolino sul suo viso. Nel mio trovo scritto: “Non tutto è come sembra guardati da chi non è veramente tuo amico” non mi piace, ne prendo un altro, “Troverai la felicità accanto a tuo marito” bello! Mi piace! Peccato che io e Alfo non siamo sposati (chi lo avrebbe detto però che 4 mesi più tardi saremmo tornati in America proprio per sposarci, a piedi nudi sulla spiaggia…ma questa è un’altra storia!).
Passare un’ora in questo angolo idilliaco d’oriente camminando nella pace più assoluta è stato come fare un viaggio nel viaggio. Molto molto bello!
Uscendo dal Japanese Garden decidiamo di avvicinarci ai mezzi attraversando il Golden Gate Park.
GOLDEN GATE PARK: E’ il cuore verde di San Francisco, un grande parco rettangolare che si sviluppa per 5 km di lunghezza e oltre 1,5 km di larghezza ed è tra i più estesi parchi urbani del mondo. Il Golden Gate Park è situato 4 km a sud del Golden Gate Bridge e si estende dall’Oceano Pacifico al centro di San Francisco.
Progettato nel 1871 dal commissario per i parchi, fu realizzato nel 1890 sulle sabbie di un terreno incolto vicino all’oceano con l’intento di creare una serie di diversi habitat naturali in miniatura mettendo a dimora migliaia di alberi e proteggendo con un diga il lato esposto al mare.
Nel 1960 fu il punto di riferimento del “Flower Power” di San Francisco e la gioventù hippie andava al parco per ascoltare i concerti gratuiti improvvisati da complessi psichedelici.
Nel 1993 poi il Golden Gate Park divenne parco nazionale.
Nelle intenzioni dei pianificatori, all’interno del parco non avrebbe dovuto sorgere nessun edificio ma non fu possibile attenersi al progetto originale, cosicché la metà orientale è costellata di edifici pubblici e musei.
Ad oggi il Golden Gate Park è molto animato e ricco di zone giochi e aree per concerti, ma anche di molti ambienti naturali appartati e di tranquilli angoli nascosti che offrono un rifugio bucolico agli abitanti della città. E’ inoltre possibile praticarvi diverse attività sia sportive che culturali ed è rimasto un punto molto popolare tra musicisti ambulanti e chitarristi hippie.
Anche qui passeggiare è molto rilassante ed è un vero piacere per l’anima e per la vista. Il parco è curato e ben tenuto e l’aria estiva che si respira è molto piacevole e fresca. Purtroppo però nemmeno questo riesce a fare smettere Alfo di lamentarsi per il troppo cammino e più lui si lamenta più Mike si diverte ad allungare il passo.
Ad un certo punto lungo la nostra passeggiata iniziamo a sentire una musica etnica, ci guardiamo intorno e vediamo un folto gruppo di persone radunate al centro di un prato. Decidiamo di avvicinarci e capiamo che si trattava di un raduno hippie. Fantastico! Uomini e donne di tutte le età, a piedi nudi e vestiti con tutti i colori del mondo, c’è chi balla, chi fuma, chi sdraiato sul prato guarda il cielo. Guardandoli ti viene in mente una sola parola, Libertà.
Dalla culturale San Francisco, alla storica Alcatraz, dall’orienteggiante Japanese Tea Garden, ai figli dei fiori anni ’60, il giro del mondo e del tempo in una giornata!
Mentre rientriamo in albergo ci fermiamo a mangiare in un posto molto trendy, seduti su alti sgabelli in un locale completamente foderato di velluto rosso.
Dopo cena poi è il momento del meritato riposo.
Dimenticavo, la cosa più paradossale qui è che sia io che Alfo al termine della giornata non vediamo l’ora di andare a letto a dormire per fare in modo che il giorno successivo inizi il prima possibile! Non siamo normali lo sappiamo.
SISTEMAZIONE: San Francisco - Orchard Garden Hotel - 173$ (116 euro)
GIORNO 9
CABLE CAR E SAN FRANCISCO
(Domenica 19 Agosto)
Altro giorno, altra corsa! O meglio, la corsa.
Oggi infatti dedicheremo l’intera giornata ad una “tranquilla” visita della città ma soprattutto proveremo l’emozione di un bel giro sulla mitica Cable Car!
CABLE CAR: Caratteristici della città di San Francisco, questi tram-funicolari sono dei veri e propri tram, essi però invece di andare ad energia elettrica, vengono trainati da cavi d’acciaio.
Le cable-car, utilizzano infatti un dispositivo a pinze, azionato dal manovratore attraverso un’asta all’interno del tram, l’asta penetra in una fessura della strada, agganciandosi a un cavo d’acciaio che scorre fra i binari sotto il livello stradale. Le macchine della centrale motrice avvolgono poi il cavo d’acciaio che traina così il tram in salita fino al capolinea, ad una velocità stabile di 15 km orari mentre per rallentare il manovratore allenta la presa sull’asta e tira il freno.
Al capolinea i cable-car si sganciano e vengono fatti ruotare dal conducente (a volte aiutato dai passeggeri) su una piattaforma girevole per poi iniziare la discesa.
Ideati dall’ingegnere scozzese, Andrei Hallidie, fecero la loro comparsa nel 1873 ed al tempo divennero il mezzo di trasporto principale della città.
Con l’avvento dei mezzi moderni le cose però sono cambiate e oggi sono in funzione solo 44 vetture con 35 km di cavi interrati.
E’ possibile comprare il biglietto direttamente sulla vettura al costo di 3 $ a corsa, oppure acquistare la MUNI (Municipal Railway) in vendita presso i San Francisco Convention and Visitor Bureau, valida per tutti i mezzi di trasporto pubblici (autobus, filobus, cable car e metro).
Prezzo MUNI : 11$ per 1 giorno; 18$ per 2 giorni; 24$ per 3 giorni.
Maggiori Informazioni: http://www.sfcablecar.com/index.html
Per prendere la Cable Car (direzione Fisherman’s Village) ci dirigiamo verso Nob Hill, che emozione, proprio come nei film! Alla fermata c’è molta gente, facciamo passare la prima, poi la seconda, (troppo gente) e finalmente riusciamo a prendere la terza. Facciamo il biglietto direttamente a bordo e man mano che la gente scende ci guadagniamo il nostro posto verso l’esterno, non possiamo andarcene da qui senza esserci letteralmente attaccati al tram!
Il viaggio è divertentissimo, in più, vista la moderata velocità, abbiamo modo di ammirare anche le case e le costruzioni della città che sono davvero particolari, inconfondibili. Lungo la strada vediamo (in lontananza) il Pacific Heights, il quartiere più esclusivo di San Francisco, che si erge 90 metri sopra la città, la sua architettura Beaux Arts è davvero stupenda e molto pregevole, peccato non avere abbastanza tempo per poterlo visitare con calma. Viaggiare a bordo del Cable Car osservando gli isolati in pendenza e le vie calme e linde fiancheggiate da sontuose ville vittoriane è come fare un viaggio nel tempo, nella San Francisco di fine ‘800.
Arrivati al capolinea ci facciamo forza, anzi Mike ci fa forza, sapendo di dover affrontare una lunga scarpinata verso il Fisherman’s Wharf, soprattutto perché vogliamo passare dalla famosissima Lombard Street.
LOMBARD STREET: Inclinata a 27 gradi, negli anni ’20 questa collina risultò troppo ripida per salirvi in macchina così, la parte di Lombard Street alla sommità di Russian Hill venne rimodellata, attenuando la vertiginosa pendenza con l’aggiunta di otto curve.
Attualmente Lombard Street è conosciuta come “la via più tortuosa del mondo”, ed è una specie di slalom gigante per automobili con il lastrico in terracotta, che si snoda con i suoi tornanti fra rigogliose aiuole piantate ad ortensie.
Le sue curve strettissime scendono a precipizio un isolato dopo l’altro, e il limite di velocità per le auto (che possono percorrerla solo in discesa) è di 5 miglia all’ora, mentre i pedoni possono servirsi di gradini.
Dalla cima inoltre si gode una stupenda veduta della metropoli.
Stremati, chi trascinando i piedi, chi strisciando a terra (non si può certo dire che siamo degli atleti), raggiungiamo finalmente Lombard Street. Devo dire che questa via è una vera chicca, macchine che scendono da una collina ripidissima procedendo molto lentamente, a zig zag, affondate in un mare di verde e fiori colorati, è un’immagine molto particolare che va assolutamente vista.
Seguiamo Mike che oggi sembra indemoniato (proprio lui solitamente molto tranquillo e calmo) quindi giusto il tempo di una foto e via di corsa, non possiamo fermarci, non c’è tempo! Per cosa? Boh!
Prossima tappa, Fisherman’s Wharf Village.
FISHERMAN’S WHARF: Quartiere di San Francisco in cui nel tardo 1800 sbarcarono per la prima volta pescatori genovesi e siciliani dando origine all’industria ittica della città. Dagli anni ’50 in poi ristoranti italiani di specialità marinare sono subentrati alla pesca (famosissimo è il delizioso granchio di Dungeness). Oltre ad assaggiare i prodotti ittici, i turisti si divertono qui a girovagare nei negozi e visitare musei. Il centro del Wharf è il Pier 39 con ristoranti, negozi ed empori, sullo sfondo splendido della baia. Ristrutturato nel 1978 a mo’ di pittoresco villaggio di pescatori, il molo è anche dimora di branchi di leoni marini che si crogiolano al sole. Attraccato al Pier 45 c’è l’USS Pampanito, un sottomarino della seconda guerra mondiale di cui è possibile visitare la camera di lancio dei siluri, la cambusa e l’alloggio ufficiali.
La piazza principale del Fisherman’s Wharf Village è affollatissima e in mezzo alle bancarelle immersa nell’odore di pesce c’è anche una banda di ragazzi che suona.
Ci dirigiamo verso il Pier 45 dove Mike scende a visitare il sommergibile mentre io Alfo e Barbara ci riposiamo un po’ all’ombra. Al ritorno di Mike, con lo stomaco mormorante, facciamo quello che un bravo italiano fa sempre in vacanza all’estero. Andiamo alla ricerca di un buon ristorantino italiano per pranzo (dopotutto qui di italiani ce ne sono tantissimi). Ne troviamo uno senza infamia e senza lode e mentre loro provano la pizza io mi butto sulla solita insalata. Per me dopotutto è diventato una specie di menù fisso tutti i giorni, colazione sostanziosa, chicken salad a pranzo e bistecca, verdure, patatine fritte e vino la sera, intervallati solo da qualche sushi e qualche “All you can eat” qua e la (tutto questo non è certo per dieta quanto per gola, io vivrei di pollo, filetto e patatine fritte!)
Nel pomeriggio Barbara ha promesso ad una sua amica che abita in un paesino vicino San Francisco di passarla a trovare, quindi riprendiamo la macchina e prima di accompagnarli all’aeroporto per il rientro a Los Angeles passiamo da Chiara.
Casa di Chiara è molto carina. È proprio una tipica villetta americana, non troppo grande, divisa su due piani, giardino davanti e dietro (manca solo il canestro sul garage!). La cena è ottima, tutto cotto alla brace, comprese le zucchine a palletta (che io non avevo mai mangiato ma sono davvero buonissime), il tutto innaffiato da un ottimo vino (di cui non ricordo il nome ma solo che è una meravigliosa produzione della regione dei vini californiana). Altra crocetta, sulla via dei vini (i nostri amici non ci riconoscerebbero più se sapessero che abbiamo saltato una tappa del genere).
Dopo cena accompagniamo Barbara e Mike all’aeroporto, è triste salutarli, li vediamo sempre così poco, ci sarebbe piaciuto proseguire insieme, per fortuna però tra poco più di dieci giorni li ritroveremo a Los Angeles.
Domani per noi è prevista Yosemite quindi dall’aeroporto continuiamo sulla HWY 120 per avvicinarci il più possibile al Parco.
Lungo la strada, all’altezza di Oakdale, cerchiamo un posto dove passare la notte e ci fermiamo nel primo motel che troviamo ma il proprietario, nascosto dietro una rete di ferro ci fa chiaramente capire che non siamo ben accetti lì. Volevamo provare il brivido dello squallido motel “on the road” ma forse è meglio così, quindi deviamo sulla certezza Holiday Inn.
SISTEMAZIONE: Oakdale - Holiday Inn - 106$ (71 euro)
GIORNO 10
YOSEMITE
(Lunedì 20 Agosto)
Ci svegliamo emozionantissimi e con molto entusiasmo, dopo la scorpacciata di città è finalmente giunto il momento di perdersi nella natura e non vediamo l’ora.
Oggi è il giorno di Yosemite National Park!
YOSEMITE NATIONAL PARK: Istituito come Parco Nazionale nel 1890, il Parco di Yosemite è un’area naturale protetta che si trova tra la contea di Mariposa e quella di Toulumne in California (a est di San Francisco). Il parco copre un’area di 3081 km quadrati (arrivando a raggiungere ad ovest la catena della Sierra Nevada) di cui l’89% circa è ancora allo stato selvaggio (l’apporto delle modifiche da parte dell’uomo è minimo).
La Yosemite Valley, è stata creata nel corso di migliaia di anni dall’erosione dei ghiacci che si portarono via gran parte degli strati più friabili del granito superficiale ma riuscirono appena a scalfire le parti più dure, che divennero le rupi che vediamo oggi.
Le tribù indiane degli Awahneechee occuparono questa zona in maniera pacifica per 4000 anni, fino alla metà dell’Ottocento, quando la presenza sempre più minacciosa dei coloni bianchi durante la corsa all’oro indusse i nativi americani ad attaccare gli accampamenti vicini. La popolazione originaria, sconfitta, fu scacciata definitivamente dalla valle per far posto agli agricoltori e ai taglialegna.
Nel 1864 fu istituita l’area protetta dello Yosemite Land Grant e nel 1890 l’area diventò il terzo parco nazionale americano.
Questa meravigliosa valle glaciale scavata dal Merced River è circondata da rupi quasi verticali, le cui pareti di granito sono solcate da cascate che precipitano da altezze vertiginose e le cui cime raggiungono dai 600 a 4000 metri di altitudine.
A livello del suolo vi sono incantevoli distese erbose circondate da querce, cedri, aceri e abeti, con una miriade di fiori selvatici, è l’habitat ideale di 160 piante rare con rispettive rare formazioni geologiche.
Il paesaggio è di una bellezza mozzafiato: antiche e immense foreste, aspre gole, altissime cascate che scrosciano in pozze smeraldine, laghetti alpini cristallini e stupefacenti rupi a strapiombo scolpite dai ghiacciai.
Inoltre c’è la possibilità, tutt’altro che remota, di avvistare animali come cervi, coyote, lupi, camosci e perfino orsi neri, per non parlare degli scoiattoli che scorrazzano ovunque.
Ogni anno lo Yosemite deve far fronte a quasi 4.000.000 di turisti che possono visitare questo parco tutto l’anno, tutti i giorni. Ciascuna stagione regala un’esperienza diversa, dalle cascate rigonfie d’acqua in primavera (asciutte l’estate) ai colori caldi dell’autunno, dal paesaggio invernale con le cascate si trasformano in ghiaccio e i sentieri bloccati dalla neve, alla calda e rigogliosa estate in cui è possibile fare il bagno nel fiume. Nella Yosemite Valley non ci sono distributori di benzina ma a circa 24 km di distanza (Crane Flat) ci sono pompe aperte 24 ore su 24.
Nel tentativo di incoraggiare i visitatori a usare i mezzi pubblici, il Park Service ha introdotto un collegamento con le corriere della Yarts (www.yarts.com), i biglietti si possono acquistare in vettura e le tariffe di andata e ritorno vanno dai 7 ai 20$ a seconda di provenienza e meta.
Per quanto riguarda l’alloggio, per non rischiare di rimanere senza posto per la notte è consigliabile prenotare con un certo anticipo in uno dei vari resort della zona.
Prezzo Biglietto: 20$ a macchina 7 giorni (10$ a persona se si viene in bici o moto).
Maggiori Informazioni: http://www.yosemitepark.com
La strada per salire verso il parco è una lunga serie di tornanti fra le montagne e poco prima dell’entrata ci fermiamo per ammirare l’immensa, infinita, distesa di verde. Alfo non riesce nemmeno a parlare e io non so se fotografare il panorama o i suoi occhi luccicanti persi in tanta bellezza.
Mentre ci avviciniamo alla Yosemite Valley (che ci hanno descritto come punto di partenza ideale per visitare il parco) ci chiediamo se riusciremo a vedere da vicino qualche animale e magari a fare anche qualche bagnetto visto quanto sembra invitante l’acqua che scroscia nei fiumiciattoli.
Arrivati allo Yosemite Village ci dirigiamo verso il Visitor Center per chiedere informazioni circa i tour disponibili. Ci viene detto che ogni ora parte il Valley Floor Tour, un tour su un tram aperto della durata di circa 2 ore, durante il quale un ranger mostra i luoghi più importanti del parco raccontandone la storia, le origini, la geologia, la flora e la fauna. Il costo di questa escursione è di 20$ a persona, quindi compriamo il biglietto.
Il nostro ranger è molto simpatico e da come parla del parco si vede che il suo più che un lavoro è una vera e propria passione. Mentre il ranger si premura di comunicarci tutte le informazioni necessarie, al fine di vivere al meglio il parco nel rispetto degli animali che lo vivono, il tram inizia il suo percorso. Il tour è meraviglioso, i sentieri che percorre ci portano da un panorama mozzafiato all’altro (El Capitan, Half Dome, Tunnel View e le Yosemite Falls purtroppo secche a causa del caldo estivo).
EL CAPITAN: E’ uno dei blocchi di granito esposto più grande del mondo, una rupe di 129 ettari di color grigio e rossiccio, apparentemente privo di vegetazione e quasi verticale. Da qualunque parte si entri nella valle, l’imponente monolite di El Capitan è perfettamente visibile, esso si protende in avanti dalle rupi adiacenti e incombe sul fondovalle elevandosi per 1100 metri dalla base. Considerata dagli Indiani d’America come sacra e oggi tra le mete più ambite degli amanti del free climbing. Osservando con molta attenzione e con un bel binocolo l’imponente monolite, infatti si possono scorgere dei piccolissimi puntini neri, sono gli scalatori che centimetro dopo centimetro si arrampicano su una parete apparentemente liscia e senza crepe ma che a distanza ravvicinata rivela una serie di fessure.
HALF DOME: L’arcuata “mezza cupola”, visibile da ogni angolo del parco, è un monolite di granito la cui sommità assomiglia ad un cavallone, che si trova però 2600 metri sopra il livello del mare.
Esso si eleva per oltre 1500 metri dal fondovalle, e la sua parete di nord-ovest (un muro a strapiombo di 610 metri) ha un’inclinazione di appena 7 gradi rispetto alla verticale, il che fa dell’Half Dome la montagna più ripida del Nord-America.
YOSEMITE FALLS: Con i loro 740 metri sono le cascate più alte del nord America e le quinte al mondo, anche se in realtà non si tratta di un’unica cascata ma di due, l’Upper Yosemite Fall (cascata superiore, di 435 metri) e Lower Yosemite Fall (cascata inferiore, di circa 100 metri), separate da 200 metri di rapide.
Le Yosemite Falls sono magnifiche soprattutto nel periodo di maggio e all’inizio di giugno, in seguito allo scioglimento della neve, mentre nel corso dell’estate le cascate si riducono via via a un semplice rigagnolo e di solito si prosciugano per la metà d’agosto, lasciando sulla parete rocciosa una macchia scura di alghe e licheni come unica traccia della loro presenza.
Immersi in uno scenario meraviglioso il ranger, insieme a tutte le curiosità sul parco, ci racconta anche una bellissima storia: “Molti anni fa, al tempo in cui la gran parte degli indiani si arresero all’uomo bianco, ce ne fu uno che decise che non avrebbe mai lasciato la sua terra finchè in vita. Così, all’età di 50 anni, si trasferì in cima ad una montagna portando con se solo qualche coperta. La sua intenzione era di andare a morire lì, sulla sua terra, dove aveva sempre vissuto, tra le braccia di madre natura. E così fu, ma questo avvenne ben 50 anni più tardi e solo dopo essere diventato tanto famoso che da ogni parte del paese, la gente veniva per incontrarlo, per chiedergli di celebrare il proprio matrimonio o anche solo per portare un piccolo dono a chi ha vissuto lottando in difesa della propria natura”.
Anche io voglio essere un indiano!
Mio padre ha la passione degli indiani da sempre (è per questo che odia gli americani, che a suo parere hanno fatto solo due cose buone: la Coca Cola e i jeans) e devo dire che quest’amore è riuscito a trasmetterlo anche a me.
Ogni volta che sento racconti del genere mi vengono i brividi nel pensare a quale terribile scelleratezza è stata perpetrata distruggendo una cultura tanto preziosa, nobile e saggia.
Tornati al villaggio mangiamo un panino al ristorante Self-Service e nel raggiungere la macchina vediamo due persone ferme in mezzo ad un prato a fissare gli alberi. Guardiamo meglio e capiamo che ciò che stanno fissando non è la distesa verde bensì due splendidi cervi.
Mi avvicino lentamente, per paura di spaventarli e farli scappare ma non sembrano impauriti (ormai sono abituati alla presenza umana) così alla fine riesco ad accarezzarne uno e lui (sentendo ancora l’odore del panino sulle mie mani) inizia a leccarmi con quella linguetta paffuta e morbida…sono come cenerentola…che meraviglia!
Ripresa la macchina ci avviamo verso il Glacier Point (raggiungibile solo in estate) da dove è possibile ammirare dall’alto tutto l’immenso panorama dello Yosemite Park.
Lungo la strada vediamo il primo cervo, il secondo, il terzo. Inizio a contarli per curiosità e dal fondo valle al Glacier Point (980 metri) ne vedo 34!
Arrivati in cima (più di un’ora di macchina), vediamo una moltitudine di gente ampiamente equipaggiata con macchinette fotografiche, cavalletti, teleobiettivi e telecamere e non capiamo il perché fino a quando non ci affacciamo…una meraviglia assoluta! Tutta Yosemite Valley ai nostri piedi, alte vette di roccia granitica, montagne verdi, canyon frastagliati, cascate e vallate di alberi giganteschi, uno spettacolo grandioso e un senso di pace totale. Decidiamo di aspettare il tramonto, non possiamo perdercelo da qui. L’attesa non delude assolutamente le nostre aspettative, tutta la vallata si colora di rosso, in fondo alla gola, ad una ad una, iniziano ad accendersi le luci del villaggio, in mezzo al bosco, sulla montagna di fronte, risplende un grosso falò che nella nostra fantasia appartiene ad una tribù indiana.
A questo punto si è fatto scuro, siamo in cima ad una montagna, in mezzo al Parco di Yosemite, credo proprio che sia giunto il momento di cercare un posto per la notte!
All’interno del parco nemmeno a pensarci, tutto pieno. La strada verso l’uscita è libera dalle macchine ma dobbiamo andare pianissimo perché è completamente buia e ci sono cervi che spuntano da tutte le parti. Ad un certo punto mi stropiccio gli occhi senza credere a quello che vedo…un lupo! Un vero lupo, lungo la strada, è bellissimo, la sua andatura è elegante e silenziosa, sembra magico.
Mi immagino mia sorella in un posto del genere, è veterinaria e per la natura e gli animali ha un amore incommensurabile, lei qui troverebbe sicuramente la sua dimensione.
Usciamo dal parco e poco dopo troviamo un alberghetto carino (Cedar Lodge Resort) a cui per fortuna sono rimaste ancora delle stanze, a noi poi ci dice particolarmente bene perché al costo di 100 dollari (60 euro in tutto) ci danno un’ appartamento con tv, bagno e cucina, all’interno di una baita vista fiume. Ma siamo troppo stanchi per godercelo (siamo troppo stanchi perfino per mangiare), lo faremo domani mattina, quando saremo più freschi e riposati.
TRATTA: SAN FRANCISCO – YOSEMITE - 282 km – 3 ore
I 80 NB - I 80 EB – Direzione Hayward Stockton
Oakland – I 580 EB - I 580 EB – Uscita Tracy Stockton
I 205 EB - I 5 NB - Hwy 120 EB – Direzione Sacramento Sonora
Hwy 120 – Direzione Yosemite
SISTEMAZIONE: Yosemite - Cedar Lodge Resort - 109$ (73 euro)
GIORNO 11
YOSEMITE E MONO LAKE
(Martedì 21 Agosto)
Ci svegliamo di buon’ora, come al solito. La nostra casetta alla luce del sole sembra uscita da una fiaba di Andersen ed il fiume che scorre davanti dona ancora più serenità a questo luogo fuori dal tempo.
Colazione americana a tutti gli effetti, la prima vera colazione “zozza” da quando siamo arrivati…uova, prosciutto e bacon per Alfo e l’adoratissima frittella con sciroppo d’acero per me, la frittella di Paperino, che bello!
Il tempo è esattamente come il giorno prima, bellissimo, cielo azzurro e sole splendente. Perfetto.
Peccato che un paio d’ore dobbiamo sprecarle al pronto soccorso del luogo a causa dell’occhio gonfio con cui mi sono svegliata questa mattina (colpo d’aria) ma almeno alla fine della visita (nella quale per una semplice congiuntivite mi hanno rigirata come un calzino, dal controllo della vista, a febbre e pressione) anche io mi ritrovo in possesso della mitica boccettina che si vede sempre nei film, quella con su scritto nome, cognome e ricetta (è incredibile, qui mi piace anche andare dal dottore, devo essere ridotta proprio male). Spesi questi 130 euro di visita medica (anche se per correttezza dovrei dire check-up) possiamo pianificare la giornata e a differenza di ieri (che abbiamo seguito i tour classici), il nostro piano odierno consiste nel andare dove ci porta il vento.
Lungo la strada ci fermiamo di colpo quando incappiamo in una delle chiesette più belle mai viste, minuscola, tutta in legno, è avvolta dagli alberi e sullo sfondo immense montagne verdi. Su un cartello leggiamo che la Yosemite Chapel è tutto ciò che rimane del villaggio ottocentesco di Yosemite.
In seguito (una volta rientrati a Roma) scopriremo che nelle stesso istante in quel luogo sia io che Alfo abbiamo capito di volerci sposare e che il nostro matrimonio, quando avverrà, non potrà che avere come cornice un posto magico e incantato come questo.
La tappa successiva ed obbligata è sul fiume Yosemite Creek, e Alfo scalpita, non riesce a resistere alla tentazione di dragarlo per trovare l’oro. Io invece mi preoccupo di sistemare il cavalletto e scattare un miliardo di fotografie, il fiume in secca che si inoltra nel bosco e il sole che filtra tra i rami sono soggetti troppo invitanti per lasciarseli scappare. Mentre finisco di prendere in giro il mio personale cercatore di tesoro tutto concentrato nel cercare di raggiungere il proprio obiettivo vedo che si alza in piedi ed esulta. Non ci posso credere, ha trovato davvero l’oro! Piccole, minuscole scagliette (se mi legge mi uccide) ma comunque d’oro vero. Tronfio, soddisfatto e fotografatissimo corre in macchina a cercare il giusto contenitore per il suo tesoro, mentre io mi butto in acqua nel tentativo (vano) di emularlo.
Il resto della strada è tutto un alternarsi di boschi, montagne di granito, fiumiciattoli e laghi, il più bello dei quali, il Tenaya Lake, è un bacino di ben 2484 metri quadrati formatosi all’interno del Tenaya Canyon dallo scioglimento del Toulumne Glacier (ghiacciaio di Toulumne).
Usciamo da Yosemite percorrendo l’Hwy 120 e dopo tutto quello che abbiamo visto fino a questo momento continuiamo a stupirci degli incredibili paesaggi che caratterizzano questa splendida zona.
Dopo circa 13 km dall’uscita dello Yosemite National Park si apre davanti a noi uno spettacolo senza eguali, Mono Lake.
MONO LAKE: La distesa blu del Mono Lake occupa il centro di un tavolato desertico di origine vulcanica, è fra i laghi più antichi al mondo (formatosi un milione di anni fa dallo scioglimento dei ghiacciai durante l’ultima era glaciale) e si estende per 155 km quadrati ad un’altitudine di quasi 2000 metri, ai piedi dei monti statuari e innevati della Sierra Nevada orientale.
Le sue acque salate (tre volte più salate di quelle marine) e alcaline circondano due grandi isole vulcaniche, la bianca Pahoa e la nera Negit, mentre tutt’attorno, l’area è costellata di sorgenti termali e si possono vedere le tracce di colate di lava e di attività vulcanica.
Quello però che rende Mono Lake unico nel suo genere, sono le strane formazioni di tufo simili a castelli di sabbia, emerse dalle acque fra il 1940 e il 1990, a causa dell’abbassamento del livello del lago verificatosi quando l’acqua fu deviata verso l’acquedotto di Los Angeles. Le torri di tufo (alte fino a 30 metri) si erano formate sott’acqua, dove le acque ricche di calcio e carbonato si sono combinate e disposte sul fondo sotto forma di calcare, sedimentando lentamente e creando le strane guglie visibili oggi su gran parte del litorale.
Che meraviglia, un lago immenso e due isolette vulcaniche al centro che si specchiano nell’acqua. E’ talmente bello da non sembrare reale.
Cerchiamo di avvicinarci il più possibile e vediamo che sia dentro l’acqua che sulla riva ci sono delle specie di stalagmiti che fuoriescono dal terreno e che si riflettono nel lago. Mono Lake è davvero gioiello naturalistico e anche se l’ambiente intorno appare arido (pochi fiori e molti cespugli di piante desertiche), non può che essere considerato come un vero e proprio paradiso geologico, completamente circondato come è da vulcani vecchi e nuovi.
E stata una grande fortuna essere usciti da questa parte del Parco, una sorpresa stupenda che non avrei voluto perdere per niente al mondo.
Proseguiamo il nostro viaggio di avvicinamento alla Death Valley scendiamo verso sud attraverso la US 395 e approdiamo così a Bishop.
Non so spiegare bene il perché ma mi innamoro immediatamente di questa cittadina, non è nulla di speciale ma quello che mi colpisce è che è proprio la perfetta sintesi del paesello americano on the road. Strada principale che taglia in due la città, una serie interminabile di Hotel, negozi riparazione auto, benzinai, fast food. Niente di eccezionale, ma per me tutto troppo americano per non esserne affascinata. Poi, cosa dovrei dire del posto che mi ha fatto scoprire Sizzler???!!!??? Sizzler (http://www.sizzler.com/) è una catena di Steak House semplice ma veloce e soprattutto ben fornita, il personale è gentile e per chi ama la carne ma non vuole spendere un patrimonio è davvero un’ottima scelta. Qui, con la modica spesa di 13 euro a persona è possibile mangiare un antipasto, un filetto (di ottima qualità), patatine fritte o verdure e vino. Ed è proprio da Sizzler che ci fermiamo a mangiare. Spazzolati completamente i nostri piatti, arriva la cameriera e ci chiede se vogliamo una scatola per portare via gli avanzi, noi ci guardiamo stupiti, abbiamo lasciato solo il pane (seconda porzione di pane) e un bicchiere di vino, poi però ci ricordiamo che in America è normale portarsi via anche le briciole, poiché tutto ciò che hai pagato è tuo (proprio come in Italia che se provi a portar via mezza bottiglia d’acqua ti fulminano e ti trattano come un pulciaro).
Dopo una breve passeggiata per la città ci fermiamo a dormire al Comfort Inn, un’altra gradevole scoperta, poiché assieme ad altre catene dello stesso genere (Days Inn, Quality Inn, Sleep Inn, Motel 6) ti da la possibilità di dormire a soli 100 dollari (69 euro con il cambio attuale) a camera (50 a persona) in un posto pulito con doppio letto matrimoniale (2 queens bed), televisione satellitare e frigorifero (o macchina del ghiaccio al piano), colazione compresa naturalmente.
Buonanotte Bishop.
TRATTA: YOSEMITE - BISHOP - 221 km – 2 ore e mezza
Hwy 140 – Destra Big Oak Rd - Ireland Lk/Kuna Crk
Destra Hwy 120 - Hwy 120 - US 395
SISTEMAZIONE: Bishop - Comfort Inn - 80$ (54 euro
GIORNO 12
DEATH VALLEY – ZONA NORD
(Mercoledì 22 Agosto)
Sveglia naturale alle ore otto come tutti i giorni, colazione veloce e via per il posto che attendo con più ansia da quando siamo partiti da Los Angeles…la Death Valley!
DEATH VALLEY: La Death Valley si trova nella parte sud-est della California (al confine con il Nevada), è una fossa scavata nella superficie terrestre ed è tanto avvallata da essere il punto più basso (delle terre emerse) dell’emisfero occidentale.
La Death Valley è chiusa da entrambi i lati, da catene di montagne tra le più alte d’america (le cui cime raggiungono i 3350 metri) ed essa si estende per 160 km da nord a sud e in alcuni punti è quasi altrettanto ampia
Il nome “Death Valley”, (Valle della Morte) le fu dato in seguito all’affermazione che uno dei superstiti di un gruppo di mormoni fece, quando vi incappò per caso al tempo della famosa corsa all’oro: “Grazie a Dio siamo usciti da questa valle della morte!”.
I popoli pellerossa la chiamavano “Tomesha” : “il paese dove la terra va a fuoco”.
Essa infatti detiene il record della temperatura più calda degli USA (57°C all’ombra, registrati nel luglio del 1913), e mentre per tutta l’estate la temperatura dell’aria si aggira attorno ai 44°C, quella del terreno può raggiungere i 100°C (il punto di ebollizione), in più la pioggia che cade ogni anno qui non supera i 5 cm (anche se il tempo è brutto e piove, l’acqua, a causa delle altissime temperature, evapora prima di arrivare a terra).
Negli strati di rocce esposte della Death Valley è racchiusa quasi tutta la storia geologica della Terra, dalle montagne vecchie 500 milioni di anni, ai fossili di animali marini, rimasti sul fondo valle dopo il prosciugamento delle acque che durante l’era glaciale ricoprivano gran parte della valle.
Gli esseri umani hanno vissuto in Death Valley per millenni, a partire da 10.000 anni fa, quando la valle stessa era occupata da un immenso lago (Manly Lake) e la prova della presenza dell’uomo fin dalla preistoria è visibile in ogni angolo attraverso illustrazioni, impronte e resti di accampamenti.
Dal 1100 d.c. in poi la Death Valley fu abitata dagli Indiani Shoshone, tribù nomadi che
passavano l’inverno vicino alle sorgenti perenni di acqua dolce e durante le lunghe estati torride si spostavano alle altitudini superiori e più fresche delle montagne circostanti.
I primi bianchi arrivarono nel 1849 quando la corsa all’oro scatenò l’ingordigia di migliaia di coloni americani che malgrado il clima asciutto, il territorio arido e desertico e le temperature estive più calde della terra, decisero di spingersi verso sacrifici inauditi nella speranza di arricchirsi.
Nel 1920 poi si svilupparono le prime strutture per turisti e la Death Valley fu acquistata dal governo degli Stati Uniti che volle tutelarla come monumento nazionale.
Dal 1994 ad oggi la Death Valley risulta essere il parco nazionale più grande del paese (ad eccezione dell’Alaska).
Nessun deserto al mondo assomiglia alla Death Valley poichè nessuno presenta così tanta varietà di scenari naturali.
Se ci si limita ad attraversare la Death Valley in mezza giornata, questa può sembrare brulla e monotona, ma se ci si trattiene più a lungo rivela molteplici punti di interesse e una varietà sorprendente di paesaggi magnifici e fenomeni geologici, dalle aspre montagne alle alte dune di sabbia, dai canyon dai colori iridescenti alle abbaglianti distese saline.
Le colline circostanti, dai contorni aspri e netti sono erose in profonde fenditure e il loro contenuto insolitamente alto di minerali le trasforma in arcobaleni di fluorescenze illuminate dal sole, mentre i brulli pendii proteggono le rovine di compagnie minerarie che per un breve periodo prosperarono contro tutti i pronostici.
Sembra impossibile che tale paesaggio possa ospitare forme di vita eppure essa è abitata da una grande varietà di creature, dai serpenti alle maestose aquile, ai minuscoli pesciolini, alle pecore e i coyote.
Attualmente all’interno della Death Valley ci sono solo due centri abitati, Furnace Creek (che si trova nella parte centrale, più profonda della valle) e Stovepipe Wells (che si trova nella parte centro-occidentale) ma sono frequentati principalmente da turisti.
Il Visitor Center si trova all’interno della Furnace Creek Resort Area (Hwy 190) ed è aperto tutto l’anno, tutti i giorni dalle ore 8.00 alle ore 17.00.
All’interno della Death Valley c’è un piccolo aeroporto pubblico (con combustibile disponibile) all’altezza di Fornace Creek e una piccolissima zona d’atterraggio (combustibile non disponibile) all’altezza di Stovepipe Wells.
I trasporti pubblici invece non sono disponibili.
Qui i cellulari non funzionano ed è possibile percorrere centinaia di chilometri senza incontrare un benzinaio o fonti (o distributori) d’acqua, è quindi fondamentale munirsi di diversi litri d’acqua, cibo (se possibile, non guasta mai) e soprattutto una mappa e una ruota di scorta prima di affrontare questo incredibile viaggio.
Tassa di Entrata: 20$ a macchina per 7 giorni
Maggiori Informazioni: http://www.nps.gov/deva/
Siamo ancora dentro Bishop quando passando davanti un officina meccanica Alfo inchioda improvvisamente indicando una macchina nera senza riuscire a proferire parola. Io la guardo e dico: “carina…andiamo?” Lui mi fulmina e mi esorta a guardare meglio. Non ci posso credere, un vero Dragster! Un piccolo viaggio con la fantasia all’interno di una corsa automobilistica di accelerazione nel deserto e via verso il nostro sogno reale.
A dispetto di tutte le raccomandazione fatte e lette, decidiamo di entrare in Death Valley dalla parte nord, quella completamente sterrata in mezzo al deserto in cui non si incrocia un’anima viva per almeno 4-5 ore (più tardi poi troveremo un cartello che sconsiglia vivamente questa via a veicoli che non siano fuori strada muniti di due ruote di scorta e diversi litri d’acqua e di tutto questo proprio quest’ultima era l’unica cosa di cui eravamo in possesso).
Andiamo quindi a sud lungo la 395, prima di Big Pine giriamo a destra prendendo la 168 e appena superata Zurick, sulla destra ci troviano sulla Death Valley Road!
Una vallata deserta immensa, una strada senza fine, all’orizzonte gigantesche montagne e intorno a noi tutti i colori del mondo. Non si vede il più piccolo segno di civiltà per centinaia di chilometri, fino a perdita d’occhio.
Finalmente, da quanto tempo attendevamo questo momento, intorno a noi il nulla, intorno a noi tutto…“Lost in the middle of nowhere”, al culmine della beatitudine!
Il nome “Valle della Morte” è ostile e tenebroso, il posto è brullo e ad alcuni incute desolazione e un certo timore, ma non a me, non a noi. Lo scenario davanti ai nostri occhi è davvero unico al mondo e ci trasmette un senso di pace assoluta e di estrema libertà. Non vorremmo essere in nessun altro posto al mondo in questo momento.
Facciamo qualche sgommata con la macchina, ripresa accuratamente con la telecamera e ci avviamo verso la nostra prima meta, Racetrack Playa, ma non c’è fretta, dobbiamo assaporare ogni più piccolo istante e imprimere nella nostra mente ogni colore, ogni odore, ogni sapore di questo luogo tanto bello da sembrare quasi surreale.
RACETRACK PLAYA: Racetrack Palya è un lago asciutto localizzato nella parte nord delle Panamint Mountains (Death Valley), famoso per le pietre semoventi che attraversano la sua superficie in modo misterioso.
Molti secoli fa, durante il periodo delle forti piogge, l’acqua che venne giù nei pressi delle montagne confluì nella valle formando un piccolo lago. Nei secoli successivi, in seguito al riscaldamento terrestre, sotto il sole caldo della Death Valley, l’acqua evaporò lasciando dietro di se uno strato di soffice fango. Quando anche il fango si asciugò, il terreno si secco e si crepò lasciando il posto ad un mosaico formato da blocchi dalla forma esagonale.
La Racetrack Playa è lunga 4,5 km e larga 2 e sopra la sua superficie spiccano due formazioni rocciose, la più grande delle quali, la “Grandstand”, si trova al centro del margine settentrionale, è alta 22 metri e per raggiungerla dal parcheggio si devono percorrere 800 metri..
La playa è asciutta quasi tutto l’anno, ma quando piove la superficie viene coperta da un sottile strato di fango che se calpestato, il segno può rimanere impresso per anni.
La particolarità di questo luogo è data dalle “Sailing Stone” (pietre semoventi) un fenomeno geologico per cui è possibile vedere sulla superficie della playa pietre (venute giù dalle montagne circostanti) di diverse dimensioni (piccoli ciottoli e rocce di mezza tonnellata) lasciare delle scie sul terreno di forma e lunghezza irregolare (linea retta o a zig zag, di pochi centimetri o diversi metri) senza un’apparente direzione comune. E, cosa ancora più bizzarra, nessuno le ha mai viste muoversi ne è riuscito a filmarne il movimento.
Gli scienziati stanno studiando il fenomeno da anni ma nessuno è ancora riuscito a trovare una spiegazione razionale. Le due teorie principali vertono una su ghiaccio e vento e l’altra sul magnetismo. Secondo la prima teoria, determinate condizioni atmosferiche (pioggia, nebbia o rugiada notturne) rendono il fango scivoloso e bagnato e i venti spingono le rocce in giro. In tal caso però non si spiegherebbe perché rocce vicine si spostano in direzioni differenti o perché a volte si sono mosse le pietre più grosse mentre quelle più piccole sono rimaste immobili. Ed è così che è nata l’altra teoria secondo cui le rocce si spostano a causa dei campi magnetici del sottosuolo. Comunque fino ad oggi non si sono trovate sufficienti prove per spiegare il fenomeno e il mistero rimane quindi irrisolto.
La strada per raggiungere Racetrack è lunga (43 km che si percorrono in circa 2 ore), e molto impervia, quasi ci pentiamo di non aver affittato il fuoristrada ma continuiamo ed andiamo avanti, male che vada abbiamo acqua e viveri per almeno 2 giorni. Viveri che ci servirebbero sicuramente visto che sono passate già 4 ore e ancora non abbiamo incontrato anima viva.
Arrivati a destinazione non possiamo credere ai nostri occhi, sembra un paesaggio lunare, una specie di gigantesca spiaggia fatta di fango asciutto, inaridito, piatto che più piatto non si può e al centro della quale spunta un grosso masso alto almeno 20 metri. Ebbra di senso di libertà e con una specie di pista di pattinaggio smisurata davanti a me, inizio a correre verso la montagnola.
Lo avessi mai fatto, non si arriva mai!
Scalato la mia montagna fino in cima, mi alzo in piedi e mi manca il respiro per l’intenso senso di immensità che emana da questo paesaggio tanto insolito e incontaminato. Faccio un respiro profondo e chiudo gli occhi per immortalare questa travolgente sensazione nella mia mente. Poi giù e di corsa fino alla macchina, dove Alfo mi aspetta dopo aver filmato il tutto, compresa la mia corsa all’inizio leggiadra ed elegante, terminata poi strisciando a terra e rantolando.
Se tutto il resto della Death Valley è così, non c’è tempo da perdere, dobbiamo andare. Prossima tappa Ubehebe Crater, che si trova proprio lungo la strada di ritorno.
UBEHEBE CRATER: L’Ubehebe Crater è uno dei dodici crateri vulcanici del Deserto del Mojave, si trova all’interno della Death Valley ed è largo 800 metri e profondo 150. L’Ubehebe Crater è un immenso cratere vulcanico color ruggine e fu causato dall’eruzione del Vulcano Ubehebe avvenuta più di 2.000 anni fa, eruzione che fu talmente violenta da far esplodere l’intera montagna lasciando al suo posto solo una piccola collina con un gigantesco foro al centro.
Non avevo mai visto un cratere da vicino e nonostante non sia uno dei più grandi d’America guardarlo stando in piedi sul bordo fa quasi venire le vertigini.
Leggiamo il racconto dell’eruzione sul cartello descrittivo e cerchiamo di immaginarci l’incredibile violenza con la quale si deve essere svolta e ancora una volta rimaniamo impressionati dalla potenza della natura.
Il vento qui è molto forte quindi dopo la solita serie di fotografie rimontiamo in macchina. Finalmente, dopo 7 ore, i primi segni di civiltà iniziano a farsi vedere e scopriamo che anche qui esiste la strada asfaltata e soprattutto, che non ci siamo solo noi nella Death Valley, c’è anche un’altra macchina!
Lungo la strada verso lo Scotty’s Castle (distante 8 km da Ubehebe Crater) ci godiamo un meraviglioso tramonto tra le montagne ma iniziamo anche a realizzare che forse si sta facendo un po’ troppo tardi. Arrivati al castello infatti vediamo che è già tutto chiuso, ma non rimaniamo male più di tanto, dopo tutte le cose meravigliose viste in giornata ed essendo completamente immersi nello spirito naturalistico, visitare un’enorme costruzione moderna e fastosa nel mezzo del deserto non è che ci attirasse più di tanto.
SCOTTY’S CASTLE: Situato all’inizio dell’Hwy 267 (al km 5), si trova a 72 km dal visitor center ed è una lussuosa residenza (mai ultimata) realizzata in un esuberante ed eterogeneo stile neo-spagnolo coloniale.
Lo Scotty’s Castle fu progettato negli anni ’20 come residenza di vacanza del ricco agente di assicurazioni di Chicago di nome Albert Johnson. In realtà egli venne raramente in questi luoghi, così il cowboy e cercatore d’oro Walter Scott (che aveva sovrinteso la costruzione) dichiarò che il castello era suo, che lo aveva finanziato con la sua fantomatica miniera d’oro e vi si insediò fino alla fine dei suoi giorni (con il benestare del proprietario).
Opera di artigiani europei e manodopera pellerossa locale, il castello si estende per 2800 metri quadrati e si presenta come un bizzarro maniero in stile moresco, una dimora da 2 milioni di dollari con soffitti scolpiti in legno e delle cascatelle nel soggiorno. Il progetto fu accantonato quando Johnson, nel 1929, perse una fortuna nel crollo di Wall Street.
Apertura: tutti i giorni 9.00 – 17.00
Prezzo Biglietto: 8$ a persona (visita di 50 minuti)
E’ quasi buio e siamo in mezzo al deserto, forse è giunto il momento di cercare una sistemazione per la notte.
Dallo Scotty’s Castle il centro abitato più vicino è Stovepipe Wells e si trova a 73 km da qui (circa 1 ora di viaggio) quindi è il caso di mettersi in cammino.
A questo punto credo sia superfluo spiegare quanto possa divertirsi Alfo in un posto del genere, di notte, con la strada completamente dritta e senza un’anima viva nei paraggi. Beh diciamo che rispettare il limite di velocità non è più (se mai lo è stato) di primaria importanza per lui.
STOVEPIPE WELLS: Piccolo villaggio risalente al 1926, che si trova nella parte centrale della Death Valley, all’inizio dell’Hwy 190 ovest (al km 14).
La leggenda narra che un boscaiolo di passaggio vi si stabilì dopo aver trovato l’acqua in un punto oggi segnato da un tubo di stufa (stovepipe in inglese).
Assieme a Furnace Creek è uno dei due avamposti principali della Death Valley, qui è possibile trovare cibo, alloggio e benzina. In realtà è semplicemente in questo che il piccolo villaggio consiste: un motel con piscina, una stazione di servizio con mini market e gift shop, una stazione dei ranger, un bar-ristorante ed un saloon.
Che impressione, l’asfalto dopo tante ore di strada sterrata, sembra quasi velluto. Raggiungiamo Stovepipe in meno di un ora (è notte e siamo in mezzo al deserto, i limiti di velocità qui sono un po’ meno sotto controllo) e l’impatto iniziale con questo piccolissimo villaggio è molto gradevole. Non è nulla di particolare, sembra più una stazione di passaggio che un vero e proprio villaggio ma è comunque tutto in perfetto stile western, con recinti, carrozze, saloon e motel in legno stile Tombstone.
Purtroppo qui non ci sono più stanze, è tutto pieno. La signorina molto gentile però si propone di sentire l’albergo di Furnace Creek ed avuta la disponibilità ci prenota una stanza. Li le camere costano un po’ di più ma l’importante è aver trovato un tetto per la notte visto che siamo in mezzo al deserto. Fatta benzina e scorta di viveri (per sicurezza, non si sa mai) ci avviamo verso Furnace Creek che dopotutto è anche abbastanza vicino (43 km, 30 minuti di macchina).
FURNACE CREEK: L’oasi della Death Valley.Si trova sull’Hwy 190 sud nel punto più basso della valle della morte, esattamente al centro.
Un tempo, le fonti locali attiravano gli indiani Shoshone tutti gli inverni, oltre ad aver salvato la vita a centinaia di cercatori d’oro in cammino verso i colli della Sierra Nevada. Ora, le stesse sorgenti copiose fanno di Furnace Creek un’oasi: vero centro della Death Valley, fitto di ristoranti e motel all’ombra di palme secolari. Qui si trova anche il campo da golf più basso del mondo, 65 metri sotto il livello del mare.
A Furnace Creek è possibile trovare il Visitor Center, la stazione di servizio, l’aereoporto privato, il campo da golf, il Furnace Creek Ranch (dove fu registrata la temperatura più alta del Nord America, 57°C) e il Furnace Creek Inn, due ristoranti, un saloon, e un market e tre gift shop.
E’ troppo buio per goderci la visita del ranch di Furnace Creek e rispetto al resto della valle (dove il caldo è tanto ma vivibilissimo) qui, che è il punto più basso, fa un caldo quasi insopportabile. Quindi non ci dilunghiamo troppo e andiamo subito a ritirare la chiave della camera e prenotare la tanto meritata cena.
Alla Steak House ci godiamo la solita ottima cena a base di carne (ulteriore conferma che siamo nella patria del manzo) e solita spesa (un terzo di quella media italiana).
Con la pancia piena ci dirigiamo verso la macchina quando entrambi, contemporaneamente, incuriositi dal cielo tanto declamato del deserto, alziamo gli occhi e vediamo un bellissima stella cadente illuminare la volta celeste. Per la prima volta in vita mia, alla vista di una stella cadente non esprimo un desiderio…e cosa potrei desiderare più di quello che sto vivendo?
Una giornata assolutamente memorabile, totalmente al di sopra di tutte le mie più rosee aspettative.
SISTEMAZIONE: Death Valley - Furnace Creek Ranch - 151 $ (102 euro)
GIORNO 13
DEATH VALLEY – ZONA CENTRALE
(Giovedì 23 Agosto)
Notte praticamente insonne, l’aria condizionata non funzionava, il caldo è stato insostenibile. Non ho sofferto il caldo per tutta la giornata di ieri ma la notte…un incubo. La prossima volta prenotiamo prima e soprattutto ci accerteremo che l’aria condizionata funzioni alla perfezione.
Ora però è il momento della colazione, dobbiamo fare scorta di calorie per tutta la giornata, ci sono ancora troppe cose da vedere e non c’è tempo da perdere per mangiare. Detto da me sembra quasi un’eresia ma è così.
Dopo colazione facciamo un giro per il residence, ieri sera era troppo buio per notarlo ma abbiamo dormito all’interno di un vero Ranch di Cowboy!
Al centro del resort uno steccato in legno delimita un vero e proprio museo di reperti storici del vecchio Far West. Entriamo incuriositi per dare un occhiata (l’entrata è libera) e vediamo che ci sono vecchie carrozze, di varie forme a seconda dell’ utilità, un pozzo, la ricostruzione della stalla, una macchina per arare il terreno ed addirittura la locomotiva originale del 1916 oltre a vari altri oggetti di inizio secolo.
Un vero tuffo al tempo della Corsa all’Oro!
Montiamo in macchina e come prima tappa puntiamo sulle Eureka Sand Dunes, siamo curiosissimi di vederle da vicino.
EUREKA SAND DUNES: Si trovano sulla strada per Stovepipe Wells, nella parte Sud dell’Eureka Valley. Coprono un’area di circa 8 Km quadrati e possono svilupparsi fino a quasi 200 metri di altezza (sono le dune più alte della California e tra le più elevate del Nord America). Le Eureka Dunes sono anche dette “Singing Dunes” (dune cantanti) poiché nel periodo più secco dell’anno, quando la sabbia è completamente asciutta, il vento che passa sulle dune produce un suono crescente simile ad una nota bassa di un organo. Per quale motivo ciò accada non si è mai capito, l’unica ipotesi è che il suono venga prodotto dalla sfregare dei finissimi grani di sabbia (dalla struttura estremamente regolare) l’uno contro l’altro.
E’ vietato raggiungere le dune con la macchina mentre è possibile salirci a piedi, anche se la camminata è tutt’altro che agevole dato che la sabbia è molto fina e si può affondare fino alle ginocchia e oltretutto, nelle ore più calde, è anche rovente.
Qui accade qualcosa a cui non avrei mai creduto di assistere in tutta la mia vita, Alfo mi guarda e dice: “Tu stai qui, vado io in perlustrazione”. Ferma immobile e senza parole, assisto a questo grandioso evento, Alfo che, sfidando il sole cocente della Valle della Morte, si sacrifica in nome della fotografia. Ad ogni passo il suo piede affonda nella sabbia rovente, dopo un minuto si ferma e beve il primo sorso d’acqua, 3 minuti più tardi l’acqua era finita. Tra me e me penso: “rinuncerà, non può farcela” e invece no, continua imperterrito verso la meta, la cima della duna. Un ora più tardi lo vedo tornare. Il volto viola, gli occhi stralunati, la bocca aperta e ansimante, ormai i piedi li trascina stancamente dentro la sabbia, ma ce l’ha fatta, ha riportato le fotografie!
Il mio eroe! Non c’è che dire, si è ampiamente meritato l’aria condizionata della macchina sparata a palla.
La sera prima cercando sul depliant della Death Valley le ghost town della zona, abbiamo visto che dalle parti di Beatty ce n’è una (l’unica solo nominata e senza una descrizione), che si trova in mezzo alle montagne lungo una strada estremamente problematica. Se è vero quello che fino ad ora abbiamo notato, ovvero che i posti più difficili da raggiungere sono sempre tra i più belli, questa ex-cittadina deve essere sicuramente speciale.
Quindi, sempre contro ogni raccomandazione (macchina, orario e stagione sbagliata), ci dirigiamo verso la Titus Canyon Road.
La strada è strettissima, più che sterrata sembra disastrata e le pendenze sono tutt’altro che agevoli, 43 km così saranno praticamente un impresa, per di più poi è anche a senso unico. Mi domando se ne varrà davvero la pena, e proprio nell’istante in cui mi pongo questa domanda, davanti a me si apre un paesaggio tanto bello da levare il fiato. Un immensa distesa di monti dai colori pastello, di varia grandezza e forma estremamente irregolare. Una miriade di sfumature di rosso, verde, giallo, bianco, più che un paesaggio di un deserto della California, sembra un quadro impressionista. Guardo la strada ancora da percorrere, so che passa proprio in mezzo a quelle montagne, ma non si riesce a capire dove, sembra perdercisi dentro.
Continuiamo il nostro tragitto verso Leadfield avvolti da uno scenario tanto vivace da sembrare onirico.
LEADFIELD: E’ una Ghost Town chesi trova 35 km ad ovest di Beatty, nella parte est della Death Valley, lungo la Titus Canyon Road, strada sterrata e a senso unico che dall’Hwy 374 taglia in due in Titus Canyon sbucando di nuovo nella Death Valley.
Leadfield fu una città mineraria fondata nel 1926, da C.C. Julian, un allora poco noto truffatore, che vendette le azioni della miniera che aveva scavato nella montagna sovrastante promettendo grandi ricchezze. Convinse 300 persone piene di speranza ad investire in una miniera che risultò fasulla, così nel giro di pochissimi mesi, la città morì (il post office aprì nell’agosto del 1926 e nel febbraio del 1927 chiuse).
Oggi di Leadfield sono rimaste solo pochissime rovine e forse la vera eredità lasciata dai pionieri fu la Titus Canyon Road.
Arrivati a Leadfield rimaniamo un po’ delusi, anzi molto. Ci aspettavamo il classico paesello in legno di fine ‘800, con la banca, l’ufficio postale, il saloon, mentre le uniche cose rimaste di Leadfield sono due baracche diroccate in mezzo alla montagna e la carcassa di una vecchia automobile. Solo una volta arrivati qui infatti, leggendo il cartello con la descrizione del posto, veniamo a sapere che più che una vera e propria cittadina era stata una truffa del periodo della corsa all’oro, per spillare un po’ di soldi a 300 anime speranzose in cerca di ricchezza.
Siamo quasi mortificati per aver sprecato un’occasione puntando sulla ghost town sbagliata, quando due vecchietti stile Jesse Duke di Hazzard, scendono dal loro fuoristrada e aprendosi due lattine di birra ci iniziano a fare delle domande. Sono incuriositi nel vedere lì dei turisti, questo non è il classico giro consigliato nelle guide. Gli spieghiamo che a noi non interessano i giri turistici classici, pieni di gente e a volte deludenti, ma preferiamo andare da soli alla scoperta del territorio, a seconda di dove ci porta il vento. Colpiti e compiaciuti ci iniziano a dare una serie di consigli su cosa vedere per il resto della giornata, itinerari al di fuori dei comuni tour naturalmente, ma assolutamente imperdibili. Ci parlano delle Eureka Mines e del punto panoramico più bello della Death Valley, che non è la Dante’s View come si pensa, ma un posto chiamato Aguereberry Point. Presi tutti gli appunti li ringraziamo lungamente e montiamo in macchina. Prima di andar via i due vecchietti ci urlano: “the best is yet to came!” (il meglio deve ancora venire). Che bello che è qui, prima di partire non lo avrei mai detto ma gli americani sono davvero cordiali, una gentilezza ed una cortesia che da noi nemmeno riusciamo ad immaginare, un altro modo d’essere completamente diverso da quello a cui siamo abituati. Ingenui? No, semplici, puri.
TITUS CANYON: Al Titus Canyon si arriva percorrendo una strada sterrata a senzo unico, molto impervia e in alcuni tratti anche molto stretta e in forte pendenza. La Titus Canyon Road parte dall’ Hwy 374 (10 Km a sud-ovest di Beatty) ed è lunga 43 Km. Oltre alla strada da raggiungere con l’auto, lo stretto Titus Canyon è percorribile anche a piedi arrivando dalla parte occidentale localizzata 56 Km a nord di Furnace Creek Visitor Center.
Il viaggio attraverso il Titus Canyon offre scenari di irte montagne, natura selvaggia, colorate formazioni rocciose, una città fantasma ed uno spettacolare stretto canyon.
Dalla Amargosa Valley la strada sale alla volta delle Grapevine Mountains, poi su verso il Red Pass (passo rosso) che di trova a 1600 metri ed offre una vista a dir poco grandiosa. Scendendo dal Red Pass la strada passa la Ghost Town di Leadfield che ancora contiene poche baracche ed un certo numero di mine inesplose. Dopo Leadfield la strada entra nel tratto principale del Titus Canyon, e irte pareti rocciose si elevano al cielo quasi ad oscurarlo a destra e sinistra della stretta strada. La statura delle pareti rocciose diminuisce solo nel tratto finale del Canyon, arrivando all’esigua altezza di 6 metri. Rocce con disegni di Nativi Americani, ritrovate vicino Klare Spring, indicano che fin dal tempo della vita selvaggia, l’uomo è sempre stato attratto da questo luogo, uno dei più belli del parco se non dell’intera regione.
La Titus Canyon Road essendo tra le strade più ardue della Death Valley, è spesso chiusa a causa di presenza di detriti, fango o ghiaccio, conviene quindi accertarsi della sua totale agibilità prima di iniziare il viaggio.
Ora capiamo a cosa si riferivano i due Jesse Duke, questo canyon è davvero magnifico. Pareti infinite di roccia di vario tipo e colore si innalzano da terra fino al cielo e la strada stretta e tortuosa ne accentua ancora di più la grandiosità. Ad ogni curva sembra non ci sia via d’uscita e che la strada finisca lì ed invece continua presentandoci ad ogni svolta, scenari completamente diversi, nella forma e nel colore.
Un esperienza imperdibile!
Usciti dal Titus canyon ci troviamo di nuovo sulla Scotty’s Castle Road, direzione Eureka Mines, per raggiungere le quali bisogna passare per Hwy 190 ovest verso Stovepipe Wells. Superato il villaggio di Stovepipe, dopo 13 km svoltiamo a sud sulla Emigrant Canyon Road, la percorriamo per 34 Km per poi svoltare a sinistra direzione Eureka Mines e Aguereberry Point.
EUREKA MINES: Si trovano a sud delle Tucki Mountain, vicino all’Emigrant Pass e si raggiungono percorrendo prima l’Hwy 190 da o verso Stovepipe Wells e andando poi verso sud sull’Emigrant Canyon Road. E’ possibile visitare questa piccola miniera a piedi addentrandosi per decine di metri fin nel cuore della montagna. L’entrata è libera ed aperta al pubblico. Dall’altra parte della montagna è poi possibile vedere la casa dell’uomo che lavorò queste miniere per 40 anni, dal 1905 al 1945, Pete Aguereberry.
Che emozione, entrare dentro una vera miniera abbandonata, e lasciata allo stato selvatico. Siamo solo io e Alfo e non ci sono ne guide ne percorsi da seguire, è esattamente come piace a noi, all’avventura. Per terra ci sono ancora le rotaie dei carrelli che servivano per liberarsi dei detriti ed ogni tanto sul rettilineo del tunnel si vede qualche buco più grande fatto probabilmente per seguire una vena d’oro. E’ divertente immaginare di trovarsi al tempo dei pionieri ed addentrarsi nei piccoli cunicoli e nelle varie biforcazioni alla ricerca di un tesoro.
Fatti tutti i filmini del caso, saliamo di nuovo in macchina per raggiungere Aguereberry Point.
AGUEREBERRY POINT: Un fantastico punto panoramico che si trova nella parte ovest della Death Valley che domina completamente dall’alto dei suoi 2.000 metri.
Questo punto panoramico prende il nome da Pete Aguereberry, un cercatore d’oro che lavorò questa sezione delle Panamint Mountains fino alla sua morte nel 1945. Fu infatti proprio Aguereberry a costruire la via d’accesso a questa terrazza naturale sulla Death Valley per poter dividere con gli altri la sua veduta preferita.
Aguereberry Point offre una delle più ampie viste della parte ovest della Death Valley. Da qui è possibile vedere da Mount Charleston (3.627 metri, 128 Km a est, in Nevada), all’oasi verde di Furnace Creek e dal bianco lago salato del bacino di Badwater alle cime delle Panamint Mountains.
Uno spettacolo strepitoso.
Saliamo in cima al masso più alto dell’Aguereberry Point e ci troviamo con l’intera Death Valley ai nostri piedi, siamo talmente in alto da non riuscire a vedere ne una macchina, ne una persona, davanti a noi “solo” una distesa sconfinata di natura incontaminata.
Quasi commossi, facciamo mille fotografie prima di tornare in macchina.
Il sole sta quasi tramontando e prima di andar via Alfo dice che devo assolutamente vedere un’altra cosa della Death Valley.
Torniamo indietro seguendo la strada verso Furnace Creek ma invece di fermarci continuiamo verso sud e 15 km più tardi imbocchiamo la strada sulla sinistra, l’Artists Drive.
ARTISTS PALETTE: La“tavolozza dell’artista”, si trova lungo l’Artists Drive, sulle Black Mountains (15 Km a sud di Furnace Creek) e si presenta come un meraviglioso anfiteatro roccioso, un suggestivo paesaggio di variopinte colline erose dagli elementi naturali, costituite da pietre vulcaniche ricche di minerali che esibiscono un mosaico di meravigliosi colori intensi, tingendosi di mille sfumature rosse, rosa, gialle, viola, verdi purpuree e nere.
Un’arcobaleno di colori nato dall’ossidazione di depositi vulcanici di diversi metalli: rosso, rosa e giallo dal ferro, verde da un derivato del tufo, e il viola dal manganese. L’intensità dei colori dell’Artists Palette aumenta sotto il sole del tardo pomeriggio.
Al tempo degli indiani, gli Shoshone venivano qui per fare scorta di terra colorata da utilizzare per le loro pitture e per dipingersi il volto durante le battaglie.
Alfo mi dice di chiudere gli occhi e di non aprirli fino a quando non me lo dice lui, ad un certo punto si ferma, mi fa scendere dalla macchina e mi dice: “ora li puoi aprire”.
Wow, un mosaico stupefacente di colori meravigliosi, sembrano tinti artificialmente o comunque messi di proposito l’uno accanto all’altro, è quasi impensabile che siano totalmente opera della natura. Non c’è da stupirsi che gli indiani venissero fino a qui solo per raccogliere dei colori.
Le luci del tramonto poi, rendono l’atmosfera ancora più magica.
Con il sorriso sulle labbra e le lacrime agli occhi ci allontaniamo dalla Death Valley lasciando lì un pezzettino del nostro cuore.
La strada per raggiungere Las Vegas non è molto lunga e in due ore e mezza arriviamo a destinazione.
Passare dal solitario deserto alla caotica Las Vegas è abbastanza traumatico.
LAS VEGAS: Situata nello stato del Nevada e compresa nel deserto del Mojave è la capitale del divertimento e del gioco d’azzardo.
Il paesaggio naturale è secco, roccioso e con scarsa vegetazione ed è proprio questa generale aridità del territorio circostante, unita all’enorme spreco d’acqua per scopi puramente decorativi a rendere la città di Las Vegas così stupefacente all’occhio del turista.
Il nome “Las Vegas” deriva da un termine spagnolo che significa “I Prati”. Nella zona esistevano infatti dei pozzi d’acqua che tenevano in vita alcune aree verdi.
Gruppi successivi, dagli indiani d’America ai commercianti messicani e ai mormoni resistettero in questo ambiente e per decenni Las Vegas fu stazione di sosta per carovane di pionieri dirette in California e importante snodo ferroviario per le miniere.
Fu però la costruzione della Diga Hoover sul fiume Colorado (terminata nel 1936) a segnare la sua definitiva rinascita.
Nel 1946 poi Bugsy Siegel aprì il famoso Flamingo Hotel che, anche se non fu il primo hotel casinò di Las Vegas, contribuì alla nascita della leggendaria cittadina.
Al denaro di turisti (richiamati dall’imponente costruzione dell’Hoover Dam e dal Lago Mead) e a quello dei giocatori d’azzardo, si aggiunse poi quello dei militari addetti alla vicina base aerea di Nellis. Le necessità abitative di militari e lavoratori dei casinò hanno dato il via ad una forte espansione edilizia che dura tutt’oggi.
Il nome Las Vegas viene spesso attribuito anche ad aree urbane che la circondano, ma non ne fanno parte dal punto di vista amministrativo. Ad esempio, una buona parte della Strip, la porzione del Las Vegas Boulevard lungo cui si allineano i casinò e gli alberghi più famosi, si colloca in un’area denominata Paradise, al di fuori della Las Vegas propriamente detta.
Il gioco d’azzardo legalizzato, la disponibilità di alcolici ed una certa scelta in fatto di spettacoli “per adulti”, tutto 24 ore su 24, hanno procurato a Las Vegas il soprannome di “Sin City” (città del peccato).
Oltre al gioco d’azzardo, un altro motivo per cui Las Vegas è famosa in tutto il mondo è la facilità con cui in questa città è possibile contrarre matrimonio. La legislazione dello stato del Nevada infatti è molto liberale riguardo sia al tempo (poche ore) che all’età (16-17 anni) di chi vuole contrarre il matrimonio, inoltre poi non sono richiesti (come invece in tutti gli altri stati degli USA) esami del sangue. Di conseguenza in città si celebrano più di 144.000 matrimoni civili ogni anno.
Nessun’ altra città degli Stati Uniti si è mai reinventata così spesso e con risultati così proficui come Las Vegas, una città sempre nuova in cui non esiste la parola nostalgia, ogni anno un nuovo mega complesso sorge sulle ceneri di quello che ormai ha fatto il suo tempo.
Il cuore di Las Vegas è costituito da Las Vegas Boulevard, meglio conosciuta come “The Strip”, un viale scintillante di luci al neon lungo 6 km e affollato da una serie di lussuosi alberghi a tema completi di negozi, ristoranti e casinò.
Facciamo un giro avanti e indietro per La Strip, giusto per un primo assaggio e devo dire che è esattamente come me l’aspettavo, un turbinio di luci, suoni e colori.
Ogni albergo ha la sua particolarità e il suo modo di spiccare sugli altri, sembra un immenso parco divertimenti a tema per adulti.
Quelli che mi colpiscono di più sono il New York (con le montagne russe sul tetto), il Paris (con la riproduzione gigante della Tour Eiffel), il Treasure Island (con la gigantesca nave dei pirati) e MGM Grand (una struttura immensa ricoperta di neon verde smeraldo).
Dopo una breve prima perlustrazione ci dirigiamo verso il nostro albergo, il Luxor, facilmente individuabile vista la sua struttura a forma di piramide ed il gigantesco fascio di luce proiettato nel cielo.
LUXOR: Inaugurato nel 1993 e situato su La Strip, è un hotel-casinò di 30 piani a forma di piramide.
Il Luxor, come tutti gli alberghi di Las Vegas, è veramente kitsch e la cura dei dettagli nelle soluzioni architettoniche dell’antico Egitto è impressionante.
Si entra nella piramide attraverso le zampe della sfinge e all’interno colonne di templi dipinte ornano il casinò, mentre la riproduzione dell’obelisco di Cleopatra abbellisce l’ingresso, per il resto è tutto un insieme di palme, sarcofaghi e geroglifici.
Come tributo alle antiche religioni egizie, un fascio di luci è proiettato di notte dalla sommità della piramide ed è così potente che può essere visto dagli aerei che passano su Los Angeles a 400 Km di altezza.
Tra le molte attrattive dell’albergo, una corsa gratuita sugli ascensori (chiamati “inclinatori”) porta sui pendii della piramide alti 110 m, con un’angolazione di 39 gradi.
Arrivati molto tardi, non troviamo fila alla reception, ci facciamo dare la chiave della stanza e corriamo incuriositi a vederla. Se qui tutto è strambo, l’ascensore poteva essere normale? Essendo l’ascensore di una piramide, invece di andare in verticale, va in senso obliquo, infatti si chiama Inclinator…che volo!
Ormai si è fatto tardi ed è stata una giornata molto intensa, giocheremo domani al casinò.
TRATTA: DEATH VALLEY – LAS VEGAS - 226 KM – 2 ore e mezza
Hwy 190 – Hwy 127 - Hwy 178 – Hwy -160 - Hwy 595
SISTEMAZIONE: Las Vegas - Luxor - 180 $ (121 euro)
GIORNO 14
LAS VEGAS
(Venerdì 24 Agosto)
Traumatizzati dall’impatto con il caos assurdo di Las Vegas ci alziamo per la prima volta molto tardi e con poca voglia di andare in esplorazione.
Per di più poi da queste parti parlano veloce e ancora più ciancicato e anche Alfo ha un po’ di difficoltà a comprenderli.
L’unica cosa che ci spinge fuori dal letto è la voglia di provare il declamatissimo “All you can eat” di Las Vegas. L’ ”All you can eat” è una formula che i ristoratori americani utilizzano per attirare clienti, paghi un prezzo fisso per entrare nel ristorante (prezzo che varia a seconda che sia pranzo, cena, colazione o brunch) e puoi stare quanto vuoi, bevendo e mangiando quello che ti pare. In Italia mi è capitato di andare a mangiare in luoghi con buffet aperto ma non ha nulla a che vedere con questo. Qui sia il pranzo (o la cena) che la colazione sono serviti seguendo le cucine di tutto il mondo, dall’italiana alla cinese, dall’americana alla messicana, dalla giapponese alla francese, dalla spagnola all’argentina. C’è tutto, di tutto e anche di più e te ne puoi prendere quanto vuoi, fino a scoppiare!
Usciti dalla colazione strisciando, ci dirigiamo verso la reception per chiedere informazioni circa i tour disponibili. Ci piacerebbe fare il tour di tutta la giornata che comprende rafting + elicottero sul Grand Canyon. Purtroppo però nessuna delle agenzie che offrono questo pacchetto ha posti disponibili nei prossimi giorni, quindi ripieghiamo sulla semplice gita in elicottero sul Grand Canyon e prenotiamo per il giorno successivo. La compagnia a cui ci affidiamo è la Maverick Helicopters (http://www.maverickhelicopter.com/) e il pacchetto da noi scelto è il Wind Dancer che con la “modica” spesa di 290 euro a persona ci permetterà di sorvolare Las Vegas, il Lago Mead, l’Hoover Dam ed atterrare per uno spuntino (sorseggiando champagne) all’interno del Grand Canyon, nel territorio degli indiani Hualapai.
Prenotato il tour, ci immergiamo nel caldo afoso del deserto asfaltato di las Vegas.
Di giorno Las Vegas fa tutto un altro effetto, sembra quasi un città normale…quasi.
Facciamo una passeggiata passando all’interno degli alberghi della Strip, io sono curiosissima di andare a vedere il Mirage e il New York.
Il primo che visitiamo è l’Excalibur, che si trova proprio accanto al nostro ed è collegato con un trenino che fa la spola tra i due e il Mandalay Bay. L’Excalibur è ispirato al Medio Evo Inglese ma rispetto agli altri alberghi i suoi interni risultano di un kitsch un po’ più easy, nulla di speciale o particolarmente insolito.
Poi è il momento del New York, che spicca su tutti per le montagne russe sul tetto e all’interno, tutto in perfetto stile big apple, ha anche il famoso bar Coyote Ugly oltre ad un ambiente molto giovanile e vitale. Quest’albergo ci colpisce e piace molto, lo avremmo preferito di gran lunga al nostro.
Usciamo dal New York e attraversiamo la strada per vedere lo Showcase Mall che esibisce una bottiglia di Coca-Cola al neon alta 33 metri, ed un pacchetto gigante di M&M’s. Al suo interno infatti, tra i vari negozi, c’è sia l’ufficiale M&M’s World (con gadget e cioccolatini di tutti i gusti) che il negozio della Coca-Cola (con tutti i gadget possibili e un orso bianco di plastica a grandezza naturale).
Mentre usciamo notiamo che sta per iniziare lo spettacolo delle fontane del Bellagio quindi corriamo per non perdercene nemmeno un minuto. Lo spettacolo è bellissimo, sembra che l’acqua danzi a suon di musica e la sincronia è assolutamente perfetta, appena ne avremo occasione vogliamo assolutamente vederlo di nuovo (visto poi che ne inscenano uno diverso allo scoccare di ogni ora).
Nel frattempo si sono fatte le 16.00 quindi cerchiamo un posto per mangiare al riparo da un caldo talmente afoso che solo una città piena di palazzi, macchine e asfalto, può permettersi (fa molto più caldo qui che in Death Valley).
Andiamo così a rifugiarci all’interno del Fremont Street Experience.
FREMONT STREET EXPERIENCE: (Gola Sfavillante) incorporata a Las Vegas nel 1905 al suo interno vi erano i primi casinò con eleganti insegne al neon e celebri icone luminose.
Negli anni ottanta, subita la concorrenza delle altre attrattive della Strip, divenne un decadente centro cittadino evitato dai turisti.
Nel 1994 fu avviato l’ambizioso progetto per la sua rivalutazione e oggi una grande volta d’acciaio copre la strada da cui tutte le sere vengono proiettati sette diversi spettacoli di suoni e luci.
Ricca di casinò, ristoranti e negozi ai giorni nostri Fremont Street è tornata ad essere una delle maggiori attrazioni di Las Vegas.
Non c’è che dire è davvero molto particolare, sebbene ci si ritrovi in un luogo chiuso, la sensazione è di essere all’aria aperta, sul soffitto è proiettata l’immagine (più che reale) di un limpido cielo azzurro e il cinguettio degli uccellini rende il quadro assolutamente perfetto.
Passeggiamo tra i negozi con espressione che è un misto tra stupore e divertimento, fino al momento in cui troviamo un’invitante pizzeria che decidiamo di saccheggiare.
Torniamo all’albergo per riposarci e rinfrescarci un po’ prima della cena, abbiamo prenotato nel miglior ristorante dell’albergo (ce ne sono 9) e vogliamo essere in forma per goderci tranquillamente la nostra romantica cenetta.
La Luxur Steakhouse è completamente diversa da come me l’aspettavo, pensavo ad una cosa molto semplice, rustica e invece è estremamente elegante e l’ambiente rilassante e sereno. In tutto questo caos ci volevano proprio un pò di sana quiete.
Il momento più bello però arriva nel momento in cui il cameriere ci porta la cena…non esagero ne dire che è il filetto più buono mai mangiato in vita mia!
Dopo cena ci trasformiamo in perfetti giocatori d’azzardo e andiamo al casinò per farci spennare un po’. Mentre io saccheggio lo Slot Machines, Alfo gioca a Black Jack , leggermente distratto da due bellissime cubiste che ballano sui tavoli da gioco. Alla fine della serata io mi ritrovo con 30 euro in più nel portafogli e Alfo con qualcosa in meno, gli chiedo quanto in meno e mi risponde: “parole e denaro” e quando usa questa frase è un brutto segno!
Meglio andare a dormire, domani ci aspetta il tanto sognato Grand Canyon!
SISTEMAZIONE: Las Vegas - Luxor - 180 $ (121 euro)
GIORNO 15
GRAND CANYON IN ELICOTTERO
(Sabato 25 Agosto)
Finalmente, oggi è il grande giorno, vedrò per la prima volta uno dei monumenti naturali più importanti del mondo intero: il Grand Canyon!
Facciamo una colazione veloce e corriamo all’entrata dell’albergo dove un bus ci aspetta per portarci all’aeroporto.
L’avventura in elicottero però inizia subito male, sbagliamo navetta e ci troviamo catapultati dall’altra parte della città, chiamiamo di corsa un taxi sperando di arrivare in tempo all’aeroporto giusto, che, ironia della sorte, è proprio l’aeroporto principale di Las Vegas (McCarran International Airport), quello che si trova a 15 minuti a piedi dal nostro albergo. Arrivati in ritardo supplichiamo l’organizzazione di inserirci in un turno successivo e per fortuna troviamo posto.
Per ingannare l’attesa decidiamo di fare un giro intorno all’aeroporto passando per il Mandalay Bay che si trova nelle vicinanze. Suggestivo e particolare come tutti gli alberghi di Las Vegas, questo ha come tema principale i tropici. L’edificio è imponente, completamente coperto di vetrate dorate, ha due enormi piscine (una con onde e spiaggia vera) e delle fontane con giochi d’acqua e di luci. L’interno è caotico e dispersivo come tutti gli altri, per fortuna però ogni quattro metri ci sono le piantine dell’edificio che ti aiutano a ritrovare la strada. Tornando verso l’aeroporto ci fermiamo a dare un’occhiata ad una delle tante cappelle per matrimoni per cui Las Vegas è famosa. Questa è molto piccola e in stile gotico, carina, ma non quanto la Ford Customline nera parcheggiata di fronte, un reperto anni ‘50 ancora in perfetto stato.
Arrivati all’aeroporto e fatta la pesa (prima di salire in elicottero è necessario pesare tutti i passeggeri vestiti per poter calibrare bene il carico) ci danno le istruzioni sul percorso e ci informano che durante il tour effettueremo due soste, una per un rinfresco e qualche fotografia all’interno del canyon e l’altra al centro di una riserva indiana.
Ci facciamo una foto di gruppo sotto l’elicottero e saliamo a bordo. Sono molto emozionata (sebbene a Roma abbia fatto un corso di volo di ultraleggero) non sono mai stata in elicottero, e visto che adoro volare, non vedo l’ora di assaporare quest’incredibile esperienza.
Sorvoliamo prima Las Vegas, poi l’Hoover Dam e il Lake Mead un panorama più bello dell’altro, ma sono sicura che non nulla possa essere paragonato all’emozione che proveremo nel momento in cui l’elicottero volerà all’interno delle imponenti gole del Gran Canyon.
LAKE MEAD E HOOVER DAM: Lake Mead è il lago artificiale più grande degli Stati Uniti, si trova in Nevada, a circa 50 Km dalla città di Las Vegas.
Dopo il completamento della diga Hoover (il cui nome deriva da Herbert Hoover, 31° presidente degli Stati Uniti e forte sostenitore del progetto) nel 1936, le acque del fiume Colorado riempirono i canyon che sovrastavano il fiume e crearono un lago artificiale che si estende fino a 180 Km a nord della diga ed ha la capacità di 35 miliardi di metri cubi. Per la creazione del lago vennero evacuate numerose comunità che finirono sommerse, la più nota delle quali è St. Thomas, i cui resti sono ancora visibili quando il livello del lago scende.
L’Hoover Dam e Lake Mead furono inizialmente realizzati per costituire una riserva d’acqua potabile che avrebbe dovuto servire la California meridionale e ad oggi forniscono acqua ed energia elettrica al Nevada, all’Arizona e alla California. Essi furono inoltre una delle condizioni fondamentali per la crescita e lo sviluppo di Las Vegas. Sul Lake Mead è possibile praticare vari sport acquatici, come vela, sci d’acqua e pesca sportiva, mentre l’Hoover Dam è predisposto per visite guidate che portano fin dentro la diga offrendo una splendida vista sul gigantesco bacino.
Davanti ai nostri occhi si alternano tutti i colori possibili, il grigio dell’asfalto di Las Vegas, il blu del Lago Mead, il verde delle praterie, il rosso del Red Rock Canyon, il marrone del fiume Colorado. Un turbinio di tinte e di emozioni.
Ad un certo punto, sotto di noi vediamo aprirsi una gigantesca crepa nel terreno, una profonda voragine che sembra spaccare letteralmente la terra in due.
L’elicottero scende di quota fino ad entrarci dentro, stiamo volando all’interno di una delle sette meraviglie naturali del mondo: il Grand Canyon.
GRAND CANYON: E’ un’immensa gola di proporzioni mozzafiato creata dal fiume Colorado nell’Arizona settentrionale e viene considerato una delle sette meraviglie naturali del mondo.
Lungo 446 km circa e profondo fino a 1.600 metri e con una larghezza variabile dai 500 metri ai 27 km, il Grand Canyon con i suoi strati multicolore è la migliore testimonianza al mondo della formazione della terra.
Le rocce del Grand Canyon sono come pagine di un grande libro di storia, ogni strato roccioso (perfettamente distinguibile) risale a un periodo diverso della storia geologica terrestre, a cominciare dalle rocce più antiche, esposte sul fondo del canyon (Gneiss e Scisto) risalenti a 1800 milioni di anni fa.
Anche se sono stati registrati oltre a 2 miliardi di anni di mutazioni geologiche, i cambiamenti più drastici si sono verificati in tempi relativamente recenti ovvero 5 milioni di anni fa, quando il fiume Colorado cambiò il suo corso iniziando l’erosione (strato dopo strato) delle pareti del canyon. Il risultato di questo fenomeno erosivo è una delle più complete colonne geologiche del pianeta.
L’ampia profondità del Grand Canyon e in particolare l’altezza dei suoi strati (la maggior parte dei quali formata sotto il livello del mare) può essere attribuita all’innalzamento di oltre 3.000 metri dal livello del mare, dell’altopiano del Colorado, cominciato circa 70 milioni di anni fa in seguito allo collisione delle placche tettoniche. Sollevamento che poi ha anche accentuato il dislivello del corso del fiume Colorado e dei suoi affluenti.
Prima dell’avvento dei coloni europei il Grand Canyon era abitato da Nativi Americani che vi costituirono diversi insediamenti e che ancora oggi considerano questo territorio sacro. In particolare il popolo degli Hualapai (“il popolo dell’acqua verde-blu”) da seicento anni a questa parte vive ancora nel cuore del Grand Canyon.
Per quanto riguarda le temperature, sul North Rim (versante nord) sono in generale più basse di quelle del South Rim (versante sud) a causa dell’altitudine (2438 m sopra il livello del mare). Durante l’inverno poi sono comuni pesanti nevicate. Da tener presente inoltre che in fondo al Grand Canyon la temperatura è circa dieci gradi più elevata che sul bordo dello stesso.
Il Grand Canyon National Park divenne monumento nazionale nel 1908, in seguito ad una visita dell’allora presidente americano Theodore Roosevelt che se ne innamorò.
Nel 1919 poi, venne istituito ufficialmente come Parco Nazionale e vennero create due entrate principali, una a nord (North Rim), più selvaggia e meno attrezzata ma le cui vedute danno una migliore impressione dell’immensità del canyon, e una a sud (South Rim), più organizzata e sempre agibile e quindi meta principale dei turisti.
E’ possibile effettuare diversi tipi di tour, con diverse formule, per vedere il Grand Canyon: con la macchina, con il pulmann, a dorso di un mulo, facendo rafting sul Colorado, ma anche con l’elicottero e con l’ultraleggero (le cui partenze principali sono da Las Vegas e Flagstaff), tour di due ore o di intere giornate.
Di recente creazione (2007) c’è anche lo Skywalk, che si trova nella riserva indiana Hualapai (Grand Canyon West’s Eagle Point) e che, al costo di 25$, ti permette di passeggiare su un ponte di cristallo (fatto a forma di ferro di cavallo), che sporge per 21 metri dal bordo del canyon e la cui struttura (con il pavimento in cristallo alto 10 cm) consente di ammirare il Grand Canyon e il Colorado River sospeso nel vuoto ad un’altezza di 1.200 metri dal letto del fiume.
Apertura: North Rim - da metà Maggio a metà Ottobre (tempo permettendo)
South Rim - tutto l’anno
Tassa di Entrata: 25 $ a veicolo per 7 giorni (10 $ a pedone o ciclista) ed è valida sia
per il North Rim che per il South Rim.
Maggiori Informazioni: http://www.nps.gov/grca/
Il Grand Canyon supera ogni immaginazione umana, nessuna foto e nessun racconto possono preparare ad una tale grandiosità.
Ci fermiamo su un promontorio in una bellissima gola, il Colorado River è esattamente come me lo aveva descritto Alfo…un fiume di Nesquik!
Non credo ai miei occhi, raramente ho visto spettacoli tanto emozionanti.
Mentre il pilota dell’elicottero prepara il tavolino per il rinfresco (dimenticandosi guarda caso proprio lo champagne), noi cerchiamo tutti gli angoli più belli per fare delle fotografie, ricerca inutile visto che ogni scatto, da qualsiasi punto, è una meravigliosa cartolina.
La sosta purtroppo dura poco, saliamo di nuovo in elicottero ma questa volta a me ed Alfo tocca stare avanti. In prima fila si che la sensazione è eccitante, soprattutto perché guardando in basso, sotto i nostri piedi, non c’è il pavimento dell’elicottero ma un semplice vetro che da la sensazione di librarsi nel vuoto.
Un’emozione che purtroppo dura molto poco, il tempo di fermarci a far benzina e di corsa sull’elicottero per tornare a Las Vegas.
Devo dire che mi aspettavo un viaggio più lungo, ci siamo resi conto che le 3 ore e mezza del pacchetto non comprendono solo il volo ma anche il tempo per il trasporto in pulmann dall’albergo all’aeroporto. Il tour in elicottero invece è durato solo 2 ore e 30 minuti, di cui un ora per andare, una per tornare e 30 minuti di soste.
Certo però, poter ammirare il Gran Canyon da vicino vale più di qualsiasi cosa, pochissimi luoghi al mondo possono vantare un panorama di tale splendore.
Ci compriamo il film che una telecamera posta sull’elicottero ha girato durante il nostro volo ed anche la fotografia di gruppo scattata poco prima della partenza. Tutto compreso una spesa non indifferente, forse la più alta di tutto il viaggio, ma non sono esperienze che capitano spesso nella vita e per una volta si può anche fare.
Corriamo in albergo per lavarci e mangiare un boccone al volo. Oggi è in programma una serata molto speciale che Barbara e Mike (adorabili) mi hanno voluto regalare per il mio compleanno, uno spettacolo della compagnia che per noi è in assoluto la migliore al mondo: il Cirque du Soleil.
Il Cirque du Soleil è un circo canadese che non utilizza animali ma artisti di mimo, ballerini, giocolieri e acrobati che nel corso della serata, in momenti diversi, partecipano al racconto di una storia, ogni spettacolo ha infatti il suo tema principale da cui dipanano le diverse scene. Essendo una compagnia enorme (3000 artisti) è in grado di mettere in scena diverse rappresentazioni (molte delle quali si trovano contemporaneamente nei vari alberghi di Las Vegas) e lo spettacolo che Barbara ha scelto per noi si chiama “Love” che è completamente incentrato sui Beatles, che (come a tutti) ci piacciono molto, e che per di più si trova nel mio albergo preferito: Il Mirage (che purtroppo al momento delle nostre prenotazioni era completamente esaurito).
MIRAGE: E’ un hotel-casinò inaugurato nel 1989 e all’epoca era l’albergo più grande della città (se non di tutti gli Stati uniti), con 3044 camere. Al tempo la sua costruzione costò 630 milioni di dollari e il proprietario (Steve Wynn) era convinto di poter restituire il denaro chiesto in prestito per l’edificazione in un periodo di 7 anni ma in realtà riuscì ad estinguere il suo debito in appena 18 mesi.
Il Mirage occupa un intero isolato lungo Las Vegas Boulevard e la sua stupefacente facciata introduce il tema del complesso ispirato ad un’isola dei Mari del Sud, con giardini tropicali (con 1200 palme), cascate, una laguna e un vulcano che erutta fuoco e fumo ogni 15 minuti tutte le sere. Il banco principale dell’atrio contiene un acquario da 90.000 litri ed ospita pesci dai colori vivaci e piccoli squali. Al interno del Mirage è presente anche un incantevole zoo in cui è possibile vedere da vicino tigri e leoni bianchi e accanto ad esso, in un’ampia piscina è possibile assistere a spettacoli con delfini. Per chi desidera mangiare inoltre può scegliere tra 18 ristoranti che cucinano cibi secondo le ricette di diverse cucine internazionali.
Lo spettacolo è meraviglioso, come tutti quelli del Cirque du Soleil dopotutto. Ciò che risulta assolutamente unico di queste rappresentazioni è che riescono a contaggiarti di una un’allegria tale che alla fine dello show vorresti abbracciare il mondo intero tanta la gioia di vivere che ti trasmette.
Non poteva esserci modo migliore per concludere la nostra esperienza a Las Vegas, grazie Barbara, grazie Mike!
SISTEMAZIONE: Las Vegas - Luxor - 199 $ (134 euro)
GIORNO 16
NORTH RIM (GRAND CANYON)
(Domenica 26 Agosto)
Altra sveglia molto tranquilla, oggi finalmente possiamo tuffarci di nuovo nella natura selvaggia, ma non prima di un doveroso saluto al ristorante dell’albergo e soprattutto al favoloso “All you can eat”! Gli americani fanno dei brunch che sembrano banchetti di matrimonio, ora capisco perché ci sono tante persone grasse, con tutto quello che si mangiano alle 11 di mattina stanno a posto fino al giorno dopo.
Il programma di oggi è quello di raggiungere Page e Lake Powell, passando per il Grand Canyon-North Rim, non vedo l’ora!
Prendiamo la I 15 che dovremo percorrere per diversi chilometri e lungo la strada il paesaggio intorno a noi si fa sempre più bello ed intenso.
Entriamo nell’Hurricane Valley e davanti ai nostri occhi vediamo stagliarsi imponenti formazioni rocciose di arenaria di colore rosso i cui strati geologici sono perfettamente visibili, profonde gole incise e modellate dalla forza delle acque e lunghe strade che si perdono tra le montagne, siamo tornati nel nostro habitat naturale!
Ad un certo punto, alla nostra destra, vediamo quelle che dovrebbero essere le catene montuose facenti parti dello Zion Canyon, che secondo i racconti di Mike è uno dei canyon più belli della west coast. Noi avevamo in programma di passare una giornata intera allo Zion Canyon purtroppo però ritardi sulla tabella di marcia ci hanno costretto a rinunciare all’idea. Se invece di prenotare in anticipo Las Vegas fossimo andati all’avventura, come per tutto il resto, avremmo passato un giorno in meno lì e lo avremmo dedicato a posti molto più belli ed interessanti come lo Zion Canyon.
Sarà per la prossima volta, altra tacchetta e via.
Mentre proseguiamo il nostro viaggio in macchina in lontananza osserviamo la formazione di un temporale, lampi ramificati squarciano il cielo illuminando le praterie, i picchi montuosi color pastello vengono avvolti da nubi scure, tutto diventa grigio e cupo ma in un posto del genere anche una burrasca avrebbe il suo fascino.
Passiamo circa un ora a cercare di cogliere un fulmine in fotografia, fatica vana, anche per colpa mia che dopo aver aspettato 20 minuti nel momento cruciale spengo la telecamera.
In circa cinque ore (con estrema calma) raggiungiamo il North Rim.
NORTH RIM: E’ il versante Nord del Gran Canyon che si trova 2400 metri al di sopra del livello del mare e raggiunge un’ampiezza di 16 Km.
E’ più elevato, più fresco e più verde del South Rim , con fitte foreste di pini, betulle e abeti.
Il North Rim però è anche due volte più lontano dal fiume rispetto al South Rim e riceve solo un decimo dei visitatori del Grand Canyon poichè è meno accessibile ed è un’area più tranquilla, di natura selvaggia e incontaminata.
Durante l’autunno avanzato e l’inverno la strada verso l’ingresso del North Rim è chiusa a causa della neve e non sono disponibili servizi o alloggi per la notte.
Non esiste alcun trasporto pubblico fino a North Rim e l’aeroporto più vicino si trova a Las Vegas (440 km da qui), durante la stagione estiva però è disponibile il Trans-Canyon Shuttle che trasporta i passeggeri da un Rim all’altro.
Lungo il North Rim vi sono circa 45 Km di strade panoramiche e sentieri che conducono agli elevati belvedere o alla base del canyon e c’è la possibilità di scegliere tra diversi tipi di escursioni: a piedi, in macchina, in bicicletta e a dorso di un mulo.
All’interno del North Rim è possibile alloggiare al Grand Canyon Lodge (www.beautiful-places-on-earth.com) e i prezzi variano da circa 65$ a 105$ a notte per due persone. Sono disponibili anche un ristorante, uno snack bar, l’ufficio postale, e un negozio di articoli da regalo.
I lodge sono spesso al completo, è consigliabile prenotare con il giusto anticipo.
Apertura: da metà Maggio a metà Ottobre (tempo permettendo)
Tassa di Entrata: 25$ a veicolo per 7 giorni (10$ a pedone o ciclista) ed è valida sia
per il North Rim che per il South Rim.
Maggiori Informazioni: http://www.nps.gov/grca/
Arrivati al North Rim seguiamo le indicazioni per raggiungere a piedi il punto panoramico più bello e percorsa la stradina che sale su per il pendio arriviamo in cima al monolite più alto. Ci alziamo in piedi e, mentre un brivido forte ci percorre la schiena, rimaniamo nel silenzio più assoluto in contemplazione di un vero e proprio miracolo della natura. Un posto dove lo spazio e il tempo non esistono, un luogo il cui senso di eternità stimola un confronto con la nostra breve esistenza. Qui, tra questi spazi immensi, ci sentiamo al riparo dal ritmo frenetico della vita moderna e mentre una leggera brezza ci accarezza il viso dai nostri occhi fa capolino una lacrima di commozione. Di fronte alla maestosità del Grand Canyon tutto il resto è annientato.
Aspettiamo di vedere il sole tramontare sulle guglie ed espresso un desiderio ci avviamo verso il ristorante (Grand Canyon Lodge) sperando di riuscire a rifocillarci un pò prima di intraprendere il cammino verso Page.
Il Grand Canyon Lodge è una baita fatta di legno e mattoncini in pietra posta proprio sull’orlo del canyon, al suo interno c’è un grande salotto circolare con camino, poltrone e divani in pelle in cui è possibile leggere, prendere un aperitivo o semplicemente osservare il tramonto sul Grand Canyon attraverso delle immense vetrate che dal soffitto arrivano a terra. La sala da pranzo completamente in legno è in stile country e camerieri molto disponibili e gentili servono una cena a base di carne alla brace e zuppe del giorno. Mentre brindiamo al meraviglioso momento che stiamo vivendo i nostri occhi si perdono nel panorama che spicca dalle finestre della sala da pranzo a picco sulla gola.
Dopo cena riprendiamo la macchina per cercare di raggiungere Page e trovare una sistemazione per la notte. Arriviamo in città verso l’una, distrutti ma, come al solito estremamente felici, ci tuffiamo nel letto sperando di sognare la prossima avventura.
TRATTA: LAS VEGAS – NORTH RIM – 440 km – 5 ore
US 95 NB – Uscita 85 (Craig Road) - US 95 SB – Uscita 76B (Salt Lake City)
I 15 NB – Uscita 16 (Hurricane) - Hwy 9 – E 100 S - E Hw 59 - Hwy 389
US 89 ALT - Hwy 67
TRATTA: NORTH RIM – PAGE – 199 km – 2 ore
Hwy 67 – US 89 ALT
US 89 – Hwy 98
SISTEMAZIONE: Page - Quality Inn - 101 $ (68 euro)
GIORNO 17
LAKE POWELL
(Lunedì 27 Agosto)
Ci svegliamo di buon’ora contenti di poterci godere la nostra stanza al pian terreno con giardino e piscina annessi, prendiamo i viveri dal frigo bar, il caffè e usciamo in giardino per fare colazione al sole. Purtroppo però una brutta sorpresa è li ad attenderci e per la prima volta da quando siamo arrivati piove a dirotto!
Sconsolati accendiamo la TV e ripieghiamo su un pic-nic sul letto nell’attesa che fuori il tempo migliori (dopotutto fino ad ora era andata benissimo, il primo giorno di pioggia da quando siamo arrivati).
Passa circa un’ora prima che smetta di piovere, ma per fortuna non riprenderà più.
Prendiamo armi e bagagli e andiamo alla scoperta di Page.
PAGE: Situata in una posizione spettacolare sull’altopiano del Colorado, vicinissima a Lake Powell (in Arizona, al confine con lo Utah) che domina dall’alto.
Fondata nel 1957 dagli operai che lavoravano alla costruzione della Diga del Glen Canyon, è una città di circa 8000 abitanti e si trova nella contea di Coconino in Arizona, vicino il Glen Canyon e Lake Powell.
Terminata la costruzione della diga la popolazione di Page continuò ad aumentare poiché la sua posizione centrale la rese stazione d’accesso favorita per visitare la Glen Canyon National Recreation Area e Lake Powell, luoghi che ogni anno attraggono più di 3 milioni di turisti. Molti anni fa, la zona dove ora sorge Page, apparteneva ai Nativi Americani della riserva Navajo, essi però furono costretti a cedere, al governo federale che ne fece richiesta, le 16.7 miglia quadrate della Mesa (appartenenti alla famiglia Manson) in cambio di alcune terre nell’Utah del sud-est attualmente conosciute come giacimenti di petrolio Aneth.
Page è inoltre la sede di due delle più grandi centrali elettriche dell’ovest degli Stati Uniti: Glen Canyon Dam (con la capacità di generare 1.288.000 kilowatts) e Navajo Generating Station (con una capacità di generare 2.250.000 kilowatts).
La popolazione di Page è costituita da un 28% diNativi Americani quasi esclusivamente di origine Navajo e sono proprio questi i principali datori di lavoro della zona.
Non esistono collegamenti fissi in aereo o pullman per Page, anche se all’aeroporto locale spesso atterrano voli charter.
Maggiori Informazioni: www.pagelakepowellchamber.org
Page è piccola ma ben attrezzata, c’è tutto quello che serve, dal Walmart al visitor center, dai ristoranti (compresi Burger King e Pizza Hut), ai negozi vari.
La cosa che ci colpisce di più di questa cittadina, oltre allo scenario strepitoso in cui si trova, è l’elevato numero di nativi americani in giro per le strade. Anche sapendo che siamo in territorio di riserva Navajo vedere intorno a noi quasi esclusivamente indiani americani fa un certo effetto.
Andiamo a prendere una mappa della zona in un piccolo negozio nel centro della città ed appena entrati vediamo venirci incontro una signora di una certa età, è a piedi nudi e il suo volto è marcatamente segnato dal tempo, ma estremamente gentile e rilassato. Scopriamo che lei è la proprietaria dell’emporio, ci consiglia i posti più belli da visitare nella zona e rimane visibilmente colpita dalla scelta che abbiamo fatto tra le diverse calamite in vendita, sulla nostra c’è scritto “Cherish the simple things and treasure their worth” (Cura le cose semplici e fai tesoro del loro valore), lei ci guarda e sorridendo ci dice che quella, secondo il suo popolo, è la chiave della vita.
Dopo il piacevole incontro, lasciamo Page.
Come prima tappa decidiamo di andare in un posto meraviglioso che ho visto su un giornale qualche tempo fa, un paesaggio quasi marziano dal nome Horseshoe Bend.
HORSESHOE BEND: Si trova all’interno della Glen Canyon National Recreation Area, 4 miglia a sud di Page lungo la US 89 che porta a Flagstaff ed è un piccolo scherzo che madre natura ha fatto, al corso del Colorado River. Scendendo dalla Glen Canyon Dam verso valle, il Colorado River si fa spazio tra le imponenti formazioni di arenaria fino ad arrivare nelle profondità di Marble Canyon compiendo una singolare curva a 180°, la cui forma ricorda un ferro di cavallo, da qui il nome Horseshoe Bend.
Meta turistica di forte attrattiva per la sua originalità è per la straordinaria bellezza del paesaggio, va però visitata con una certa accortezza soprattutto per chi viaggia con dei bambini, poiché il fiume è visibile solo dal bordo, privo di protezione, battuto dal vento e piuttosto impressionante.
La stradina che dal parcheggio porta Horseshoe Bend è lunga poco più di 1 km e sembra appartenere ad un altro pianeta, il terreno rosso fuoco, la scarsa vegetazione e il panorama circostante sterminato, ci proiettano lontano milioni di anni luce nell’universo. Arrivati in cima al sentiero, sull’orlo del canyon, il colpo d’occhio è assolutamente grandioso, la bizzarra traiettoria che prende il Colorado River, assomiglia davvero ad un ferro di cavallo e pareti di un colore rosso intenso, piombano a picco sul fiume per centinaia di metri.
Uno scenario mozzafiato che sembra uscito da un film fantascientifico.
Fatte (senza esagerazione) un centinaio di fotografie, in tutte le posizioni, da tutte le angolature e in tutte le prospettive possibili (peccato non aver avuto con noi il fisheye o il grandangolo, solo con quegli obiettivi saremmo riusciti a rendere a pieno la meraviglia di questo posto), ci avviamo verso la meta successiva, quella che poi ci ha spinti fino a qui e che fino a pochi giorni fa potevamo ammirare solo attraverso la fotografia di un quadro che abbiamo nel nostro soggiorno: Antelope Canyon.
ANTELOPE CANYON: Un paio di miglia a sud-est di Page, al miglio 299 della US 98 si trova l’inizio del sentiero dell’Antelope Canyon, il “canyon a fessura” più famoso dell’Arizona.
In realtà vi sono due tratti separati del canyon situati ai lati opposti della US 89 in terra Navajo: Lower Antelope Canyon e Upper Antelope Canyon.
Il canyon è detto a fessura poiché vi si accede da una spaccatura sottile su grossa parete di arenaria rossa e una volta entrati la sensazione è che da un momento all’altro un masso possa rotolare piombando nello stretto passaggio occludendo l’uscita.
Per percorrere il canyon occorrono circa 20 minuti, comprese le frequenti pause per ammirare, in un’atmosfera quasi surreale, il gioco di luce che si crea sulle levigatissime pareti ondulate e l’intrecciarsi dei pinnacoli che in alcuni punti raggiungono un’altezza di 36 metri.
Le inondazioni possono riempire la fessura fino all’orlo e fuoriuscire dalla cima, quando l’acqua poi si ritira trascina via dal fondo del canyon lo strato di sabbia di 240 cm che in genere lo ricopre.
E’ proprio per l’enorme pericolo derivante dalle improvvise inondazioni (che negli anni passati hanno causato anche delle morti) che d’inverno e nei giorni di pioggia il canyon rimane chiuso.
Gestito dai Nativi Americani Navajo ed accessibile solo tramite visite guidate.
I tour partono a diversi orari ma quello delle ore 12.00 è il più richiesto poiché è l’ora migliore per visitare il canyon, quando è possibile vedere i raggi del sole entrare a picco dall’alto del canyon.
Apertura : (Maggio – Ottobre) tutti i giorni 8.00 - 17.00
Prezzo Biglietto: 6$ accesso + 15$ navetta, oppure
25$ visita guidata, partenza da Page durata 1 ora, tutto compreso.
Arriviamo a destinazione seguendo le indicazioni stradali (ce ne sono molte), ma, per nostra grandissima sfortuna, a causa del maltempo e di tutta la pioggia caduta nella notte il canyon è chiuso. Nostro malgrado siamo costretti quindi ad accontentarci del meno suggestivo Lower Antelope.
Peccato non poter passare all’interno del canyon ed essere costretti ad osservarlo dall’alto, è sicuramente una sensazione meno coinvolgente anche se sarà comunque affascinante. Dalla strada è infatti perfettamente visibile la spaccatura che divide in due il terreno ed avvicinandosi è possibile ammirare i giochi di luce che il sole crea sulle pareti curve delle rocce di arenaria.
Guardando queste splendide formazioni aumenta ancora di più il rimpianto per non essere riusciti ad entrare nell’Upper Antelope Canyon.
Tirato un grosso sospiro continuiamo il nostro giro sicuri di trovare il luogo giusto per poterci consolare e ci incamminiamo verso il Glen Canyon Dam.
GLEN CANYON DAM: E’ una diga dell’altezza di 216 metri sul fiume Colorado, vicino la città di Page, si trova lungo la US 89 ed è visibile nel punto in cui la strada attraversa il Glen Canyon Bridge a 6 km e mezzo da Page.
La diga fu costruita sia per irrigare le acque dell’arido altopiano che per provvedere all’elettricità necessaria per lo sviluppo della popolazione della regione (ad oggi essa ha una capacità 1.3 milioni di kilowatt).
L’acqua è monitorata con una tale attenzione che il livello sale e scende a seconda delle esigenze di Phoenix.
Iniziata nel 1956 e terminata nel 1964, ebbe come risultato la formazione di uno dei più grandi bacini idrici del Nord America: Lake Powell.
E’ visibile passando sul Glen Canyon Bridge ma essendo vietato sostare sul ponte, per chi vuole ammirarla da vicino o partecipare ad una visita guidata, è consigliabile raggiungere il Carl Hayden Visitor Center.
Una curiosità, all’interno della diga, durante la visita guidata (gratuita e della durata di poco più di un’ora) è possibile vedere un contatore digitale che segna costantemente i miliardi di dollari guadagnati dalla vendita dell’energia.
Apertura: (Maggio-Settembre) tutti i giorni dalle 7.00 alle 19.00
Prezzo Biglietto: Gratis
Guardiamo la diga prima dal ponte e poi dal punto panoramico, e da entrambe le visuali l’impressione rimane la stessa, estremamente imponente. La gigantesca, grigia costruzione moderna in contrasto con il terreno desertico rosso fuoco ed il verde-blu del fiume Colorado, rendono questo scenario unico nel suo genere.
Non avendo abbastanza tempo per visitare l’interno della diga, decidiamo di avvicinarci ad uno dei Visitor Center di Lake Powell per vedere da vicino il lago e sentire se c’ è la possibilità di affittare una barca.
LAKE POWELL: E’ uno dei più grandi laghi artificiali degli Stati Uniti, si trova al confine tra Arizona e Utah e si è formato in seguito alla costruzione della Glen Canyon Dam, quando le acque del fiume Colorado invasero le strettissime gole del canyon.
In realtà, fino alla costruzione della diga era praticamente impossibile viaggiare in queste zone a causa del possente fiume Colorado che si faceva strada nel deserto inesplorato attraverso una miriade di canyon. Lungo il percorso alcune imbarcazioni trasportavano occasionali visitatori da una sponda all’altra, ma non c’erano autostrade che attraversassero i 322 km nel nord Arizona.
Lake Powell oggi è indiscutibilmente uno spettacolo straordinario con le sue acque turchesi che si infrangono sulle sponde di roccia rossa e le sue isole che una volta erano colline isolate e cime delle mesa.
Quando è pieno Lake Powell è profondo 170 metri all’altezza della diga e contiene abbastanza acqua da sommergere l’intera Arizona di 13 cm. Ricopre 300 km del fiume Colorado e 116 del San Juan, inondando con le sue acque 96 canyon laterali. Le sue sponde che si estendono per 3154 km sono le più lunghe dell’intera costa statunitense del pacifico. Nato per esigenze di carattere elettrico e idrico, oggi Lake Powell è diventata la principale attrazione turistica dello Utah richiamando 4 milioni di turisti all’anno. Per visitare la zona, l’ideale è soggiornare nella cittadina di Page oppure è possibile pernottare direttamente sulle acque del lago, a bordo di case galleggianti.
Tra le varie attività a cui è possibile dedicarsi sul lago ci sono: la pesca, lo sci d’acqua, la vela, le immersioni subacquee e il nuoto. E’ inoltre possibile scegliere tra diversi tipi di escursioni (che partono da Wahweap e da Bullfrog), in battello, in motoscafo, in barca a vela, in canoa, della durata di un’ora, due, tre e anche un’intera giornata.
Purtroppo arriviamo tardi per affittare la barca ed unirci ad altri tour quindi optiamo per una bella passeggiata a piedi prima e un giro in macchina dopo.
Il Visitor Center è immerso in un’area verde molto curata, c’è un negozio di souvenir, un albergo e un ristorante panoramico a forma circolare e tra un piatto e l’altro gli ospiti si godono il sole seduti su una panchina e circondati da coniglietti giocosi.
Una specie di paradiso terrestre. Facciamo una bella passeggiata godendoci la dolce quiete di questo luogo e ci immaginiamo a prendere il sole dopo pranzo su una delle tante case-barche che affollano il lago.
Prendiamo la macchina e continuiamo il nostro giro cercando più punti panoramici possibili, la cosa che ci colpisce di più in tutta questa zona è l’incredibile intensità dei colori, tanto vigorosi da rendere vivace anche un paesaggio brullo e desertico come questo.
Ad un certo punto vediamo che il sole sta per terminare la sua discesa, quindi ci affrettiamo a trovare il luogo adatto in cui fermarci ad osservare il tramonto.
Ne troviamo uno fantastico, con una visuale perfetta di tutto il lago, prendiamo una bottiglietta di Champagne e due bicchieri, un momento ed un posto come questi vanno assolutamente suggellati con un bel brindisi. Così, i nostri bicchieri (di plastica) si incrociano mentre intorno a noi ogni cosa si tinge di rosso, arancione e viola.
Secondo il nostro piano di viaggio (cambiato infinite volte naturalmente) dovremmo raggiungere Flagstaff per la notte, quindi ci mettiamo in cammino lungo l’US 89 e in un paio d’ore raggiungiamo la meta.
Questa volta la nostra sosta sarà più lunga, ben 2 notti, quindi dobbiamo trovare un albergo comodo sia per posizione e che per dotazioni della camera.
Ci fermiamo all’Howard Johnson Inn, sulla mitica Route 66 poco prima della zona centrale di Flagstaff.
E’ gestito da asiatici, ma le camere sembrano pulite, costa solo 45 $ a notte e soprattutto la nostra stanza è al piano terra e possiamo parcheggiare la macchina direttamente attaccata alla porta.
Ciliegina sulla torta poi, questo albergo è dotato di zona lavanderia quindi, sebbene stanchissimi, non possiamo lasciarci sfuggire l’occasione di una cosa tanto americana come una nottata nella lavanderia a gettoni!
Dopo due lavatrici ed una cena a base di patatine e noccioline del distributore automatico, decidiamo di andarci a coricare contenti di non dover fare le valigie la mattina successiva.
TRATTA: PAGE – FLAGSTAFF – 219 km – 2 ore
Hwy 98 - US 89 - US 180 – Uscita Flagstaff
I 40 WB
SISTEMAZIONE: Flagstaff - Howard Johnson Inn - 45 $ (30 euro)
GIORNO 18
SOUTH RIM - GRAND CANYON
(Martedì 28 Agosto)
Che bella dormita! Siamo a Flagstaff, sulla mitica Route 66 e qui anche il rumore delle macchine, il brusio del condizionatore e il suono del treno al suo passaggio per la città,
hanno un fascino tutto loro, quasi conciliante.
Controlliamo bene le mappe e ci muoviamo per la colazione. Oggi abbiamo optato per un ritorno alle origini, al nostro vecchio ma sempre vivo amore: “Starbucks”. Caffè e cappuccini, caldi o freddi, semplici, al cioccolato o al caramello, ce ne sono di tutti i tipi e con decine di modifiche possibili, per gli amanti del “mondo a modo mio” è un luogo perfetto (www.starbucks.com). Io mi prendo un espresso corretto con cioccolato e tanto zucchero e un muffin, mentre Alfo non rinuncia al suo adorato Frappuccino nemmeno di prima mattina e lo accompagna con un brownie.
Rifocillati per bene ci mettiamo in cammino verso il Grand Canyon South Rim.
SOUTH RIM: Si trova sul versante sud del Grand Canyon ed è la meta prediletta dei turisti che desiderano visitarlo poiché, rispetto al North Rim, è più comodo da raggiungere (tramite l’Hwy 180/64 da Williams o da Flagstaff), è ampiamente attrezzato (qui si concentrano le maggiori strutture turistiche, gli alberghi e i ristoranti) ed è aperto tutto l’anno, sette giorni su sette.
Come primo passo i turisti generalmente raggiungono il Grand Canyon Village, un piccolo centro stretto fra il dirupo del canyon e la pineta, che ospita gli alberghi, i ristoranti e il Visitor Center del parco. Il centro è molto accogliente però purtroppo costringe i visitatori a prendere la propria auto per raggiungere il bordo e poi il pullman per accedere al vero e proprio giro turistico.
Partendo dal South Rim il canyon può essere apprezzato da una moltitudine di punti panoramici sia verso ovest, lungo i 13 km della Heremits Rest Route, che verso est, lungo i 37 km della Desert View Drive.
Il parco è dotato di navette gratuite che passano ogni 5-30 minuti e percorrono tre circuiti chiusi che sono collegati tra loro ma non sovrapposti: La Village Route (che percorre il Grand Canyon Village passando per tutti i suoi lodge, ristoranti e per Visitor Center); la Kaibab Trail Route (che parte dal Visitor Center e va verso est) e la Heremits Rest Route (quella più turistica che parte dal Grand Canyon Village e procede lungo il versante ovest per 13 km, fino a Heremits Rest). Queste navette permettono di spostarsi in maniera efficiente da un punto all’altro ma non si tratta di pullman turistici e per vedere il canyon è necessario scendere dal mezzo ed aspettare il successivo per proseguire il tour.
Per quanto riguarda i tour panoramici in aereo e elicottero invece, essi partono da località all’esterno del parco.
Per visitare il parco è di grande comodità l’utilizzo del giornale gratuito The Guide che viene consegnato a tutti i visitatori al momento di pagare il biglietto, presso i due punti di accesso al parco sull’Hwy 64.
Apertura: tutto l’anno, sette giorni su sette
Tassa di Entrata: 25$ a veicolo per 7 giorni (10$ a pedone o ciclista) ed è valida sia
per il North Rim che per il South Rim.
Maggiori Informazioni: http://www.nps.gov/grca/
La nostra prima tappa, proprio lungo l’Hwy 64 è la Desert View Tower, una torre di osservazione dalla quale, ci hanno detto, è possibile godere di una vista mozzafiato su una parte vastissima del Grand Canyon.
DESERT VIEW TOWER:Si trova su un promontorio dell’estremità est del South Rim, lungo la Desert View Drive (Hwy 64) ed è una torre d’osservazione costruita nel 1930 ad opera dell’architetto Mary Colter.
Progettata come area di riposo per coloro che erano in viaggio lungo il deserto, fu seguita in ogni dettaglio dall’architetto che la ideò per cercare di conciliare l’esigenza di fornire la visuale più larga possibile sul Grand Canyon e quella di edificare una struttura in armonia con l’ambiente circostante.
Inaugurata nel 1933 è alta circa 20 metri, con un diametro di 9 e la sua struttura in acciaio è interamente ricoperta da pietre ricavate dalle zone circostanti del Grand Canyon.
Al piano inferiore (attualmente utilizzato come gift shop) c’è una grossa stanza circolare dalle cui finestre è possibile godere di una vista spettacolare del Grand Canyon, mentre il piano superiore è decorato con bellissimi murale opera di Fred Kabotie un artista nativo americano della tribù Hopi.
Salendo ancora di un piano poi si accede alla cima della torretta.
Niente al mondo batte il Grand Canyon. Una distesa infinita di forme bizzarre e colori, di luci abbaglianti del deserto e di ombre impenetrabili tra le guglie, di promontori spogli e pinnacoli di arenaria svettanti e il senso di umiltà che ti trasmette la visione di questo immenso baratro. Osservare uno spettacolo del genere fa riaccendere in noi la forte volontà di trattare con rispetto questa terra, tanto grandiosa e potente.
Mentre ci dirigiamo verso il Grand Canyon Village, vediamo da un lato della strada un piccolo mercatino e decidiamo di fermarci a dare un’occhiata. E’ tenuto da Nativi Americani del luogo che non volendo scendere a compromessi, adattandosi ad una civilizzazione loro imposta dall’uomo bianco, hanno optato per una vita umile e tranquilla andando ad abitare in piccole capanne nella terra loro concessa dal governo americano e vivendo con i frutti della natura e la vendita di manufatti e monili creati da loro secondo le antiche tradizioni del popolo Navajo.
La forte ammirazione per questo popolo genuino e orgoglioso mi porta a spendere tutto quello che ho nel portafogli e mi porto così via un’ascia, qualche collanina, dei sotto-bicchieri, un copri accendino, un coltellino, un arco e una freccia.
Questa zona del Grand Canyon non ha nulla a che vedere con quella visitata qualche giorno prima a nord, è molto più attrezzata e strutturata, ci sono autobus, punti di ritrovo, diversi alberghi, ristoranti e campeggi e anche un museo in cui è possibile vedere ed ascoltare tutta la storia del Grand Canyon.
Al Visitor Center ci consegnano una cartina della zona, con itinerario e orari dei diversi pullman che effettuano fermate nei punti panoramici più suggestivi. Per una volta decidiamo di unirci alla massa e seguire il tour classico, quindi lasciamo la macchina al parcheggio e ci avviamo alla fermata.
Nell’attesa della navetta ci studiamo il percorso ed a farci compagnia un fenomeno culturale tipicamente americano, che ancora non avevamo avuto il piacere di incontrare: un gruppo di mormoni!
Optiamo per il tour della Heremits Rest Route che comprende 8 fermate, percorribili in 90 minuti senza scendere dalla navetta o mezza giornata circa per chi preferisce godersi ogni visuale.
Saltiamo la prima fermata (Travell View), sono già le 16.00 e non faremo in tempo a vederle tutte quindi dobbiamo puntare solo quelle notoriamente più belle.
Scendiamo poco dopo, a Maricopa Point. Il promontorio è protetto da una ringhiera che permette una visuale a 360°, il Colorado River in basso è visibile solo in minima parte mentre, al di la del fiume, è possibile ammirare maestose colline di arenaria rossa.
Facciamo le nostre solite mille foto e torniamo alla fermata ad aspettare il prossimo bus. Per fortuna l’attesa non è lunga poichè i bus passano molto frequentemente.
Saltiamo Powell Point e scendiamo a Hopi Point che si trova a 3 km dal villaggio ed è uno dei punti panoramici più amati dai turisti. Uno spettacolo da levare il fiato, una visuale strepitosa dalla quale è possibile contemplare il Colorado River che ad est si perde fra antiche pareti di scisto nero striato di rosa mentre a ovest si apre tortuosamente la strada tra un labirinto di canyon minori e monoliti di roccia rossa.
Nessuna descrizione al mondo può rendere l’idea della spettacolarità di questo luogo, fuori dal tempo e dai colori incantati
Quanto mi piacerebbe che anche mio papà fosse qui, rimarrebbe estasiato da questo scenario e come noi si perderebbe tornando indietro nel tempo ed immaginando la vita che il popolo nativo americano conduceva in questa specie di paradiso terrestre.
Il mio sogno sarebbe tornare un giorno qui tutti insieme.
Ripreso il bus saltiamo la fermata successiva, Mohave Point, per poter scendere a The Abyss, il cui nome è tutto un programma. Ci troviamo così in cima ad un impressionante strapiombo a picco sulla valle alto più di 2000 metri, per fortuna non soffriamo di vertigini!
E’ quasi il tramonto e non vogliamo rischiare di vederlo dal pullman quindi corriamo alla fermata e trafelati riusciamo a raggiungere la tappa successiva.
Pronti con macchina e cavalletto ci fermiamo a Pima Point, qui abbiamo una visuale perfetta, ci permette di ammirare i capricci geologici della terra, che hanno messo in mostra rupi e monoliti dalle rocce multicolori. Mentre ascoltiamo il ruggito delle rapide sotto di noi, vediamo il sole tramontare andando a nascondersi tra le montagne e i pinnacoli variopinti dell’altopiano si tingono di rosso e ocra. Uno spettacolo meraviglioso, un’emozione incredibile, con il groppo alla gola e senza riuscire a proferire parola, ci avviamo verso l’autobus.
Ormai è buio e non conviene scendere all’ultima fermata, quindi proseguiamo dritti fino alla macchina, abbiamo saltato il pranzo e dobbiamo cercare un buon ristorante, per concludere in bellezza una giornata perfetta.
Lo troviamo lungo la strada, sull’Hwy 64 verso sud, è esattamente quello che stavamo cercando, una steak house in stile country, con tavolini in legno e tovaglie muccate, cowboy che servono ai tavoli e cucina tipicamente americana. Strafogato tutto il possibile (le porzioni sono enormi) ed innaffiato con un buon vinello, ci buttiamo in macchina direzione Howard Johnson Inn.
Nessun’altra emozione potrebbe arricchire una giornata intensa come questa.
TRATTA: FLAGSTAFF – SOUTH RIM – 174 km – 2 ore
I 40 EB – Uscita 201 (Flagstaff - Page)
US 180 – Direzione Page
US 89 N – Hwy 64
SISTEMAZIONE: Flagstaff - Howard Johnson Inn - 45$ (30 euro)
GIORNO 19
FLAGSTAFF e SLIDE ROCK
(Mercoledì 29 Agosto)
Oggi è il nostro diciannovesimo giorno di viaggio e la tristezza inizia a fare capolino, manca così poco alla partenza e non vorrei andarmene mai. Cerco di non mostrare la mia malinconia ad Alfo ma non credo di riuscirci molto bene. La sensazione per fortuna però non è ancora così dominante e appena raggiunto il centro di Flagstaff affogo la mia tristezza in un bel muffin e mi passa tutto.
FLAGSTAFF:Nascosta tra le pinete dei San Francisco Peaks dell’Arizona settentrionale, Flagstaff è una delle città più attraenti della regione, animata ed ospitale e con un ampia varietà di bar e ristoranti.
I primi coloni arrivarono qui nel 1876 ed erano allevatori di pecore, poi, nel 1882 venne aperta le ferrovia e la città si sviluppò come centro del legname.
Il nome Flagstaff (portabandiera), deriva dal gigantesco pino su cui i primi pionieri eressero la bandiera a stelle e strisce per festeggiare il giorno dell’indipendenza, successivamente esso rimase come contrassegno per segnalare la strada verso ovest.
Fin dall’inizio Flagstaff fu un luogo cosmopolita, con una popolazione ricca di ispanici e neri che lavoravano nelle segherie e negli allevamenti (proprietà dei mormoni) e Nativi Americani Navajo e Hopi che venivano per commerciare.
Percorribile in soli dieci minuti a piedi, da una parte all’altra, il centro storico di Flagstaff risale per lo più alla fine del 1800, è un attraente insieme di edifici di mattoni rossi nessuno dei quali supera i due piani e ha tutto il fascino del selvaggio West. Numerosi edifici presentano fregi in pietra e stucco e fotografie raffiguranti gli edifici che una volta sorgevano al posto di quelli attuali, notevole è la vecchia stazione del 1926 che oggi ospita il centro visitatori. Il centro di Flagstaff si fa strada a nord verso il Museum of Northern Arizona (con documentazioni su Grand Canyon e Nativi Americani) e a sud verso la Northern Arizona University mentre la sua arteria principale, Santa Fe Avenue, una volta era un tratto della Route 66, e prima ancora era la pista verso ovest percorsa dai pionieri. Una passeggiata nei pochi isolati centrali evoca il passato, sebbene oggi locande e saloon siano intervallati da negozi e caffè e i locali indiani e cowboy si dividono i marciapiedi con gli studenti della Northern Arizona University.
Come agli inizi del 1800 anche oggi la vita quotidiana di Flagstaff resta scandita giorno e notte dallo sferragliare dei treni di passaggio poiché i binari della Santa Fe Railroad dividono ancora il centro in due.
Attualmente Flagstaff ha una popolazione di 50.000 abitanti, è una base ideale per i viaggiatori poiché vanta molti ristoranti, alberghi e negozi, oltre a due ottimi musei, e alcuni paesaggi meravigliosi e siti archeologici nelle immediate vicinanze (Grand Canyon, Meteor Crater, e Red Rock Canyon).
Il centro di questa cittadina è davvero uno spettacolo, sembra quasi finto per l’attenzione riservata ad ogni dettaglio delle costruzioni e la cura con cui vengono tenute le strade e le aiuole. Gli edifici delle vie principali sono tutti fatti di mattoncini rossi, mentre poco distanti risaltano adorabili villette in legno ognuna circondata da prato e staccionata. Il municipio, sfido chiunque a riconoscerlo senza leggere il cartello, la missione Navajo si trova all’interno di una deliziosa villetta a due piani di legno bianco, mentre la chiesetta della zona, costruita con le pietre del luogo è stata dedicata alla memoria di tutti i bambini non nati e giunti troppo presto tra le braccia del signore. Su alcuni edifici sono appese vecchie foto che mostrano come si presentava l’attuale struttura a metà 1800 e ne raccontano la storia: dove adesso si trova un negozio di cristalli e gioielli un tempo c’era il famoso Donahue’ Saloon (proprietà di un signore ricco e facoltoso che sperperò tutto il suo denaro in alcol e donne) mentre, centralissima, dove oggi troviamo la fine Art Gallery, nel 1800 sorgeva la banca di Flagstaff. Perfino la stazione ferroviaria, sebbene l’edificio sia rimasto assolutamente intatto nel corso dei secoli, ha lasciato il posto al Visitor Center, per trasferirsi qualche metro più avanti in una struttura più consona ed agevole all’aumento del transito dei turisti. Non c’è che dire, ci siamo innamorati di questo luogo, semplice ma speciale, uno spaccato puro della vita del south-west americano. Saccheggiamo il Visitor Center, portandoci via ogni articolo riguardante la Route 66, Flagstaff e Grand Canyon. Non so nemmeno dove potremmo mettere tutto quello che abbiamo comprato in questi giorni, ci servirebbe un’altra casa!
Salutata l’adorabile Flagstaff, riprendiamo l’Hwy 89 A e ci dirigiamo verso sud direzione Sedona.
Lungo la strada per Sedona, sentiamo urla e risate che attraggono la nostra attenzione, cerchiamo di capire da dove provengano e su un cartello leggiamo Slide Rock State Park, il parco delle rocce scivolose, ci guardiamo negli occhi straboccanti capendoci al volo senza dire una parola, dobbiamo assolutamente andare a vedere!
SLIDE ROCKS: Si trova 11 km prima di Sedona, lungo l' Hwy 89A ed è una cascata naturale in cui si può fare il bagno e scivolare su macigni levigati che sporgono dal fiume. E' una specie di acqua park naturale all'interno del Canyon di Oak Creek, a 1.500 metri di altezza.
Nel 1910, Frank L. Pendley costruì in questo luogo una fattoria utilizzando i 43 acri a sua disposizione. Egli riuscì dove altri fallirono e creò un sistema di irrigazione che viene usato ancora oggi e che gli consentì di piantare il suo primo frutteto di alberi di mele nel 1912.
Oggi molti di quegli alberi sono ancora presenti, ma ciò che realmente attrae i visitatori in questo luogo è la possibilità di scendere giù dal torrente scivolando sulle rocce oleose presenti sul fondale, uno scivolo naturale molto divertente immerso in uno scenario estremamente suggestivo e rilassante.
Apertura: (Maggio-Ottobre) tutti i giorni dalle ore 8.00 alle ore 19.00
Tassa di Entrata: 10$ a veicolo
Maggiori Informazioni: http://www.pr.state.az.us/parks/parkhtml/sliderock.html
Lasciamo la macchina al parcheggio e ci avviamo verso il fiume, sembra di essere stati catapultati in un libro di favole! Passeggiamo lungo una stradina rosso fuoco all'interno di una gola immersa nel verde e compresa tra due alte montagne, intorno a noi una miriade di coloratissimi alberi colmi di mele, poi finalmente il torrente. L'acqua limpida e cristallina scende giù dalla montagna nascosta dagli abeti e si fa largo tra rocce rosse di un colore tanto intenso da rendere lo scenario immensamente suggestivo. Uomini e donne, di tutte le età ridono e giocano nel fiume lasciandosi scivolare sulle rocce levigate dall'acqua e ricoperte da un sottile stato di alghe. Alfo non ce la fa più a resistere, non abbiamo i costumi per fare il bagno ma deve assolutamente provare le rocce scivolose, a costo di fare un volo mostruoso nell'acqua tutto vestito! E poco c'è mancato che accadesse davvero! Per fortuna solo un pò di spavento e molto rammarico per non avere con noi il costume e il cambio a portata di mano. Ci godiamo un pò di scivoloni e torniamo alla macchina contenti della nostra ennesima scoperta casuale.
Al parcheggio ci sono tantissime macchine provenienti da stati diversi, le fotografo tutte felice di incrementare la mia collezione di targhe.
La strada rimanente per raggiungere Sedona non è molta e in meno di venti minuti siamo in città.
SEDONA: Si trova 49 km a sud di Flagstaff, sull’Hwy 89 A e a 193 km a nord di Phoenix, gode di una posizione fantastica annidata tra i pendii boscosi e i canyon rossi del Red Rock ed è la località New Age dell’Arizona.
Fondata nel 1902 da Theodore Schnebly e chiamata con il nome della moglie, Sedona, grazie alla terra fertile e all’abbondanza d’acqua, si sviluppò come piccolo insediamento agricolo e così rimase per gran parte del XX secolo, talmente piccola da non risultare nemmeno sulla maggior parte delle mappe geografiche.
La vera e propria esplosione di Sedona avvenne nel 1981, quando Page Bryant, scrittrice e veggente, “ricevette medianicamente” l’informazione che Sedona era il “chakra del cuore del pianeta”. Da quando vi fu localizzato con precisione il primo “vortice” (un punto in cui le energie psichiche ed elettromagnetiche possono essere incanalate per l’armonia personale e planetaria) la città ha cominciato a crescere e a fiorire come fulcro dei praticanti New Age di ogni tipo.
I sostenitori della New Age ritengono che le rocce, le pareti rocciose e i fiumi di Sedona irradino un’energia che rinvigorisce l’anima e i quattro migliori “vortici” della terra si trovano proprio qui e sono: Bell rock; Cathedral Rock; Airport Mesa; e Boynton Canyon.
La città si sviluppa tutta intorno all’incrocio a “Y” in cui si incontrano l’Hwy 89 A e l’Hwy 179 e la sua architettura presenta ampi borghi con case di mattoni rossi.
Sedona è una località costosa per pernottare anche perché i suoi 20 B&B sono tutti di alta qualità e dotati di una vista eccezionale da qualsiasi parte del canyon si affaccino.
Oggi l’abbinamento tra bellezze naturali e misticismo richiama tutto l’anno miriadi di turisti, che a Sedona possono trovare ogni genere di medicina alternativa, insieme a gallerie d’arte e ristoranti da gourmet.
Arrivati a Sedona, lo scenario che si apre davanti ai nostri occhi è fantastico, una città incastonata in un paesaggio mozzafiato di rocce scarlatte. Un vero spettacolo della natura, qui tutto viene costruito con materiali e pietre ricavati dalla zona circostante e come risultato, un’intera città dipinta di un bel rosso vivo in ogni sua parte, le case, i marciapiedi e persino i semafori.
Facciamo un breve giro nel centro di Sedona, dove si possono percepire chiaramente i tempi che furono del vecchio west e non possiamo fare a meno di fermarci in una delle tante botteghe artigiane che lavorano la pelle. Io compro un deliziosa borsa, modello unico, fatto a mano, una pelle bellissima e la soddisfazione maggiore me la da il fatto che una cosa del genere in Italia, anche meno pregiata, l'avrei pagata almeno cinque volte tanto. Alfo invece, dopo essersi provato almeno 10 paia di stivali, sceglie quelli fatti di pelle di struzzo (anche se al momento dell'acquisto era convinto fossero di avvoltoio).
Ormai si è fatto tardi, un ultimo giro per goderci il panorama dei meravigliosi dintorni di Sedona e ci avviamo a cercare vitto e alloggio.
Per quanto riguarda l’albergo optiamo per la nostra catena preferita, il Comfort Inn, mentre per la cena la storia è un po’ più complicata. Alle 20.30 (che di solito per noi è fin troppo presto per la cena) i ristoranti più carini della zona hanno già la cucina chiusa! Sconvolgente.
Abbiamo trovato un bel neo in questa specie di paradiso. Per fortuna non tutti i locali seguono questo rigidissimo orario e dopo un paio di tentativi troviamo un pub e risolviamo con omelette e patatine fritte.
Buonanotte rossa Sedona.
TRATTA: FLAGSTAFF – SEDONA – 49 km – 40 minuti
Hwy 89 ALT – I 17 SB
Hwy 89 ALT SB – Uscita 337 (Oak Creek Canyon Sedona)
Hwy 89 A – Direzione Sedona
SISTEMAZIONE: Sedona - Comfort Inn - 152 $ (102 euro)
GIORNO 20
SEDONA, JEROME e ROUTE 66
(Giovedì 30 Agosto)
Se avessimo prenotato in tempo anziché venire giù all’avventura ci saremmo svegliati con il fantastico panorama delle montagne scarlatte davanti la nostra finestra, ci sono diversi alberghi che hanno stanze con questa caratteristica.
Peccato, ma poco male, ci sbrighiamo a fare colazione e via verso nuove avventure!
Il tour di oggi prevede la visita al Red Rock Canyon e una tranquilla passeggiata sulla mitica Route 66, lungo la quale ci fermeremo poi per vedere le Grand Canyon Caverns.
Il giro turistico ufficiale del Red Rock Canyon è molto lungo e prevede una bella parte a piedi, quindi optiamo per il nostro solito e tanto apprezzato tour fai da te! Comunque le montagne che circondano Sedona sono tutte talmente belle che in qualsiasi posto ci fermeremo sarà perfetto.
Seguiamo le indicazioni per un punto panoramico che sale su per la montagna ad est si Sedona, lasciamo la macchina al parcheggio e proseguiamo a piedi. Dopo un breve viale asfaltato (rosso anche quello!) ci troviamo in cima ad un promontorio con l’intera valle ai nostri piedi.
Uno spettacolo naturale meraviglioso, intorno a noi tutte rocce dal colore infuocato, poco distante il paesino rurale si affaccia timidamente in mezzo alla ricca vegetazione della vallata ed a perdita d’occhio immense montagne dalle forme più varie ma di un unico intenso colore rosso.
La vera particolarità di questo canyon è l’intensità e la vivacità del rosso delle rocce che con la luce del sole diventa quasi accecante.
Accanto a noi, incassata nella montagna, si erge la stravagante cappella di Holy Cross, una struttura dal fascino molto particolare, semplice ma allo stesso tempo unica, un modo del tutto inusuale di presentare un luogo sacro. La gigantesca traversa che sostiene la struttura semplice e lineare, sembra incuneata nella roccia e si alza alta verso il cielo, nascosta ma allo stesso tempo inconfondibile tra le montagne.
Torniamo alla macchina e controllando le mappe e i depliant presi il giorno prima al visitor center, vediamo che, tra le varie attrazioni della zona c’è anche una cittadina chiamata Jerome, che si trova a circa 30 minuti da qui, continuando a scendere sull’Hwy 89 A. E’ una deviazione di almeno un paio d’ore sulla tabella di marcia, rischiamo di arrivare tardi alle grotte del Grand Canyon, ma dalle foto e dalla descrizione del luogo sembra valerne la pena e poi magari ce la facciamo comunque!
JEROME: Raggiungibile da est con l’Hwy 89 A, Jerome sorge sui ripidi pendii della Cleopatra Hill e domina la Verde Valley. E’ visibile già da una certa distanza; non solo c’è un’enorme lettera “J” incisa profondamente nella collina, ma un grosso pezzo del fianco del poggio manca del tutto, essendo stato sventrato dalle miniere di rame a cielo aperto. Questa terra abbonda di ricchezze minerali: spesse vene di rame intersecate con oro e argento.
Jerome fu fondata nel 1876 quando iniziò l’estrazione dell’argento, ma la grande occasione arrivò solo nel 1912, quando i cercatori scoprirono una vena di rame spessa almeno 1,5 m.
La miniera United Verde fu in parte finanziata da Eugene Jerome (cugino della madre di Churcill), che volle che la nuova città portasse il suo nome. La United Verde fu la più ricca miniera mai posseduta da una singola persona e nel 1953 aveva prodotto abbastanza da dare quasi 6 kg di rame a ogni abitante della terra.
Durante la prima guerra mondiale poi il prezzo del rame salì alle stelle e Jerome ebbe un’incredibile sviluppo diventando la quarta comunità più grande dell’Arizona. In seguito però, con il crollo di Wall Street del 1929, i prezzi del rame precipitarono e, sebbene le miniere sopravvissero fino al 1953, i tempi del boom erano finiti. Inoltre l’uso della dinamite sotto terra aveva reso instabile la Cleopatra Hill, e la città iniziò a scivolare di diversi centimetri ogni anno.
Negli anni ’70 Jerome era diventata una città fantasma in cui era possibile arrivare e trasferirsi in una casa vuota. E così fece un nutrito gruppo di artisti ed artigiani che guadagnandosi da vivere vendendo manufatti e opere d’arte ai turisti risollevarono le sorti della città.
Arroccata sulla montagna la cittadina di Jerome, sembra più un‘ insieme di poche case a se stanti che un vero e proprio paesino. Peccato il tempo si sia guastato tanto, non ci voleva la pioggia, anche se forse è proprio quest’atmosfera cupa a rendere la visita di quest’ex città fantasma tanto affascinante. Le case sono tutte diverse, alcune in legno, altre in muratura, bianche, blu, marroni, rosa, con giardino o a picco sulla strada, una vera accozzaglia di stili e colori. Un mix però, che dà alla città ed ai suoi abitanti, una personalità tutta loro, forse proprio perché vissuta principalmente da artisti, ognuno con una particolare visione del mondo e della vita.
Attratti dal rumore di un ferro che batte e dal cartello “entrata libera”, ci fermiamo in una bottega artigiana.
Il proprietario è un soffiatore di vetro molto gentile e socievole e sebbene intento a completare i suoi lavori intrattiene con noi un’interessante conversazione. Ci racconta del momento in cui si è appassionato a quest’arte, della sua visita a Murano (anche lui come noi rimasto sconvolto dall’ignoranza e dalla scortesia della gente dell’isola), di quanto ami il suo lavoro e sua moglie, mostrandoci addirittura il luogo in cui le ha chiesto di sposarlo.
Passata con lui una piacevolissima mezz’ora continuiamo il nostro giro della città e tra le varie tappe non manchiamo di acquistare le nostre solite 200 magliette ricordo.
Non c’è che dire questa deviazione è valsa assolutamente la pena, ma ora dobbiamo sbrigarci altrimenti rischiamo di perderci le Grand Canyon Caverns e poi la Route 66 ci aspetta!
ROUTE 66: Nota anche come “The Mother Road” e “America’s Main Street”, la Route 66 fu una delle prime highway federali del paese ed è la strada più famosa d’America. Essa originariamente collegava Chicago a Los Angeles (fino alla spiaggia di Santa Monica) attraverso gli stati Illinois, Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, New Mexico, Arizona e California, coprendo una distanza complessiva di 3940 km.
La Route 66 venne ufficialmente aperta l’11 novembre del 1926 (dopo 12 anni di lavori) per collegare le vie principali di centinaia di cittadine fino ad allora isolate, ma la pavimentazione terminò solo nel 1938.
La costruzione della Route 66 fu patrocinata da Cyrus Avery nel 1923. Egli voleva fortemente che questa strada avesse un numero pari e propose il numero 60.
Da qui nacque una polemica poiché i rappresentanti del Kentucky volevano che la strada tra Virginia Beach e Springfield portasse questo numero. Dopo diverse discussioni, la decisione finale fu di chiamare US 60 la strada fra Virginia Beach e Springfield, fu così che Arvey scelse il “66” (che era rimasto inutilizzato) perché pensò che la ripetizione del numero fosse facile da ricordare e piacevole da dire ed ascoltare.
Da qui nacque una polemica poiché i rappresentanti del Kentucky volevano che la strada tra Virginia Beach e Springfield portasse questo numero. Dopo diverse discussioni, la decisione finale fu di chiamare US 60 la strada fra Virginia Beach e Springfield, fu così che Arvey scelse il “66” (che era rimasto inutilizzato) perché pensò che la ripetizione del numero fosse facile da ricordare e piacevole da dire ed ascoltare.
Nel corso degli anni il traffico crebbe anche a causa delle zone attraversate poiché larga parte del tracciato era pianeggiante e ciò la fece preferire dai guidatori di mezzi pesanti.
Negli anni ’30 poi, molte famiglie rurali presero la strada per cercare nuove opportunità ad ovest e la Route 66 divenne il loro percorso preferito.
La crescente popolarità della strada portò supporto all’economia delle comunità attraverso le quali passava e anche la loro popolazione prosperò.
Negli anni ’40 e ’50, quando in America andava aumentando l’amore per l’auto e molti si spostavano a ovest, lungo la Route 66 comparvero centinaia di motel, ristoranti e attrattive che ostentavano un nuovo e vivace stile architettonico.
La Route 66 era parte integrante del folclore del paese: simboleggiava il senso di libertà delle ampie strade ed era strettamente correlata all’incremento dei viaggi in auto.
L’inizio della fine della Route 66 fu nel 1956 quando l’allora presidente Americano Eisenhower firmò il “Federal-Aid Highway Act”. Eisenhower era stato generale durante la seconda guerra mondiale ed aveva combattuto in Germania ed era stato impressionato dalle ampie autostrade tedesche ad alta velocità.
Fu così costruita una rete nazionale di autostrade a più corsie e la Route 66 cessò di essere una delle principali vie di grande traffico.
Con la cancellazione della US 66, non venne creata una sostituta unica, ma diverse strade che la ricalcavano in alcuni punti (La I-55 ricalca il tratto fra Chicago e San Louis; la I-44 fino a Oklahoma City; la I-40 ne ha preso il tratto più lungo prendendo il posto della 66 fino a Barstow (California); la I-15 porta fino a San Bernardino ed infine la I-10 porta i viaggiatori attraverso l’area metropolitana di Los Angeles fino a Santa Monica) mentre altri in tratti vennero costruite strade statali, locali, private o addirittura abbandonate.
Il più lungo tratto senza interruzioni rimasto in tutto il paese di una vecchia statale, quello della Route 66 che va da Selingman a Topock, in Arizona.
La Route 66 è stata importantissima nella storia di questo paese ed a testimoniarlo è il fatto che hanno preso il suo nome diverse aziende, spettacoli, compagnie, film, auto, canzoni e perfino la squadra di basket di Tulsa.
Oggi la Route 66 è una popolare meta turistica e lungo il tratto dell’Arizona, appassionati e ambientalisti hanno contribuito a salvaguardare molti dei suoi edifici e i cartelli stradali più suggestivi.
I tratti sterrati, le cittadine da lungo tempo dimenticate e i celebri spezzoni della vecchia statale danno l’occasione di sperimentare il turismo vecchio stile: un fantastico salto nel passato, dove i decenni collidono e spesso il tempo sembra essersi fermato.
Che emozione sfrecciare su una mustang rosso fiammante, con i capelli mossi dal vento, sulla mitica Route 66! Come in un film degli anni ’50, cantando a squarcia gola la canzone che Bobby Troup ha dedicato a questo pezzo di storia americana (Get Your Kicks On Route 66), ci avviamo verso il tramonto dimentichi di tutto ciò che non è ora e non è qui.
Lungo questa strada l’orologio sembra essersi bloccato a metà degli anni ’50 senza più ripartire, vecchi motel con vernice sbiadita, classici dinner americani, pompe di carburante arrugginite e in stato di abbandono, edifici sciupati dalle intemperie, c’è anche un anziano abitante del posto che fuma una sigaretta sotto un portico scricchiolante (ma è vero o e una scenografia?).
Il nostro ventesimo giorno si conclude felicemente qui, più precisamente a Kingman, dove ci fermiamo in un ristorante tipico stile western, con la sagoma di John Wayne all’entrata e nomi di cow boy ad indicare i piatti, all’esterno c’è perfino il cartello che intima ai clienti di lasciare fuori le armi!
Completamente ubriachi ed estremamente appagati salutiamo l’ennesima splendida giornata.
TRATTA: SEDONA – JEROME – 43 km – 50 minuti
Hwy 89 A – Uscita Cottonwood ST
Hwy 89 A
TRATTA: JEROME – SELIGMAN (ROUTE 66) – 159 km – 2 ore
Hwy 89 A – Hwy 89
I 40 WB – Uscita 123 (Seligman)
I 40 BUS (Route 66)
TRATTA: SELIGMAN – KINGMAN – 137 km – 1 ora e mezza
Hwy 66
SISTEMAZIONE: Kingman - Motel 6 - 40 $ (27 euro)
GIORNO 21
CALICO
(Venerdì 31 Agosto)
Buongiorno Kingman!
Oggi Alfo non può sfuggire, me lo ha promesso, deve assolutamente portarmi a fare colazione nel locale che ho segnato sulla guida da qualcosa come 3 mesi: Mr. D’z (Route 66 Dinner).
Sembra uscito direttamente da una puntata di Happy Day’s, l’esterno è interamente dipinto di rosa shocking e verde acqua e l’insegna luminosa raffigura un enorme hamburger con patatine fritte, una cabriolet anni ’50 e un grosso boccale di birra. All’interno sulle pareti una miriade di foto vecchie e nuove scattate sulla Route 66, storiche insegne della Coca Cola e un joke box d’epoca. Una cameriera (vestita come Alice di Mel’s) passa tra i vari tavoli per riempire le tazze di caffè (proprio come nei film!) poi si avvicina a noi per prendere l’ordinazione: frittelle, uova e pancetta (visto che siamo qui facciamo gli americani fino in fondo).
Che bello, mi sento come il protagonista di Quantum Leap solo che invece di girovagare fra le varie epoche, salto da un telefilm americano anni ’50 all’altro.
Con la pancia piena, ritorniamo nel duemila e ci mettiamo in cammino.
Al confine tra Arizona e California attraversiamo il ponte che sovrasta il Colorado River e vediamo dei ragazzi in costume da bagno in mezzo alla strada, all’inizio ci è difficile capire il perché, poi li seguiamo e tutto diventa chiaro, stanno giocando a lanciarsi dal ponte direttamente in acqua! Pazzi, mitici!
L’entrata in California suscita in me emozioni contrastanti, da una parte mi sento come tornata a casa (adoro ogni cosa della California, tranne la pena di morte), dall’altra però sono tristissima perché questo significa che il nostro viaggio sta per terminare.
Cerco di non pensarci, ma non ci riesco e purtroppo mi rovino così gran parte del resto della giornata.
Passate circa tre ore dalla partenza giungiamo alla nostra ultima tappa: Calico.
CALICO: Si trova 11 km a nord-est di Barstow (lungo la I-15) ed è una Ghost Town per un terzo originale e per la parte restante ricostruita in perfetto stile old west.
Il 26 marzo 1881, l'argento fu rinvenuto sui monti di Calico e ben presto arrivarono centinaia di minatori. Due anni dopo il borace fu scoperto 5 km a est di Calico e l'espansione della città sembrava garantita.
Alla fine del 1800, la città mineraria di Calico produceva argento e borace per milioni di dollari, contava 22 saloon e dava da vivere ad una popolazione di quasi 1200 abitanti.
Situata in bella posizione nelle Calico Hills, una catena di alture di rocce a strati multicolori, ma soggetta al caldo torrido del deserto Mojave, la città fu abbandonata rapidamente quando la vena d’argento si esaurì e nel 1907 Calico era diventata una città fantasma.
Nel 1950 poi Walter Knott iniziò i lavori di restauro ed ora Calico è un’attrazone turistica molto visitata.
Sulla via principale si possono osservare: il saloon, negozi di souvenir (arredati con mobili d’epoca), una vecchia scuola, l’emporio (con i suoi antichi rimedi medicamentosi), il teatro, la prigione, si può incontrare il cane della posta Dorsey e visitare il cimitero originale.
Ci sono inoltre chilometri di pozzi minerari ed i tunnel di Maggie Mine aperti al pubblico e si può fare un giro sulla locomotiva della piccola ferrovia che funziona entro i limiti della città.
Nei periodi di maggior flusso turistico si organizzano tour e spettacoli, tra cui finte esplosioni e passeggiate guidate dall'unico storico abitante che risiede ancora in città.
Apertura: tutti i giorni dalle ore 9.00 alle ore 17.00
Tassa di Entrata: 6$ a persona
Che spettacolo! Un’autentica città del Far West! C’è l’emporio, il saloon, la prigione, la miniera e perfino la chiesa-scuola. All’inizio pensavo fosse una città completamente finta, inventata, costruita di sana pianta per attrarre i turisti e invece, vedendo le fotografie originali accanto ad ogni costruzione, scopro che Calico è esistita veramente e che quella che vediamo ora è la sua esatta ricostruzione. Su un cartello all’entrata viene riportata l’evoluzione della popolazione, a partire dai 40 abitanti dell’anno della sua fondazione, fino ai 15 di un secolo dopo, passando per il picco espansivo del 1887 con le sue 1200 anime.
Facciamo un primo giro esplorativo della città, Calico doveva essere davvero carina ed è esattamente come mi sono sempre immaginata una città del vecchio west. Io ed Alfo sembriamo due bambini di 5 anni in un parco divertimenti, giochiamo agli indiani e i cow boy, io faccio anche il galeotto e la ballerina di Can Can, mentre Alfo fa il bandito e il ricco possidente in un bagno cinese. Due scemi!
Tra tutte, la parte che mi colpisce di più è la chiesa-scuola, è esattamente identica a quella della casa nella prateria, ci si arriva passando da un ponticello e sul cartello appeso all’entrata c’è la fotografia originale del 1885, con i bambini in fila per entrare e la maestra ad attenderli assieme al parroco. Bellissima!
Passiamo poi vicino alla prigione, allo studio medico, all’abbeveratoio per cavalli e al saloon, fino ad arrivare all’entrata della miniera d’argento. Decidiamo di fare un giro nei meandri della montagna (l’ingresso viene 5$) e dopo un breve riassunto storico iniziale ci lasciano liberi di esplorare il labirinto di cunicoli a nostro piacimento. Particolare è la storia di due fratelli che in un antro all’interno della montagna costruirono una casa, in cui vissero per 10 anni senza mai uscire e continuando a scavare in cerca di argento.
Usciti dalla miniera ci troviamo dove un tempo era eretta la banca, sebbene l’edificio non sia stato ricostruito, si capisce benissimo la sua antica funzione poiché i resti ancora visibili anziché essere di legno, come il resto della città, sono in spessissima muratura “anti rapina”.
Passata la banca arriviamo al “quartiere” cinese. In perfetta sintonia con l’attuale stato della California, Calico al tempo poteva già vantare una vasta comunità multirazziale, tra cui diversi asiatici che importarono in America molte delle loro tradizioni, come i massaggi rilassanti e i the aromatizzati.
Saliamo fino alla parte più alta della città per ammirarla meglio nella sua interezza e vediamo che per 5$ ti fanno fare un giro in trenino attorno alla montagna seguendo il percorso dei vecchi carrelli che portavano la terra. Ci sentiamo un po’ sciocchi ma facciamo anche questo, ormai abbiamo fatto 30 facciamo anche 31! Il giro dura appena 10 minuti e non è nulla di eccezionale, ma noi dovevamo assolutamente viverla fino in fondo, in ogni sua parte, questa fantasia western!
Prima di andar via, tappa obbligatoria al gift shop, dove Alfo trova il gadget più kitsch e coatto sulla faccia della terra, una cinta la cui fibia è costituita da una fiaschetta per il rum…estraibile! Naturalmente la compra ed è anche estremamente soddisfatto!
Ci vogliono almeno tre ore da qui per arrivare a Los Angeles, meglio metterci in cammino, abbiamo promesso a Barbara di essere a casa prima di cena!
Arrivati a Los Angeles la sensazione è stranissima, sembra solo ieri il giorno in cui siamo partiti ma allo stesso tempo abbiamo fatto e visto così tante cose che ci sembra quasi impossibile che siano passati “solo” 15 giorni. Felici e tristi per essere tornati ci avviamo verso casa, non vediamo l’ora di rivedere Barbara e Mike, abbiamo così tante cose da raccontare…
Al nostro arrivo Barbara quasi non ci riconosce, ci vede più magri (con tutto quello che abbiamo mangiato), più abbronzati (mai stati fermi a prendere il sole), più belli e cosa che le fa più impressione è che non riusciamo a toglierci i sorrisi scemi dalla faccia. Ci dice che sembriamo l’immagine della felicità ed è così, è proprio così.
Mentre fuori la brace si riscalda Mike ci chiede di scaricare le fotografie, lui e Barbara sono due grandi appassionati di viaggi, in più Mike come me, è un vero patito di foto. Tiro fuori le mie quattro schede da 2 GB l’una e non so perché ma Mike mi guarda con aria perplessa ed io che prima di tornare avevo anche fatto una selezione cancellando le foto più brutte. Entrambi rimangono abbastanza sorpresi dalle nostre deviazioni, perfino Mike, che viaggia di continuo ed è sempre curioso di scoprire posti nuovi, alcuni luoghi non li aveva mai visti. Ci guardiamo negli occhi e con un cenno acconsentiamo a rivelargli il nostro segreto: andare dove ci porta il vento!
TRATTA: KINGMAN - CALICO – 334 km – 3 ore e mezza
I 40 WB – Uscita Daggett - Yermo RD
TRATTA: CALICO – LOS ANGELES – 203 km – 2 ore
I 15 SB – Direzione Los Angeles
I 10 WB – Uscita 19 B (Los Angeles)
US 101 NB – Uscita 2C (Spring St)
GIORNO 22
LOS ANGELES
(Sabato 1 Settembre)
Buon compleanno me!
Oggi è il mio compleanno, 33 anni e non sentirli, o meglio fare finta di non vederli!
Il programma di oggi è Venice Beach, Sushi “all you can eat” e shopping sfrenato.
Il primo passo però sarà riconsegnare la macchina, io sono un pò agitata, speriamo non si accorgano che abbiamo usato un’utilitaria come un fuoristrada di ultima generazione, Alfo invece è tranquillo, c’è già passato e sa che se non fai veri danni non ti dicono nulla. Un saluto alla fedele compagna di viaggio, devo essere messa veramente male, anche questo mi commuove.
E’ il momento di tirarsi su il morale con del sano shopping! Passiamo prima ad un outlet che vende attrezzatura per veterinari per prendere dei camici a mia sorella, qui il cotone dei tessuti è di qualità nettamente superiore a quelli venduti in Italia e, cosa ancora più assurda, costano esattamente un terzo. Il negozio accanto è una vecchia “fiamma” di Alfo, si chiama XXX e anche qui puoi comprare di tutto, scarpe, borse, magliette, pantaloni, vestiti per bambini e abbigliamento sportivo, a prezzi stracciatissimi. E’ giunto però il momento della pappa, quindi via verso Downtown Santa Monica, obiettivo “LightHouse” (http://www.lighthousebuffet.com/). Per chi ama il sushi questo luogo è una specie di paradiso, con soli 12$ a pranzo e 20$ a cena ti permette di ingurgitare ottime specialità giapponesi fino a scoppiare!
Dopo circa un’ora usciamo dal ristorante e rotolando ci avviamo verso la meta successiva (per fortuna raggiungibile a piedi): Third Street Promenade.
Third street è una specie di Via del Corso a Roma solo molto più larga, molto meno affollata, molto più elegante e curata e percorsa da due lunghe file di palme. Al centro, in mezzo ai due passaggi pedonali, una serie di artisti di strada allietano il nostro shopping, chi cantando, chi suonando e chi esibendosi in acrobazie.
Ci guardiamo intorno leggendo le insegne dei negozi: H&M, Guess, Quik Silver, Levi’s, Banana Republic, Apple, Footlocker, American Eagle, Zara, Gap, Puma, Old Navy, Adidas, Victoria’s Secret, Abercrombie…non sappiamo da che parte iniziare!
A un certo punto l’occhio ci cade su un negozio di elettronica e oggetti vari ultra tecnologici, un punto di partenza ideale vista la nostra passione per i gadget. Questo negozio è uno spettacolo, la catena si chiama Brookstone (www.brookstone.com) e vende di tutto, coperte ultra soffici, prodotti per viaggiare in aereo, poltrone massaggianti, casse altoparlanti, attrezzatura per il barbecue, macchinari ginnici e in più una miriade di gadget dagli utilizzi più vari. Ci compriamo di tutto e visto che qui è una catena molto famosa decidiamo che sarà sicuramente una tappa fissa di ogni nostro viaggio in America!
Fermata successiva, Footlocker, per noi un altro paradiso. Sia io che Alfo viviamo con le scarpe da ginnastica ai piedi e qui ci sono modelli che da noi non arriveranno mai ma quello che ci sconvolge è il prezzo…le shox che in Italia ho pagato 170 euro qui ne costano 70! Risultato: compriamo 4 paia di scarpe per uno!
Ora è il momento che tanto aspettavamo, quello del nostro negozio d’abbigliamento preferito: Abercrombie! Anche qui naturalmente facciamo i danni, ma era tutto calcolato quindi siamo estremamente soddisfatti.
Continuiamo il giro dei negozi fino a quando, strizzato il portafogli fino all’ultima goccia, ci arrendiamo.
Alfo e Barbara avevano promesso di portarmi di nuovo a Venice Beach quindi prima di tornare a casa a cambiarci per la cena ci facciamo un salto.
Non c’è nulla da fare, non era stata l’emozione della novità del primo giorno, questo posto mi piace proprio, rappresenta la sintesi dell’integrazione e della spensieratezza, lo adoro.
Un ultimo saluto a quella che vorrei diventasse la mia nuova casa e poi di corsa a farci belli per la cena del mio compleanno, Barbara ha prenotato in un ristorante che le piace molto e che si trova a Malibù!
Il locale si chiama Moonshadows (www.moonshadowsmalibu.com), è molto carino, c’è una piacevole musica (non proprio di sottofondo), il cibo è ottimo (oltre che ben presentato) e il nostro tavolo è su una terrazza che affaccia sul mare.
“Happy birthday for you, happy birthday for you…you look like e monkey and you smell like one too!” … che carini!
Non potrei volere di più in questo momento, sto festeggiando il mio compleanno quì, a Malibù, con delle persone incantevoli e con il mio amore, è un sogno, è tutto assolutamente perfetto.
GIORNO 23
PARTENZA
(Domenica 2 Settembre)
Tristezza incommensurabile, non vorremmo partire per niente al mondo.
I bagagli li abbiamo fatti la sera prima quindi tutto quello che ci resta da fare oggi è trascinarci sconsolati verso l’aeroporto.
Salutiamo Mike e lo ringraziamo per tutti i preziosissimi consigli che ci ha dato per il nostro viaggio. Siamo contenti di rivederlo a breve a Capri per festeggiare insieme il compleanno di Barbara, e quelli di Alfo e Vale.
In aeroporto l’attesa per il check-in non è mai stata così breve, o forse è solo una mia impressione. Dobbiamo pagare 90 euro di supplemento bagagli, ma questo era già stato messo in conto, ci guadagniamo molto comunque.
E’ il momento di salutare Barbara e sia io che Alfo le diamo un bacio veloce e scappiamo via senza guardarci in dietro anche perché se lo avessimo fatto non saremmo riusciti a trattenere la commozione.
Saliamo sull’aereo pieni di provviste comprate al duty-free e poi via verso Roma, verso casa, verso i nostri gnappi.
Ciao America, a presto e grazie di tutto quello che ci hai dato.
con la cordialità dei tuoi abitanti ci hai fatto sentire a casa;
con le tue lunghe strade senza fine ci hai regalato la libertà;
con la maestosità dei tuoi canyon ci hai mostrato l’eternità;
con la quiete della tua natura ci hai donato la pace;
con le tue immense praterie ci hai fatto sentire potenti;
con la tua libertà d’espressione ci hai resi più forti;
Ora in noi c’è l’assoluta consapevolezza che dobbiamo continuare la nostra strada cercando semplicemente di essere noi stessi fino in fondo, senza paura di quello che la gente possa pensare, perché in molti criticano ciò che non arrivano a comprendere.
Vivere e lasciar vivere, senza giudicare ne cercare di cambiare quello che è diverso da noi, godersi la vita fino in fondo, concentrandosi sulle piccole cose, perché sono quelle che alla fine possono renderci veramente felici.
A piccoli passi si può arrivare molto lontano…oltre i limiti dell’immaginazione.
…Alla mia mamma, che avrebbe tanto voluto viaggiare ma non ha fatto in tempo.
A te mamma che mi hai regalato la cosa più importante al mondo, il tuo cuore.
A te papà, che sei il miglior esempio che io possa seguire, un punto di riferimento in tutto ciò che faccio.
A te Guendy, che mi hai dato la forza nei momenti difficili, sempre presente, ieri, oggi e domani.
A voi che mi avete dato il coraggio di sognare…
…e a Po, il mio piccolo principe, che mi ha dato le ali per volare.
Per le descrizioni dei luoghi ho utilizzato le seguenti fonti:
- Southwest USA – Le Guide Mondadori
- California – Le Guide Mondadori
- USA – Le Guide Mondadori
- Stati Uniti Occidentali - Lonely Planet
- USA del Sud-Ovest - Rough Guides
- California - Rough Guides
- Wikipedia